Intervista a Branko Milanovic sulle disuguaglianze
- 24 Giugno 2018

Intervista a Branko Milanovic sulle disuguaglianze

Scritto da Enrico Cerrini e Luca Picotti

7 minuti di lettura

Branko Milanovic è tra i più noti e autorevoli esperti internazionali sul tema delle disuguaglianze economiche. Pandora ha recensito di recente il suo libro Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media, edito da Luiss University Press nel 2017. 

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo, a partire dai temi del libro, a margine del seminario “Le disuguaglianze tra i mondi e nei mondi” organizzato da ASviS, Forum Disuguaglianze e Diversità, ACLI e OXFAM nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso da ASviS. Ringraziamo sentitamente gli organizzatori per questa possibilità.

Branko Milanovic è Visiting Presidential Professor alla City University di New York, ed è stato in passato lead economist presso il centro di ricerca della Banca Mondiale. Oltre al già citato Ingiustizia globale è autore, tra gli altri, di: Mondi divisi. Analisi della disuguaglianza globale, Bruno Mondadori 2007 e Chi ha e chi non ha. Storie di disuguaglianze, Il Mulino 2014.


La sua ricerca evidenza come siano aumentate le diseguaglianze all’interno degli stati occidentali a partire dagli anni Ottanta. Quali sono, secondo lei, le cause di questo fenomeno? Può essere solo il risultato della globalizzazione o sono intervenuti altri fattori, come l’abbandono delle politiche economiche keynesiane?

Branko Milanovic: Le cause dell’incremento della diseguaglianza nei paesi occidentali sono almeno tre, le quali non si escludono, ma si influenzano a vicenda:

  • Il cambiamento tecnologico, il quale ha incrementato i salari dei lavoratori altamente specializzati a scapito di quelli poco qualificati, oltre a favorire il capitale sul lavoro;
  • La globalizzazione, la quale ha reso possibile produrre merci in nazioni caratterizzate da basso costo del lavoro, grazie all’apertura dei mercati e alla conseguente libera circolazione di beni e capitali;
  • Le politiche economiche, dato che l’abbandono delle politiche keynesiane ha determinato la diminuzione sia della tassazione per i ricchi che dei salari minimi per i lavoratori.

Gli economisti possono dibattere su quale sia la causa principale, tra le tre elencate. Questo accade perché è difficile comprendere quale sia l’incisività e l’influenza di ciascun fattore sull’aumento della diseguaglianza e sullo sviluppo degli altri due.

A mio parere, la globalizzazione è il fattore dominante, la forza fondamentale che ha generato il framework in cui si sono sviluppati gli altri due fattori. I cambiamenti tecnologici non sono esogeni ma dipendono dai prezzi relativi dei fattori di produzione: se il costo della manodopera diminuisce perché la Cina apre il proprio mercato, allora è possibile investire in un tipo di processo tecnologico che tiene conto del basso prezzo del lavoro rispetto al capitale. Senza globalizzazione avremmo quindi osservato un diverso progresso tecnologico. I governi hanno inoltre dovuto radicalmente cambiare le politiche economiche a causa di uno degli effetti della globalizzazione, ovvero la perfetta mobilità del capitale, il quale oggi può facilmente essere trasferito dall’Italia per impiegare forza lavoro in Slovacchia o Indonesia. Un’alta tassazione potrebbe avere come conseguenza la fuga dei capitali anziché la redistribuzione delle risorse.

I suoi studi indicano nella classe media occidentale il grande perdente del processo di globalizzazione. Al contrario, i benefici della globalizzazione sono stati apprezzati dagli occidentali più ricchi e dalla classe media del terzo mondo. Quali provvedimenti possono ridare speranza alla classe media occidentale?

Branko Milanovic: Gli standard di vita dei cittadini dipendono sempre di più dal mercato globale, ma chi ha perso ricchezza a causa della globalizzazione vive in un contesto politico nazionale. Visto che sono gli stati nazionali coloro che devono aggiustare i problemi della globalizzazione, è molto difficile trovare una soluzione. Nel breve periodo penso che dobbiamo utilizzare gli strumenti che abbiamo, come l’educazione, le politiche attive del lavoro, i sussidi di disoccupazione, etc. Ma, per combattere la diseguaglianza all’interno delle nazioni ricche nel lungo periodo, dobbiamo focalizzarci sulla redistribuzione di quelli che nella teoria economica sono chiamati endowments, ovvero le dotazioni individuali di capitale.

