Intervista a Donald Sassoon
- 08 Novembre 2016

Intervista a Donald Sassoon

Scritto da Francesco Rustichelli

15 minuti di lettura

Donald Sassoon è uno dei maggiori storici viventi. Sassoon è nato al Cairo e ha studiato a Parigi, Milano, Londra e negli Stati Uniti. Ha conseguito un PhD al Birkbeck College di Londra sotto la supervisione di Eric J. Hobsbawm, è Professore Emerito di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra. A Sassoon si devono importanti studi quali: Cento anni di socialismo (Editori Riuniti 1997), un’analisi di ampio respiro del ruolo della sinistra nell’Europa occidentale nel corso del Novecento e La cultura degli europei. Dal 1800 a oggi (Rizzoli 2008), una monumentale indagine comparativa delle opere che hanno costruito l’immaginario europeo degli ultimi secoli; è anche autore di diversi saggi sulla storia d’Italia, fra cui Togliatti e la via italiana al socialismo (Einaudi 1980), Come nasce un dittatore (Rizzoli 2010)e Togliatti e il partito di massa. Il PCI dal 1944 al 1964 (Castelvecchi, 2014). Il suo ultimo libro è Sintomi morbosi: Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti, 2019) e attualmente sta lavorando sul ruolo del capitalismo globale nel periodo 1880-1914.

Abbiamo deciso di porre a Sassoon alcune domande partendo dalla situazione attuale dell’Europa e del processo di integrazione, dall’emergere dei nazionalismi, per poi proseguire, sulla scia dei suoi studi, con uno sguardo storico rivolto alla storia del socialismo europeo e alla storia italiana del secondo Novecento. La considerazione dell’ultimo trentennio non può che mettere in luce una crisi delle prospettive di tipo socialista -crisi che si manifesta negli anni Settanta e Ottanta e i cui effetti ultimi vediamo ancora oggi-, di cui Sassoon cerca di indagare le cause. Si tratta di un contributo disincantato che fornisce numerosi elementi per la discussione e che va tenuto in seria considerazione anche e sopratutto da chi non volesse condividerne le amare conclusioni.

L’intervista è a cura di Francesco Rustichelli ed è stata svolta a margine del seminario internazionale di studi “Quale futuro per l’Europa?” promosso da ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti) e tenutosi venerdì 4 novembre a Bologna presso la Sala Silentium. I nostri sentiti ringraziamenti vanno al prof. Sassoon e agli organizzatori per la disponibilità con cui hanno accolto la nostra richiesta.


Nello studio della storia l’atteggiamento corretto è saltare al volo su un treno in corsa senza sapere da dove provenga o dove sia diretto, percorrerne avanti e indietro le carrozze, esplorarne gli scompartimenti, parlare con i passeggeri, scoprire che tipo di rapporti hanno stabilito, quali siano state le loro aspirazioni e speranze. Lo storico può guardare il panorama, osservare come cambia. Guardando dal finestrino, da cui è pericoloso sporgersi, potrebbe perfino riuscire a vedere quale direzione prende il treno, se stia approssimandosi a una montagna o sia in procinto di attraversare un fiume, ma non più di questo. Sebbene sul treno possa accadere di tutto e quasi sempre in modo imprevedibile, una cosa lo storico non deve mai dimenticare: i treni possono accelerare, rallentare o fermarsi, possono anche esplodere, ma sono comunque vincolati ai binari.” Professor Sassoon, il treno su cui le chiediamo di salire oggi è quello della storia d’Europa.

Sassoon: La metafora del treno, che utilizzo nel mio libro sul socialismo, della quale sono in debito con Louis Althusser, significa che nella storia esistono delle costrizioni e dunque si può sapere più o meno la direzione nella quale si va, ma non si possono conoscere tutti gli incidenti che ci saranno durante il percorso. Nella storia si possono fare cose diverse, ma nell’ambito di parametri abbastanza fissi. La mia intenzione nel proporre questa metafora era, in parte, quella di riprendere la lezione di Marx, che dice che gli uomini fanno sì la storia, ma la fanno all’interno di certi parametri, in un certo contesto nel quale sono nati, all’interno del quale si trovano.

