Il nipote ritrovato: storia e biografia. Intervista a Delia Giovanola

Delia Giovanola

Pubblichiamo volentieri questa intervista inviataci, effettuata personalmente dall’autore a Delia Giovanola, una delle fondatrici dell’Associazione “Nonne di Piazza di Maggio” che, in Argentina, si occupa di localizzare e restituire alle famiglie i bambini figli di desaparecidos. La vicenda narrata, di carattere personale, incrocia però diversi temi di rilevanza storica che continuano ad essere di attualità in Argentina e che richiamano un passato che non è ancora definitivamente consegnato alla storia. Per un ulteriore spaccato sulla situazione attuale dell’Argentina pubblichiamo anche un reportage, dello stesso autore, sulle recenti misure del governo Macrì, viste attraverso alcune interviste condotte tra la popolazione.


Il 24 marzo 1976 il colpo di stato del generale Videla instaura in Argentina l’auto-proclamato “processo di riorganizzazione nazionale”. I “nemici” del potere militare vengono rinchiusi in centri di detenzione, torturati e successivamente, nella maggior parte dei casi, gettati da un aereo nel Rio de la Plata. Vengono colpiti studenti, giornalisti, politici e anche chi è minimamente riconducibile a qualche particolare sospettato. I centri di detenzione coatta sono circa 500; uno di essi, l’ESMA, sede della scuola navale, è stato trasformato in centro per la memoria ed è possibile visitarlo. La stima finale è di circa 30.000 desaparecidos, la maggior parte dei quali continua ad esserlo.

È scomparso, non ha entità, non c’è”. Queste le famose parole di Videla in una conferenza stampa del 1978 a seguito degli appelli di papa Giovanni Paolo II per una maggiore chiarezza sul tema. Al tempo, l’esercito militare gestiva segretamente le torture, acquisiva informazioni e lasciava le famiglie senza risposte. Nell’aprile del ’77 alcune madri si incontrano a Plaza de Mayo, ma il governo vietava riunioni pubbliche. Il meeting si trasformò nella celeberrima ronda, che consisteva in un giro attorno alla piramide centrale, compiuto in silenzio, per ore, facendo parlare la voce della disperazione e i cartelli che inneggiavano a risposte concrete. Erano semplicemente delle madri disperate che avrebbero fatto di tutto anche solo per poter osservare il corpo del figlio morto. Da questi incontri, che continuano a tenersi ogni giovedì nella stessa piazza, nacque l’associazione Madres de Plaza de Mayo, il cui simbolo era il pañuelo, il pannolino simbolo di purezza tragicamente perduta. All’interno della rosa dei desaparecidos tuttavia vi era un alto numero di donne incinte, poi costrette a partorire in prigionia. Alcune delle madri sanno dunque di essere, probabilmente, nonne e, in questo caso, alla ricerca della propria figlia si aggiunge quella del nipote. Anzi, in alcuni casi, la sostituisce. Nell’ottobre del ’78 dodici nonne fondano un’associazione riunisce quelle che, sulla scia popolare, diventano le Abuelas de Plaza de Mayo. Di fatto, potranno lavorare pienamente solo con la fine della dittatura e il ritorno della democrazia (1983). È la stessa data in cui le nonne cominciano a chiedere per la prima volta disperatamente appoggio internazionale, ottenendolo principalmente da Canada, Francia e Stati Uniti. Nell’ultimo caso, più che di appoggio umanitario, è meglio parlare di appoggio scientifico. Per stabilire l’effettiva relazione tra un nipote scomparso e sua nonna c’è infatti bisogno di un nuovo sistema di identificazione genetica. I padri e la madri, essendo desaparecidos, non possono più servire alla causa. Allora, dopo attente ricerche, si arriva alla scoperta del DNA mitocondriale, trasmesso solo per via materna e quindi uguale tra madre, figlia e nipote. La genetica diventa lo strumento più importante di questa ricerca.

