Intervista a Massimo Campanini sul Medio Oriente

Campanini

Massimo Campanini è un apprezzato orientalista italiano, storico del Medio Oriente contemporaneo e della filosofia islamica. Attualmente insegna Storia dei paesi islamici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

Abbiamo deciso di rivolgere al prof. Campanini alcune domande in merito alla storia recente e alla cronaca del Medio Oriente per approfondire meglio alcuni temi che già più volte abbiamo avuto modo di trattare su questo sito. Le domande poste a Campanini vertono sul concetto generale di Medio Oriente, sulle trasformazioni in atto nella regione, sulla fine del processo di de-colonizzazione e sulla nascita del radicalismo, sui casi egiziani e turchi, sulle primavere arabe, sulla natura dello Stato Islamico, sul pensiero politico islamico contemporaneo e sul concetto di democrazia in ambito arabo.

Ringraziamo sentitamente Massimo Campanini per la disponibilità che ha dimostrato e per la cortesia con cui ha risposto alle domande di quest’intervista.


Quando parliamo del Medio Oriente è utile ricordare come in questa vasta regione le particolarità superino le omogeneità: si tratta di una realtà plurilinguistica, pluriculturale e plurireligiosa, di una identità multipla e conflittuale che sovente sfugge al pubblico europeo. La stessa categoria di “Medio Oriente” risulta essere problematica a livello teorico. Professor Campanini, quali sono gli elementi che dobbiamo avere ben presenti quando ne facciamo uso?

Campanini: Certamente la categoria di Medio Oriente è nata in Occidente, cioè non è una categoria che abbia un fondamento di tipo geografico e neanche culturale reale: è una definizione che è stata creata dagli europei quando si sono espansi secondo logiche coloniali al di fuori dei confini d’Europa e quindi hanno avvertito la necessità di “distinguere” l’Europa dagli altri territori. Da questa visione eurocentrica discende la definizione di orientali. Poi è chiaro che la categoria mantiene una sua fruibilità dal punto di vista pratico, nel senso che ormai è entrata nella prassi della comunicazione quotidiana. In questo contesto è comunque utilizzabile, ma in ogni caso bisogna considerare che è carica delle implicazioni e dei risvolti ideologici a cui abbiamo accennato e pertanto deve essere trattata con cautela. Ad ogni modo quando oggi si parla di Medio Oriente si intende ormai, rispetto alla fine dell’Ottocento quando questa categoria è nata, un assetto geopolitico molto ampio che comprende anche il Nord Africa e arriva fino ad oltre l’Iran, in piena Asia Centrale. Nei limiti più consueti e nella formula in realtà più precisa ed accademica di MENA (Middle East and North Africa) si intendono i territori che vanno dal Marocco all’Iran latitudinalmente e dalla Turchia alla penisola arabica longitudinalmente.

La fase che viviamo oggi è caratterizzata da una intera “idea del Medio Oriente” che si sta sfaldando. Una concezione ancora frutto dell’opera delle cancellerie europee, specificatamente inglese e francese, e di trattati come il celebre Accordo Sykes-Picot del 1916. Siamo alla vigilia di un generale superamento di quei confini e all’emergere di nuove entità territoriali? 

Campanini: Attualmente non mi sembra che si possa parlare di un reale superamento di quei confini. Direi anzi che il disegno – o il ridisegno – della carta geopolitica del cosiddetto Medio Oriente provocato dal colonialismo è ancora assolutamente valido e operante. Bisogna considerare che è stato proprio il colonialismo a creare i nuovi Stati-nazione nell’area mediorientale: prima non esistevano confini reali. L’idea stessa della nazione è un’idea importata dall’Europa e solo dopo applicata nel mondo arabo-islamico, malgrado ci fossero delle variabili che non corrispondevano alla realtà locale dei popoli arabo-islamici. Il colonialismo ha tracciato le grandi linee dei confini degli Stati nazionali, ha portato l’idea di Stato e ancor di più quella di nazione. Si tratta delle identità sulle quali gli Stati-nazione attuali tuttora si reggono. È però interessante rilevare come ci sia, anche a causa della disgregazione politica di una parte cospicua della regione, una tendenza alla trasformazione in senso federale degli stati: l’esempio dell’Iraq è il più evidente, ma un esito di questo tipo è da tenere ben presente anche nel caso della Libia, della Siria e dello Yemen. Comunque credo che ancora oggi l’idea prevalente sia quella di uno Stato-nazione unitario, di una compagine statale racchiusa in confini ben precisi e con una identità nazionale, benché in vari contesti questa identità nazionale sia molto labile, non essendo esistita nel corso dei secoli ed essendo stata sostanzialmente creata dal colonialismo. Chi è il libico? Chi è l’algerino? Chi è l’iracheno? In realtà si tratta di figure abbastanza opache perché, se ci sono dei paesi come il Marocco o l’Egitto in cui c’è stata per secoli in una sorta di identità nazionale, gli altri in realtà non hanno mai avuto una vera e propria identità unitaria che è stata creata sostanzialmente dal nulla e che quindi rimane di fatto estremamente problematica.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: Introduzione

Pagina 2: La storia del Medio Oriente

Pagina 3: Le sfide attuali secondo Massimo Campanini


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Nato a Carpi (MO), laureato in Storia Contemporanea nel 2015 presso l'Università di Bologna. Collabora con diverse riviste cartacee e online.

Comments are closed.