Quale futuro per l’Europa?

Nella sua analisi sottolinea il ruolo dell’ascesa di quel composito gruppo di partiti politici antisistema euroscettici. Cosa li accomuna e come hanno cambiato la percezione che gli europei hanno del processo di integrazione?

Sassoon: Quando il processo di integrazione comincia, dà luogo a moltissime speranze e a riflessioni ottimiste su quello che succederà in Europa: si crede nel progresso e in molte altre cose. Successivamente, in particolare negli ultimi trent’anni, il progresso economico ha rallentato moltissimo in confronto ai primi trent’anni del dopoguerra, a quella fase che i francesi chiamano le “trente glorieuses” nel quale il tasso di crescita fu assolutamente eccezionale, non solo rispetto al periodo successivo, ma anche a quello precedente. Nei “trenta gloriosi” si pensava non solo che la condizione che si stava vivendo fosse normale, che quell’alto tasso di crescita e quell’enorme aumento del tenore di vita degli europei sarebbero continuati, ma che le cose sarebbero andate sempre meglio. Il venir meno di questa convinzione negli ultimi trent’anni, la fine della fiducia nel progresso economico ha causato anche una grande disillusione sull’idea di Europa, che era stata sempre legata a questa fiducia. Tutto questo ha fatto sì che l’euroscetticismo, che fino a trent’anni fa era relativamente basso, sia enormemente aumentato. Il paese storicamente forse più euroscettico di tutti, almeno fino all’allargamento a 27 paesi, era la Gran Bretagna; eppure, nel referendum fatto da Harold Wilson nel 1975, due terzi dei votanti si pronunciarono a favore di quello che oggi chiameremmo remain. Allora i brexiters erano una minoranza, che si collocava sia all’estrema destra che all’estrema sinistra. Oggi le cose sono cambiate, non solo, com’è ovvio, in Gran Bretagna, ma dappertutto. In Italia, per esempio, in passato nei sondaggi l’85%/90% dichiarava entusiasmo per l’Europa o comunque era favorevole all’integrazione, mentre oggi questa percentuale è di gran lunga più bassa. Questo naturalmente vale anche per i paesi che si sono aggiunti dopo il crollo del comunismo: i loro abitanti si aspettavano miracoli, che non solo non sono avvenuti – i miracoli non succedono molto spesso, quello economico accaduto in Italia alla fine degli anni Cinquanta era una tantum – e dunque anche in quell’area l’euroscetticismo è aumentato enormemente. A beneficiare dell’aumento dell’euroscetticismo sono stati sopratutto i partiti di destra. Bisogna dire che negli anni Cinquanta, alle origini del processo che ha portato all’Unione Europea, ad essere euroscettica era soprattutto la sinistra: la maggioranza dei partiti di sinistra erano contrari all’integrazione. I socialisti italiani si sono aggregati ai sostenitori dell’Europa anche per pagare il pedaggio necessario per entrare nel centrosinistra, il PCI e il Labour Party hanno cambiato posizione in merito solo negli anni Sessanta, il Partito Comunista Francese lo ha fatto di malavoglia ormai negli anni Settanta. Nel ’56-’58, il processo che portò all’Unione Europea fu avviato dalla destra conservatrice: infatti i tre padri fondatori dell’Europa erano tutti dei conservatori cattolici: Schumann, De Gasperi e Adenauer. Successivamente però la sinistra ha progressivamente adottato l’idea europea e ha inevitabilmente lasciato spazio ai partiti di destra che hanno sfruttato l’euroscetticismo, sia con la critica dell’austerity, sia con la difesa del welfare, sia soprattutto con la difesa della nazione.

I casi dell’Ungheria e della Polonia fanno intravedere sempre più chiaramente il pericolo di una deriva nazionalista e autoritaria. Dove risiedono le radici storiche di questi fenomeni? E, anche alla luce di uno scenario internazionale segnato dal “ritorno della geopolitica” e da nuove tensioni con la Russia, è legittimo parlare di un ripensamento dell’allargamento ad Est?