Non c’è ricerca, tuttavia, senza sensibilizzazione. Le nonne hanno chiesto appoggio dallo Stato, che ha fondato la Banca dati genetica nazionale, dov’è raccolto il sangue di tutte le famiglie dei desaparecidos, e la CONADi, il Centro Nazionale per il Diritto all’Identità. Negli anni Novanta, grazie alle campagne oramai dirette ai giovani nipoti cresciuti, si giunge a 45 ritrovamenti. Ma la tecnica si affina, alle nonne si sostituisce uno staff preparato e il numero di nietitos continua a crescere. Molti di loro, ora con una famiglia, si rendono conto che il ritrovamento della propria identità coincide con quello del proprio nucleo familiare. Ora siamo nel 2016 e le nonne hanno già raggiunto quota 121 ma mancano all’appello 350 nietos desaparecidos.

Tramite la loro storia personale, si è riuscito a scoprire che la maggior parte dei nipoti finiva nelle mani di qualcuno vicino al regime militare, in alcuni casi addirittura in quelle dell’assassino dei propri genitori (come nel caso di Victoria Montenegro), in altri in veri e propri mercati neri di esseri umani.

Il caso di Delia Cecilia Giovanola, discendente da una famiglia di emigrati italiani, può rientrare nell’ultima categoria descritta. Il suo Martin, ritrovato il 5 novembre del 2015, crebbe però circondato dall’amore e dall’affetto della sua famiglia adottiva, i Berestiky.


Sono le 12 di un pomeriggio d’inverno a Villa Ballester, piccolo centro di 35.000 abitanti a circa trenta minuti dalla capitale federale, Buenos Aires. Nonostante i suoi 90 anni, Delia è una donna energica, abituata alle battaglie fatte con il proprio corpo e decide di scendere al pianterreno per introdurmi nella sua abitazione. Questa è colma dei segni della lotta da Abuela de plaza de Mayo, ma anche e semplicemente di quelli di una nonna alla disperata ricerca del nipotino Martín, sottratto indebitamente alla madre durante la sua prigionia. Dietro il tavolo a cui sediamo si trova un grande quadro che rappresenta Delia in compagnia di tutte le figure perse, ma rimaste indelebilmente in altre forme: tutte vittime della repressione sistematica operata dalla dittatura militare. A sinistra il figlio Jorge e la nuora Estela, rapiti dalla polizia di Videla per aver ospitato un probabile studente della lotta sociale; poi Virginia, la nipote lasciata sola in casa dopo il rapimento dei genitori e morta suicida nel 2011; infine Martín, il nieto numero 115 e partorito da Estela durante la prigionia, che si sostituisce alla nipote persa. “È come se Estela mi guardasse e mi stesse dicendo «ce l’hai fatta, l’hai trovato»” afferma commossa dalla gioia e dal dolore allo stesso tempo.

Delia era una delle prime madri, racconta di averne incontrate quattro che le chiesero per prime aiuto in piazza e lei, scettica, aveva pensato: “ma cosa possono fare quattro madri di fronte al governo?”. Poi a questa lotta si era affiancata quella per Martín, il cui nome era stato già concordato da Estela prima del rapimento. “Sono una delle fondatrici, sai?” dice. Delia infatti è una delle dodici fondatrici dell’associazione, tra cui c’era Licha De La Cuadra che la invitò a costituire un primo nucleo.

Mentre prepara il mate (“Caldo o freddo?”, io rispondo “Caldo” e lei “Allora andiamo già d’accordo”) Delia mi racconta del nonno scultore, emigrato dall’Italia per realizzare opere a La Plata, che diventerà la capitale della provincia di Buenos Aires. La sua opera più importante si trova in Piazza Italia e rappresenta l’aquila romana in corrispondenza della bandiera italiana. Poi Delia si siede e, prima di rievocare gli orrori del passato, racconta della sua vita ritrovata e di suo nipote Martín. “Mio nipote vive a Miami, anche se avrei preferito in Europa, dove la vita è più simile alla nostra. Vive in una specie di country, i nostri quartieri chiusi a scopo turistico, ma in quel caso per entrarci ci sono dei sistemi di sicurezza molto avanzati. Credo sia stato questo ciò che lo portò a decidere di trasferirsi a Miami dopo aver già vissuto per alcuni anni in Europa. Nel 2000 infatti fu aggredito da un uomo che gli puntò una pistola alla cintura per rubargli l’auto, qui in Argentina, e per questo decise di andarsene. Ora lavora al computer, si occupa di spedizioni di cellulari, quindi è come se non lavorasse (NdA, ride). Abitava proprio qui, a duecento metri (dos cuadras) da me e io non lo sapevo.” Poi Delia prende il suo telefono e mi mostra le foto delle sue due nipoti, le figlie di Martin, di cui si mostra felice, soddisfatta e quasi commossa. Hanno 16 e 12 anni e in un video la più piccola balla in un party per festeggiare il passaggio di scuola. “E’ una pazza” dice ridendo.