A mio parere, la politica dovrebbe concentrarsi sulla redistribuzione sia del capitale umano che di quello finanziario. Le dotazioni di capitale umano dovrebbero essere rese più eque migliorando la qualità dell’educazione pubblica, in controtendenza con quanto riscontriamo oggi in Europa. Il fenomeno dell’aumento del peso dell’educazione privata potrebbe infatti abbassare i salari di chi frequenta la scuola pubblica e perpetuare le diseguaglianze in una società dove solo i figli dei ricchi e altri privilegiati possono avere accesso ad un’educazione migliore.

Una più equa dotazione di capitale finanziario potrebbe essere ottenuta grazie a tre interventi:

  • Sgravi fiscali per i piccoli investitori, magari esentando da rischi chi investe meno di 5.000€ nel mercato azionario o obbligazionario. Per incentivare i piccoli risparmiatori a partecipare ai mercati, lo stato potrebbe sviluppare una forma assicurativa per cui gli investimenti minori non possono dare ritorni negativi;
  • Possesso operaio di parte delle azioni delle imprese per cui lavorano, come già accade in numerose realtà;
  • Mutuando una proposta dell’economista Anthony Atkinson, potrebbe essere applicata una grant, una sovvenzione finanziata tramite la tassa di successione. Tale grant potrebbe essere elargita agli individui appena maggiorenni, i quali la useranno come vogliono: per la propria educazione, per aprire un’impresa o semplicemente spendendola.
Branko Milanovic

Crediti immagine: da Branko Milanovic

Oggi, in Italia, si parla molto di reddito minimo garantito, salario minimo e reddito di cittadinanza. Cosa pensa di queste misure?

Branko Milanovic: Questa è probabilmente la prima volta in cui un partner della coalizione di governo sostiene il reddito di cittadinanza e l’altro la flat tax. La combinazione è interessante, ma ho un parere negativo riguardo entrambi i provvedimenti. Credo che la flat tax sia un ritorno al XIX secolo, mentre il reddito di cittadinanza metterebbe in discussione lo stato sociale così come lo conosciamo oggi. Difatti il nostro welfare funziona come un’assicurazione sociale che aiuta i cittadini quando si trovano nella condizione di non poter lavorare, come nei casi di invalidità, malattia, disoccupazione e nascita di un figlio.

Il reddito di cittadinanza così come formulato nella teoria economica cambia tale concezione perché è slegato dalla condizione individuale. Se invece viene applicata la proposta del Movimento 5 Stelle, per cui la sovvenzione dipende dalla volontà di lavorare, allora non capisco la differenza con il sussidio di disoccupazione, fatta eccezione della maggiore durata. In merito alla flat tax, fatico a intravedere vantaggi economici, a meno che non prendiamo in considerazione l’eventualità che la diminuzione della pressione fiscale incentivi i ricchi a pagare le tasse. Ma la riduzione delle tasse non ha mai portato all’ampiamento del gettito e il bel concetto teorico elaborato negli anni Ottanta attraverso la curva di Laffer rimane un fenomeno ancora non riscontrato nella realtà.

Delle due misure, la flat tax è inoltre la più semplice da realizzare ed è facile trovarne esempi nel corso della storia, invece il reddito di cittadinanza ha avuto applicazioni molto limitate. Penso che siano esistite solo un paio di esperienze a livello nazionale. Ad esempio, l’Iran sostituì per circa un paio di anni le sovvenzioni derivate dall’estrazione di gas e petrolio con un reddito di cittadinanza che copriva il 98% della popolazione. Non è certo impossibile realizzarlo, ma è molto difficile affrontare la questione politicamente perché il governo dovrebbe rinegoziare alcuni capisaldi del welfare, come le pensioni.

 

Branko Milanovic e il futuro della globalizzazione

La globalizzazione ha portato la mobilità dei fattori di produzione, capitale e lavoro. Come lei afferma, se il capitale è neutro, il lavoro porta con sé la propria cultura e difficilmente si adatta a nuovi contesti. Da qui nascono i contrasti tra l’occidente che offre condizioni di lavoro migliori rispetto al resto del mondo e la massa di rifugiati attratta da standard di vita migliori. Com’è possibile affrontare questo fenomeno?