Sassoon: No, io ero a favore dell’allargamento a Est, perché, in un certo senso, non c’erano alternative. Non si poteva non farlo, nelle condizioni di allora. Col senno di poi si può dire di tutto, ma allora bisognava assicurarsi che i nuovi regimi che guidavano questi paesi, che avevano vissuto sotto una dittatura, un regime che la maggioranza della popolazione non voleva, fossero legittimati. Entrare in Europa era necessario per la loro legittimazione. Anche l’allargamento precedente, cioè quello a Grecia, Spagna e Portogallo era dovuto a fattori politici più che economici. Per queste considerazioni penso che l’allargamento ad Est fosse inevitabile. Non credo sarebbe andata meglio se questi paesi fossero rimasi fuori dall’Europa: ci sarebbe stata comunque una deriva di destra.

Come valuta invece fenomeni come quello di Podemos? Come si inseriscono nel quadro che abbiamo delineato?

Sassoon: Podemos è interessante, ma la lezione greca ci fa essere pessimisti sulle sue possibilità. La lezione di Syriza è quella illustrata dalla metafora del treno: ha vinto le elezioni con un programma alternativo, poi si è trovata coinvolta in una serie di costrizioni che non si potevano superare. Questo è vero soprattutto per un paese relativamente debole e piccolo come la Grecia, ma in realtà nemmeno un paese più grande avrebbe potuto farlo. Dunque le prospettive di Podemos sono ottime se si tratta di rimanere all’opposizione, ma sono abbastanza scarse se dovesse per caso arrivare al governo, cosa che comunque è poco probabile nei prossimi tempi.

Affrontare il tema di una identità comune europea ci mette davanti alla constatazione della straordinaria forza che hanno mantenuto le identità nazionali, frutto di un lungo percorso di costruzione operato dagli apparati statali e dalle élite. L’Unione Europea dispone di strumenti politici e culturali adeguati a portare avanti un proprio percorso identitario, di meccanismi nuovi rispetto a quelli messi in atto dagli stati nel XIX secolo?

Sassoon: No, assolutamente no. L’Unione Europea è molto debole, ha scarsissimi poteri. Molti di coloro che sono contrari all’Unione Europea, come molti dei miei connazionali che hanno votato per la Brexit, hanno continuato ad alimentare l’immagine di un’Unione Europea forte, di una sorta di dittatura di burocrati senza pietà che se ne stanno a Bruxelles e che opprimono i poveri paesi, come la Gran Bretagna. La verità è invece che i poteri sono molto scarsi, che l’Unione Europea è nelle mani degli Stati nazionali e che comunque è priva del potere decisivo dello Stato, quello fiscale, il potere di far pagare le tasse. Secondo la mia definizione, uno Stato è un’entità che riesce legittimamente a far pagare le tasse, mentre uno Stato fallito (failed state) è appunto uno stato dove non si riesce a raccogliere le tasse. Gli Stati in Europa sono stati costruiti con la forza, non necessariamente con la violenza, ma comunque con l’autorità statale. Nel XIX secolo, degli Stati europei meno di dieci esistevano già cento anni prima, naturalmente non l’Italia né la Germania. Gli Stati che avevano una storia e un passato erano pochissimi. L’Europa di oggi conta più di 45 Stati (anche se dipende da dove vogliamo collocare le frontiere dell’Europa): questo vuol dire che nel corso degli ultimi 150 anni a vincere è stata l’idea della Nazione, costruita da uno Stato che ha in mano il potere fiscale, ma anche l’educazione (e dunque che è in grado di fissare le coordinate dell’identità storica), che può fare guerra, mettendo in uniforme gente che non ha molto in comune. Basta pensare all’Italia durante la Prima Guerra Mondiale: un siciliano nel 1915, figlio di un padre che probabilmente non era nato in Italia poteva ritrovarsi in uniforme, a cantare un inno nazionale, mandato da un sovrano in Trentino a combattere gli austriaci. In questo modo l’identità nazionale si rafforzava enormemente. Morire per la patria è spesso qualcosa che viene imposto e non sempre una scelta. Ma cos’è la patria? È un costrutto, qualcosa che poteva essere costruito in modo diverso. Difatti molti degli Stati che hanno partecipato alle varie guerre europee sono nazioni che si sono sentite vittime di uno stato più grande e che hanno pensato che se fossero state padrone del proprio destino le cose sarebbero andate diversamente. Le vie d’uscita di tipo nazionalista sono aumentate enormemente: questo è, ad esempio, ciò che è avvenuto quando la Jugoslavia, paese inventato dopo la prima guerra mondiale, si è sciolto in un gran numero di stati. È stata soprattutto la fine degli imperi che ha portato alla moltiplicazione degli stati: la maggior parte dei nuovi stati del XX secolo sono il prodotto della dissoluzione o dell’Impero Austroungarico, o dell’Impero Ottomano e poi dell’Impero Zarista/Sovietico. Dunque non c’è mai stata un’identità europea. L’Europa non è mai stata governata da un centro. Carlo Magno, Napoleone o Hitler ci hanno provato, ma non ci sono mai riusciti e dunque la continuità dell’Europa sta proprio nella sua disgregazione. L’Unione Europea proponeva una via d’uscita da questa storia, da questo passato, ma tuttora l’identità europea è una cosa che non esiste. Ci si sente europei quando si è in Cina, non quando si è in Europa.