Quella di Martin, da ciò che racconta, sembra una famiglia normale, nonostante il nipote si sia da poco separato dalla moglie, proprio in concomitanza con il recupero della propria identità. Allora le chiedo da chi Martin abbia ripreso e come e con chi crebbe. “Fu circondato per tutta la vita dall’amore dei suoi cari. Secondo la sua versione, un’amica dei suoi genitori si era rivolta alla madre proponendogli di adottare un bambino, dato che non riuscivano ad averne. Ne scelsero uno con occhi azzurri e capelli biondi in modo che somigliasse il più possibile a loro, dato che la religione, in quanto ebrei, teoricamente non lo permetterebbe. Pochi anni dopo si separarono e al posto della madre si presentò una nuova compagna con cui sviluppò un rapporto meraviglioso. Ciò che è più importante però è che questa donna portasse con sé una bambina che gli era talmente somigliante da sembrare sua sorella di sangue. La madre de crianza, quella adottiva, tentò prima di portarlo in Israele con lei, poi lui volle tornare con il padre, Armando, e restare con la nuova sorella. Se lui è sensibile ed è quello che è, lo si deve all’amore della sua famiglia adottiva.”

Quindi i Berestycki – la famiglia adottiva -, che chiamarono Martín Diego, non avevano legami con il regime e non sapevano da dove venisse il bambino. Fatto sta che a piccoli passi il padre cercò di introdurlo alla notizia dell’adozione e, quando morì, il 30 marzo del 2015, l’attuale madre adottiva lo spinse a presentarsi dalle Nonne di Plaza de Mayo. Prima di avere un riscontro passarono circa otto mesi, nei quali Martín perse le speranze, mentre la sua mente cominciava ad essere invasa da domande ancora senza risposta come: “Chi sono io? Da dove vengo?”. Ma alla fine la consanguineità si attestò al 99,9% e da quel momento Martín e Delia si sentono ogni giorno e si sono già ospitati a vicenda varie volte. Secondo Delia però Martin ancora non riesce pienamente ad accettare la nuova identità. Lui ha già cambiato nome, ma le figlie no e il cognome Berestycki si trova ancora davanti all’originario Ogando. “Martin sostiene di aver già accettato la sua nuova identità, ma ha ancora molta strada da fare. Secondo lui, ci sarebbero delle difficoltà burocratiche negli Stati Uniti per questo tipo di procedimento. Vedremo. Le nonne offrono sempre ai nipoti ritrovati uno psicologo che aiuta all’accettazione dell’identità ritrovata. Inizialmente non lo volle, poi cominciò a svolgere sedute via Skype.” La piena accettazione del cognome “Ogando” rappresenterebbe per Delia la definitiva realizzazione del ritrovamento.

A proposito del 30 marzo 2015, giorno in cui Martin si presentò dalle nonne, Delia racconta un aneddoto. Prima ancora un sorso al mate – “Questo è il mio microfono!” – poi riacquista lineamenti seri, dà di nuovo un’occhiata allo sguardo di Virginia nel quadro e inizia: “In quei giorni ero a Calafate, dove mi ospitava Cristina Kirchner per una conferenza in cui avrei dovuto raccontare la mia storia. In quell’occasione c’erano tutti i personaggi del popolo: il sindaco, il prete e via dicendo. Quest’ultimo mi chiese di regalargli un pañuelo delle nonne. Il 30 marzo poi venne da me e mi disse: “Delia, troverai tuo nipote. Ho benedetto il fazzoletto ed ho visto Virginia danzare con gli angeli”. Solo dopo mi resi conto che quello stesso giorno Martin si era presentato da noi. È la mano di Virginia, la sento sempre”.