Branko Milanovic: Il problema è molto grave e difficile da affrontare. L’Europa manterrà per molti anni standard di vita notevolmente migliori rispetto a quelli africani e mediorientali, per questo le migrazioni continueranno, forse incrementando. Nel volume Ingiustizia globale ho già affrontato il tema, ma dettaglio una possibile proposta nel libro in corso di pubblicazione.

La soluzione potrebbe basarsi sulla stipula di un accordo multilaterale tra Europa e Africa, con il quale le singole nazioni africane ottengono una quota di lavoratori a cui è consentita un’ordinata migrazione per un certo periodo di tempo. Quando è disponibile un lavoro specifico, i migranti potrebbero raggiungere il vecchio continente e risiedervi per un periodo prestabilito, alla fine del quale fanno obbligatoriamente ritorno nel paese di origine. In quel momento, i migranti dovrebbero effettivamente tornare nei loro paesi con tutti i loro risparmi e affetti, altrimenti il meccanismo si incepperebbe. Uno dei problemi di questa proposta sono le discriminazioni a cui i migranti dovranno sottostare, dato che non potranno accedere ad alcuni benefici dello stato sociale che spettano ai cittadini italiani, come le pensioni e i sussidi di disoccupazione. Potranno invece beneficiare della parità salariale e dell’accesso al sistema sanitario nazionale.

La questione è oggi molto difficile da affrontare perché la migrazione disordinata riversa sulle nostre coste una massa di rifugiati di cui non conosciamo la provenienza. Tali immigrati vivono illegalmente nelle città europee, per questo non possono entrare nell’economia formale e di conseguenza integrarsi. La situazione odierna è la peggiore possibile perché i rifugiati non possono né essere spediti indietro, dato che non ne conosciamo i paesi d’origine, né essere integrati, perché risiedono illegalmente.

Branko Milanovich

Crediti immagine: da Farzad Mohsenvand [CC0 Creative Commons], attraverso unsplash.com

Qual è il futuro della globalizzazione? Oggi molti leader mondiali sembrano voler fermare questo fenomeno, ma non sembrano avere i mezzi per poterlo fare. Cosa ne pensa?

Branko Milanovic: Si dice che la globalizzazione sia come il dentifricio, una volta uscita non può rientrare. A meno di una grande guerra, nessuna nazione, neanche gli Stati Uniti, ha la possibilità di fermare la globalizzazione. Avrebbe quindi più senso frenarne gli effetti negativi. Trump vuole rinegoziare alcuni trattati, specialmente con la Cina, ma dubito possa ottenere qualcosa di concreto. Ho sentito Macron affermare indirettamente che la Cina non osserva alcune regole del WTO e, in generale, che dovrebbe essere rafforzata la regolazione della proprietà intellettuale.

Comprendo i timori di alcune tra le nazioni più ricche, ma non penso che questa sia la strada giusta, visto che le norme sulla proprietà intellettuale sono già le più aspre della storia e prevengono il progresso tecnologico e l’arricchimento dei paesi poveri. Il rafforzamento dei brevetti è una mossa positiva per Francia e Stati Uniti, ma non per il resto del mondo perché incrementa il monopolio dei ricchi. Non vedo giustizia in questa soluzione, specialmente se pensiamo che le multinazionali si sono arricchite sfruttando brevetti e diritti d’autore provenienti da varie parti del mondo.

Se pensiamo alla normativa sulla proprietà intellettuale attualmente in vigore su farmaci e software, possiamo solo notare il sottosviluppo a cui hanno condannato le nazioni povere. Per questo non provo alcuna simpatia verso le parole di Macron e Trump.


Crediti immagine: da pxhere.com [CC0 Public Domain]

Scritto da
Enrico Cerrini e Luca Picotti

Enrico Cerrini è nato nel 1986. Ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena. Ha studiato Scienze Economiche all'Università di Pisa e ha svolto il programma Erasmus all'Università di Graz. E' stato per 5 anni consigliere comunale nel comune di Campiglia Marittima. Luca Picotti è nato nel 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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