L’Europa, da ormai un secolo adagiata su di un piano inclinato che la fa scivolare dal centro verso la periferia del mondo, quali strade può percorrere per tener assieme virtuosamente democrazia, stato nazionale e globalizzazione economica?

Sassoon: L’Unione Europea era appunto un tentativo di trovare un nuovo ruolo mondiale per l’Europa. L’Europa è stata il centro del mondo più o meno dal XVIII secolo in poi. Immaginiamo che un’astronave di marziani fosse potuta scendere sul pianeta e fare una specie di inchiesta: se fossero arrivati nel 1750 avrebbero osservato il mondo e visto colonie spagnole in America meridionale, una colonia inglese nell’America del Nord e poi la Cina, un paese importantissimo, molto avanzato, l’unico paese che pur avendo allora cento milioni di abitanti era in grado di tenerli insieme con un sistema burocratico senza pari. Se avessero visto l’Europa l’impressione sarebbe stata quella di un gran pasticcio, con alcune potenze, come Francia e Gran Bretagna, che stanno facendo delle conquiste ma complessivamente senza grandissima importanza. Se poi l’astronave fosse tornata dopo due secoli, i marziani avrebbero osservato uno scenario molto diverso: avrebbero visto la decolonizzazione, un ruolo dell’America molto più forte rispetto all’Europa… Oggi è chiaro che il futuro sta nelle mani di grosse nazioni con molti abitanti, come appunto Stati Uniti e Cina. Il futuro dell’Europa non può essere naturalmente un ritorno al passato. Una delle poche previsione che uno storico può fare è che l’Europa non conquisterà più il mondo, non sarà più il centro del mondo. Che ruolo può avere dunque? L’Unione Europa dava almeno la possibilità di salvaguardare il patrimonio economico avendo un grande e forte mercato, di mantenere una forza culturale abbastanza importante, sebbene non importante quanto quella degli Stati Uniti – di gran lunga il paese culturalmente più importante ormai da moltissimi anni. Quello avrebbe potuto essere il ruolo dell’Europa. La crisi attuale invece ci consiglia il pessimismo.

Donald Sassoon e la storia del socialismo europeo

Qual è stato il ruolo delle forze socialiste nella costruzione di un’Europa che appare dominata dall’ethos del mercato? La sinistra europea si è rassegnata al trionfo del mercato e dell’ideologia neoliberista?