Mi giro e riosservo il dipinto. Virginia è il personaggio che sorride di più e guarda verso di noi, eppure sembrerebbe, dalla sua storia, che sia stata la persona più colpita dagli eventi. Secondo Delia, il suo suicidio fu un colpo irrecuperabile. “Perdendo una nipote, ho trovato un nipote”, sostiene. L’assurdità della vita: a chi ha già perduto si continua ancora a togliere. Ma Delia vede in questo un segno: le conferenze che ha sostenuto in Spagna, Inghilterra, Francia, per lei sono state fondamentalmente organizzate da sua nipote perché proprio quindici giorni dopo l’ultima l’indice di abuelidad si attestava al 99,9% rendendola di nuovo nonna.

La storia di Virginia è di sicuro quella che, tra le altre, le costa di più raccontare. Nonostante l’abbia fatto ripetutamente, al suo nome una lacrima le solca il viso. Virginia era già stata abbandonata nella sua culla quando i militari portarono via Jorge ed Estela, ma nel momento in cui la nonna le raccontò ciò che era veramente successo lei rispose con un’insolita freddezza: “Non li ho nemmeno conosciuti, non li ricordo”. Non si interessò mai della ricerca del fratello fino ai suoi 18 anni, gli anni della consapevolezza, del passaggio all’età adulta. Aveva ereditato il posto del padre alla Banca Centrale e i suoi compagni la spinsero a presentarsi ad un programma televisivo dal titolo “Gente che cerca gente”. “Probabilmente so perché Virginia entrò in depressione” – racconta Delia con voce tremante – “Nell’83, quando ritornò la democrazia, avevo incontrato una donna, Alicia Carminati, che sosteneva di esser stata prigioniera assieme ad Estela. Mi raccontò di come il cordone ombelicale di Martin passò di cella in cella fino ad arrivare a quella di Jorge e che il bambino era rimasto con la madre per cinque giorni prima di esser portato via. Io preparai un questionario, una lista di domande, volevo sapere addirittura come si tagliavano le unghie dei piedi perché ricordavo di avere un cane da piccola le cui unghie si infilavano nella pelle. Questa donna si elevò alla figura di madre per Virginia, senza esserlo veramente e cominciò ad influenzarla. Vicky (come Delia chiama Virginia affettuosamente) la scelse come madrina per la comunione. Poi ritornò dall’Australia, dove si era trasferita, per partecipare alla trasmissione “Gente que busca gente” ma il suo fu un contributo molto breve. Restò in casa di Virginia per quindici-venti giorni, poi tornò varie volte. Allora Virginia scelse di sapere i dettagli della prigionia ma preparò domande molto più crude della mie. Qualcosa in lei da quel momento si ruppe, divenne succube di quella donna che la riempiva di pasticche e psicofarmaci. Poco tempo dopo Virginia si separò dal marito con cui aveva una relazione splendida e cominciò a sostenere delle sedute da uno psichiatra. Alicia invece era andata a La Plata per chiedere un telefono fisso per Virginia in modo da sentirsi con lei anche quando era in Australia. Nonostante tutto, mia nipote mi raggiunse a Cuba dove mi capitò di avere un’emorragia intestinale. Un giorno andammo a mangiare insieme e mi disse: “Nonna, io ho paura”, le chiesi di cosa e lei mi rispose “di me”. Cercai di elencarle tutti i motivi per cui doveva essere felice: una bella famiglia, un’ottima situazione economica, dei figli meravigliosi. Ma quando tornammo da Cuba io andai a testimoniare in tribunale per la causa di appropriazione indebita di bambini e scoprimmo che Alicia era rimasta con Estela non tre mesi, come aveva detto, ma solo cinque giorni. Quello credo che fu il colpo finale: si sentiva tradita, umiliata. Poi un lunedì, giorno delle elezioni, andò a votare con Charlie, il marito, e prese la sua decisione. Io la rispetto ma fu un colpo irrecuperabile”.

La nonna si alza un momento e ritorna molto velocemente con alcune foto che ha quasi sempre sottomano. Ci sono Jorge ed Estela da giovani, una coppia bellissima, Virginia sorridente al mare. Poi passa al cellulare, mi mostra alcune foto della festa per i suoi 90 anni tra cui il regalo: un grosso pacco contenente il nipote Martín, il dono più grande dei suoi 39 anni di lotta.