Sassoon: L’area socialista, che come dicevo prima, non è stata per nulla tra coloro che diedero inizio al processo di costruzione dell’Europa, comunque non lo aveva ostacolato, era rimasta neutrale in quanto di base aveva accettato il mercato già dal ’45. Di fatto anche i comunisti, non solo italiani ma anche francesi – e ovviamente la socialdemocrazia europea – già nel 1945 avevano adottato una strategia per cui, pur rimanendo ideologicamente anticapitalisti (perché faceva parte della tradizione) nella realtà miravano alle riforme, alla crescita del welfare, a zone di difesa del sociale e sopratutto alla redistribuzione di alcuni beni sulla base del principio socialista di “dare a chi ha bisogno e non solo a chi può pagare”, principalmente per quanto riguarda due beni centrali come la salute e l’educazione. Per fare questo occorreva che il capitalismo funzionasse bene. Anzi, più funzionava e meglio era. Il paradosso, dunque, era che questi partiti (di tradizione anticapitalista) in realtà ottenevano ottimi risultati con l’ulteriore crescita del capitalismo. Il capitalismo cresceva, c’erano più soldi a disposizione da tassare facendo così funzionare il welfare state. Dunque i partiti più filocapitalisti nella loro pratica erano proprio i partiti anticapitalisti, cioè i partiti della sinistra, già dal ’45. Poi dopo il 1980, durante il ciclo neoliberista, ovviamente questi partiti si sono trovati costretti a difendere il passato, invece di essere proiettati verso il futuro. Invece di porsi come i partiti che promettevano in prospettiva un mondo di gran lunga migliore, dove non solo la salute e l’educazione sarebbero state distribuite in modo gratuito a tutti, ma sempre più beni, erano costretti a diventare partiti conservatori, nel senso che si battevano per tornare indietro, per difendere le conquiste del passato.

Professor Sassoon, per quanto riguarda l’Italia e i suoi studi sulla strategia politica di Togliatti, è possibile cogliere nella sua dimensione internazionale e nel rapporto che teorizzava tra socialismo e democrazia, come componenti inscindibili della ricerca di una “via nazionale”, i fondamenti della linea politica seguita dal PCI nel periodo cruciale per i futuri assetti globali che è rappresentato dagli anni Settanta?

Sassoon: Per Togliatti, “via nazionale” voleva dire che all’interno dell’Italia il PCI doveva essere libero di fare le sue scelte. In cambio dava all’Unione Sovietica la garanzia che dal punto di vista internazionale il PCI avrebbe continuato ad appoggiare le scelte generali di politica estera dell’Unione Sovietica. Il comunismo sovietico, quindi, non avrebbe rappresentato un prospettiva per il futuro dell’Italia. Dunque “via nazionale” voleva dire proprio questo: “a casa nostra facciamo quello che vogliamo noi, però vi sosteniamo al di fuori”. Questo ha funzionato almeno fino al 1956: quando c’è stata l’invasione dell’Ungheria il PCI ha appoggiato l’invasione sovietica, malgrado i dissensi all’interno del partito. La cosa è andata avanti, fino al ’68, fino all’invasione della Cecoslovacchia, fino all’Eurocomunismo. Dunque la strategia di Togliatti è durata quello che è durata, ma non è durata più di trent’anni.

Rimaniamo sul caso italiano, lei sottolinea al fianco della “questione comunista” l’importanza della “questione democristiana” e preferisce parlare di centralità dell’organizzazione delle masse. Quali sono le sue principali peculiarità? Qual era la visione di Togliatti? E come hanno agito queste forze nel fondamentale processo di conversione alla democrazia delle grandi masse che il regime fascista e la Liberazione avevano messo in movimento?