Ma perché successe tutto questo? Che legami avevano Jorge ed Estela con la lotta sociale? Erano montoneros o semplici vittime? “Le nostre famiglie non sapevano nulla di politica. Estela forse sì perché studiando giurisprudenza aveva a che fare con quelle tipiche facoltà politicizzate. Però al massimo comprava il giornale e Jorge lo leggeva: a questo si riduceva la nostra conoscenza in merito. Un giorno però Ogando, il cugino di Jorge, che più che essere cugino era un vero amico, gli chiese se poteva ospitare un suo amico, Vigo, che stava terminando il servizio militare in Bahía Blanca. Poco dopo venne sequestrato: probabilmente organizzava riunioni in casa ma Jorge non si preoccupava di questo, pensava che parlare di politica non fosse un reato. Fatto sta che si presentò al servizio di intelligence dell’esercito per denunciare la scomparsa e chiedere il perché. Si ritrovò improvvisamente nella bocca del lupo.”

È il destino della maggior parte dei desaparecidos. Persone che avevano contatti indiretti o alla lontana senza sapere effettivamente cosa fosse la “lucha social” (la lotta sociale e socialista allo stesso tempo) e quale fosse la vera situazione in cui annegava la Repubblica Argentina. Delia sottolinea che al tempo non si occupava di politica, non riusciva a concepire l’entità del pericolo, tanto meno quando Estela si presentò da lei sostenendo di avere paura. Ma con il corso degli eventi è come se fosse stata catapultata nel tumulto della guerra sporca. Stando alla realtà dei fatti, i governi che più di altri si impegnarono per punire i responsabili e ristabilire la dignità dell’essere umano furono quelli di Nestor e Cristina Kirchner che trasformarono inoltre l’ESMA nello spazio dei diritti umani e reintegrarono i nipoti ritrovati nella società offrendo loro un lavoro. Tutto questo con Macri è venuto a mancare. Mancano i fondi, si osteggia il lavoro degli organi di lotta riconducibili all’era ’76-’83 e si dà poca rilevanza ai diritti dell’uomo. “Io ho votato Cristina come cittadina, non come nonna” – precisa Delia – “Le nonne non devono avere orientamento politico. Odio quando mi chiedono una foto e dietro di me compiono il gesto di volveremos (il due in segno di vittoria). Quando ritrovai Martín, Cristina mi volle vedere ma non sapevo come dirle di no. Però, proprio grazie ai loro aiuti molte nonne (e madri) si sono politicizzate a favore dei Kirchner da cui sicuramente fui aiutata più che da altri. Con il nuovo governo invece non riceviamo più aiuti.”

Ogni tanto Delia si ferma e mi chiede come usare alcune funzioni del suo cellulare. Poi ritorna nuovamente alle foto. Me ne mostra una in particolare, si tratta di un murales nell’ex centro di detenzione di Banfield dove il nipote sta scrivendo con un pennarello “grazie per cercarmi”. Poi la nonna guarda i suoi capelli e dice quasi schifata: “Quanto non mi piace il gel!”.

Arrivata a questo punto è riuscita nel suo intento. Quando ritrovò Martin urlò soddisfatta: “Missione compiuta.” L’ultima domanda è quindi sul suo futuro e su quello delle nonne: “Noi continuiamo a cercare gli altri 350 rimasti ma di fatto siamo degli ornamenti. Ci chiamano quando ritrovano un nipote, quando c’è da presentare un libro o fare un’intervista. Però abbiamo una squadra che continua a lavorare. Io ora sto presentando il mio libro girando l’Argentina.”

Sulla copertina del suo libro c’è la celebre immagine che si ritrova anche in forma di gigantografia nel Museo de las Malvinas: raffigura lei in Plaza de Mayo con il pañuelo in testa e un cartello con su scritto: “Las Malvinas son argentinas, los desaparecidos también”. “Le Malvine (o le Falkland) sono argentine ma anche i desaparecidos”. La politica l’ha portata dentro un vortice nel quale si è destreggiata solo con la forza che l’amore per un figlio, per un nipote, per una famiglia può dare. 


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Nato nel 1993. Laureato in Lingue, culture, letterature, traduzione all'Università La Sapienza di Roma. Attualmente studia Relazioni Internazionali all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Scrive di musica, cinema, teatro, politica e arte su diversi siti e riviste.

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