Sassoon: Farei un discorso un po’ più generale. Quello che a me sembra abbastanza ovvio, è che, benché l’Europa occidentale sia stata capitalista dal XIX secolo (insomma: da prima della rivoluzione russa), non ci sono stati partiti apertamente filo capitalisti a dominare il panorama politico interno. I grandi partiti europei sono stati o partiti di tipo nazionale. I gollisti, ad esempio, o i conservatori britannici che all’origine non erano un partito filo capitalista (semmai erano i liberali inglesi ad essere filo capitalisti). In Italia la peculiarità era proprio che non c’era un partito filo capitalista, se non quello liberale che aveva pochissimi voti e che rappresentava coscientemente i ceti capitalisti e la borghesia capitalista, di dimensioni ristrette. Dunque i grandi partiti italiani rappresentavano una volontà di allargare la sfera del sociale. È per questo che si poteva fare un compromesso più o meno storico, cioè il fatto che il partito del centrodestra non era un partito filo capitalista ma era un partito che doveva esprimere rivendicazioni che erano presenti nelle masse italiane. Per questo Togliatti è al governo con i democristiani e viene espulso dal governo per motivi internazionali, non tanto per motivi interni, quando la DC capisce che può gestire il paese senza il PCI, alleata con i piccoli partiti. Questa è una delle grandi peculiarità dell’Italia, ma anche negli altri paesi. Negli anni ’50 la sinistra è fuori dal potere in quasi tutta Europa, Scandinavia esclusa. Non ha il potere né in Germania né in Francia né in Italia, eppure sono anni in cui hanno luogo riforme sociale. Cosa significa tutto ciò? Significa che l’egemonia politica era di centrosinistra e che la destra doveva fare una politica che comunque cercava di bloccare l’avanzata della sinistra, ossia una politica di centrosinistra. Era esattamente il contrario di quello che succede oggi quando invece, anche quando la sinistra va al potere, fa una politica di centrodestra volta a rimuovere le rigidità dei mercati. Questo significa che i partiti sono importanti, ma che vi sono anche dei condizionamenti di carattere economico, culturale e politico che fanno sì che un partito non può scegliere di fare come vuole.

La Gran Bretagna: da Stuart Hall alla Brexit

Parlando di Gramsci, risulta stimolante approfondirne la vicenda della sua ricezione in ambito britannico. Un uso precoce, che risale sino ai primi anni Sessanta, quando il suo pensiero era ancora poco conosciuto al di fuori dell’Italia, e che ha portato a formulazioni di grande originalità e spessore. Ci riferiamo soprattutto a Stuart Hall e all’uso che ha fatto della categorie gramsciane nell’analisi del thatcherismo. Gli anni Settanta vedono la fine dell’ordine egemonico postbellico, quello della classe media allargata, la crisi economica ha rotto quest’equilibrio e ha aperto lo spazio della risposta neoliberista e specificatamente thatcheriana che ha rappresentato non solo una questione economica ma è andata più a fondo, è stata una ideologia che si è rivolta alle paure, alle identità perdute, un nuovo idioma che ha cambiato i termini del linguaggio politico. Per Stuart Hall serve una nuova egemonia per sfidare il neoliberismo. Qual è la diffusione nel mondo anglosassone delle categorie gramsciane dalla ritrovata vitalità politica e non più solo storica? Qual è stato il processo che ha portato alla loro assunzione da parte della corrente dei cultural studies e alla loro attuale affermazione internazionale?

Sassoon: Il grande merito di Stuart Hall e di altri studiosi (ma soprattutto di Stuart Hall), è appunto quello di non aver semplicemente studiato Gramsci, come molto spesso si è fatto in Italia. Non ci si è chiesti cosa avesse veramente detto Gramsci, se questi quaderni fossero stati scritti o meno, per non palare delle storie di quanti sono i quaderni, quelli veri o quelli falsi, e così via. Si tratta di questioni accademiche. Lo dico in modo negativo, anche se io stesso faccio parte dell’accademia. Stuart Hall ha invece adoperato Gramsci per capire la Gran Bretagna, una realtà di cui Gramsci non sapeva assolutamente nulla. Questo è quello che si dovrebbe fare con un teorico: si prende una metodologia e la si inserisce in un contesto diverso, cercando di capire che cosa ne può emergere. Mi ricordo i seminari di Stuart Hall quando la Thatcher era appena stata eletta e Stuart aveva già capito in che direzione si sarebbe andati, che quello non era un normale governo conservatore ma un governo che era in grado di interpretare dove va il mondo. Questa è la lezione dell’egemonia, la lezione di Gramsci, cioè di arrivare a stabilire un nesso tra cose che sembrano diverse e separate, metterle insieme in un’unica narrativa, in un unico discorso. Naturalmente anche quel discorso era contradditorio: i discorsi politici sono spesso contradditori. Comunque il punto in questione era di mettere insieme quel tipo di discorso e di raccontare al paese una storia nazionale cosa che la sinistra è raramente riuscita a fare; tra le eccezioni c’è il governo laburista dei primissimi anni del dopoguerra.

Continuando a parlare di Regno Unito e tornando al presente, quali sono i principali fattori che hanno portato al voto sulla Brexit e quali ne sono le implicazioni?

Sassoon: Sulla Brexit si continuerà a discutere perché ogni giorno ci sono delle novità. Di recente, l’Alta Corte della Gran Bretagna ha deciso, con mio stupore devo dire, che i deputati devono votare loro stessi se invocare l’Articolo 50, con la quale l’Inghilterra chiede ufficialmente di uscire dall’Unione Europea. È impossibile dire cosa ha portato a questo, perché la gente (e soprattutto i commentatori e i giornalisti) sembra addirittura dimenticarsi che la Brexit ha vinto con il 52% e dunque, in realtà, il paese è spaccato in due. Uno può fare tutti i discorsi che vuole sulla “gente” ma la “gente” non è un blocco unito che ha votato si o no. Il “blocco” si è spaccato in due e al suo interno ci sono varie correnti, varie possibilità. Senza dubbio molti hanno votato per la Brexit perché pensavano che l’Unione Europea costa troppo, altri hanno votato per la Brexit perché pensavano che la Gran Bretagna fosse controllata da Bruxelles altri hanno votato perché non volevano gli immigrati, non solo quelli che vengono dall’Europa ma gli immigrati in generale, senza capire che le due cose non c’entrano l’una con l’altra. È un voto complicato, di fatti i negoziati saranno complicatissimi e nessuno è in grado di dire quello che succederà. Ci hanno provato i vari centri economici e finora, oltre al fatto che è diminuito il valore della sterlina (questo lo hanno previsto tutti) per le altre cose non abbiamo la più pallida idea. Ma quello che vorrei aggiungere è la cosa straordinaria che questa gravissima decisione politica, che avrà implicazioni enormi per il futuro della Gran Bretagna e che probabilmente avrà implicazioni enormi anche per il futuro dell’Europa, è dovuta ad una scelta assolutamente interna al partito conservatore. Il primo ministro David Cameron l’ha indetto pensando di vincerlo e di mettere quindi finalmente a tacere gli euroscettici all’interno del partito: avrebbe così risolto una questione del partito conservatore. Invece ha sbagliato tutto. È raro nella storia di questi ultimi cent’anni che un errore politico di tale gravità sia stato commesso per motivi talmente meschini e interni. Era un errore facilissimo da evitare ma Cameron non lo ha fatto e passerà quindi alla storia come, secondo me, il peggior primo ministro della storia britannica dai tempi in cui Lord North perse le colonie americane.

Per concludere, ritiene che l’idea socialista abbia un futuro nel mondo di oggi?

Sassoon: Se per socialismo si intende un mondo post capitalista, allora no. Riflettendo, il socialismo democratico, non è mai stato davvero presente al di là dell’Europa occidentale. Al di fuori di essa non c’erano partiti socialisti forti. Negli Stati Uniti c’era un partito socialista ma è morto nei primi anni del XX secolo. In altri paesi, ad esempio, c’è stato un socialismo africano che ad un certo momento era molto promettente, ma poi non ha funzionato. Poi c’è stato il socialismo arabo alla Nasser ma anche quello non ha funzionato. Poi c’era il comunismo. Oggi il paese che avanza più nettamente sulla via del capitalismo al mondo è la Cina: una cosa stranissima, essendo la Cina un paese comunista, diretto da un partito comunista (e dunque diretto da comunisti). Eppure sta avanzando a vele spiegate verso il capitalismo. Io sono un vecchio socialista ma cerco di esaminare le cose con una certa freddezza e dunque non vedo assolutamente un futuro per il socialismo. Sorry!

Scritto da
Francesco Rustichelli

Segretario di redazione di Pandora Rivista. Laureato in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Collabora con diverse riviste cartacee e online.

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