Il capitalismo italiano oggi. Intervista a Giuseppe Berta

Giuseppe Berta Pandora

Giuseppe Berta, attualmente docente di storia contemporanea all’Università Bocconi di Milano, si occupa principalmente di storia dell’industria e storia delle élite economiche. Fondatore e presidente dell’Assi (Associazione di Storia e Studi sull’Impresa), è stato inoltre a lungo responsabile dell’Archivio Storico Fiat. Autore di numerose e importanti pubblicazioni, di cui ricordiamo alcune tra le più recenti, che abbiamo recensito su Pandora: Produzione intelligente. Un viaggio nelle nuove fabbriche, Torino, Einaudi, 2014; La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione, Bologna, Il Mulino, 2015 e Che fine ha fatto il capitalismo italiano? Bologna, Il Mulino, 2016.

L’intervista verte sulle caratteristiche e sulle problematiche del capitalismo e del sistema industriale italiano e sui suoi possibili sviluppi futuri in rapporto ai cambiamenti globali a cui stiamo assistendo. I temi affrontati in questa intervista, unitamente ad altre questioni, vengono trattati dal prof. Berta anche in un articolo uscito sul numero 5 di Pandora, nella versione cartacea, dedicato alla politica industriale. È possibile ricevere questo e altri numeri della rivista seguendo le istruzioni riportate a questo link.


Nel suo libro “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?” parla delle locomotive dello sviluppo, chiedendosi se il Nord-Ovest sia ancora un’area forte in Europa. Nello specifico, afferma che il Nord-Ovest ha risentito di un processo di sfaldamento delle grandi organizzazioni. È possibile ricreare tali locomotive solo tramite le piccole e medie imprese senza apporti significativi da parte della grande imprenditoria, che secondo lei in questo momento vive una fase di “destrutturazione del capitalismo”?

Giuseppe Berta: Credo che il nucleo della nostra industria sia oggi composto dalla concentrazione delle medie imprese dinamiche ed esportatrici, diffuse nel tessuto economico del Centro-Nord. Non dalle piccole, che spesso arrancano con difficoltà: non dimentichiamo che l’80% del valore della produzione manifatturiera è realizzato da appena un quinto delle imprese italiane. Ciò significa che il resto – cioè i quattro quinti – concorrono soltanto per il 20%, il che denota lo stato difficile e spesso a rischio in cui esse versano.

E tuttavia le medie imprese rappresentano una base insufficiente per trainare lo sviluppo italiano nel suo complesso. E allora ci vorrebbero condizioni diverse per la ripartenza dell’economia: si potrebbe ipotizzare la crescita di un nuovo grappolo di grandi imprese. Ma personalmente sono impressionato dal fatto che l’unica nuova grande impresa italiana, cresciuta dagli anni Sessanta a oggi, cioè Luxottica, abbia scelto per il suo futuro un’alleanza con un’impresa francese che implica il trasferimento a Parigi del suo centro direttivo (con il delisting dalla Borsa di Milano). Ciò è grave, in quanto segnala che le grandi imprese non trovano nel contesto italiano una situazione favorevole per il loro consolidamento.

L’altra condizione, che mi sembra forse meno improbabile della prima, è di ipotizzare una crescita del numero delle medie imprese, dal momento che non vedo una “grande imprenditoria” disposta investire in Italia. Dovremmo cioè costituire un retroterra favorevole al potenziamento del sistema dell’impresa media, in modo da moltiplicare il numero dei suoi attori.

Nel libro lei mette in guardia contro i rischi della “sovraqualificazione”, affermando che una più corretta allocazione dei “lavoratori della conoscenza” è cruciale per lo sviluppo economico italiano. Da questo punto di vista, cosa ne pensa del recente “sistema duale” messo in piedi dall’ultima riforma scolastica? Pensa che in questo modo si possa arginare il problema della “overeducation”, almeno per chi non sceglie di iscriversi all’università? Infine, è possibile pensare un piano d’azione simile anche per i laureati?

Giuseppe Berta: Non credo che una questione così complessa come quella della tendenziale sovraqualificazione dei lavoratori possa essere affrontata e risolta mediante l’alternanza scuola-lavoro. Io ci vedo soprattutto uno scarto grave e crescente fra l’intelligenza collettiva presente nel lavoro giovanile e le possibilità d’impiego che esso può trovare. Si tratta di una questione che è presente in tutta la società occidentale e che riguarda lo spreco di risorse attuato dai modi di organizzazione dell’economia.

Il problema della conoscenza dei lavoratori non influisce solo sul loro lavoro, ma anche sulla rappresentanza. Lavoratori più qualificati sono maggiormente consapevoli delle proprie mansioni e delle dinamiche aziendali. Nel libro “Produzione Intelligente”, lei prende spunto dagli scritti di Bruno Trentin, “Lavoro e Libertà”, per ricordare come sia necessaria una rivisitazione del ruolo del sindacato in modo da coinvolgere i lavoratori nelle decisioni aziendali. Come è percorribile questa strada?

Giuseppe Berta: Questa è una domanda molto difficile perché chiama in causa le politiche e le attitudini del movimento sindacale. Il quale mi sembra oggi schiacciato dentro una contraddizione: da un lato, deve far fronte alle urgenze immediate del lavoro, inerenti soprattutto alla sua mancanza e al fatto che vengono meno molti posti di lavoro; dall’altro, dovrebbe esprimere complesse istanze partecipative che, per loro natura, riguardano solo alcuni segmenti, piuttosto elevati, del mondo del lavoro. Dunque, il sindacato è preso in una morsa, che lo sollecita a rispondere a molte domande divergenti. Dovrebbe compiere un gigantesco sforzo di autoformazione, che in questo momento non so se abbia le risorse per fare.

Allo stesso tempo, la controparte, ovvero Confindustria, è interessata ad un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella vita dell’impresa? E soprattutto, anche se fosse interessata, la sua voce può essere ancora determinante nella vita delle imprese affiliate, in modo da rendere effettive le decisioni? Eventualmente, come dovrebbe comportarsi Confindustria per riacquisire la rappresentatività perduta?

Giuseppe Berta: Al momento mi sembra che la Confindustria sia del tutto priva di influenza, sfidata nella sua stessa esistenza. Non c’è mai stato un presidente tanto debole come Vincenzo Boccia e la rappresentanza imprenditoriale mi pare incapace di esprimere un orientamento: Che dovrebbe fare? Ripartire dalle imprese e dai loro problemi! Già, ma da quali imprese? Non certo dalle poche grandi che sono rimaste, Eni, Enel, Poste, ecc.; che fanno parte di un blocco di consenso “politico” di estrazione governativa. Leonardo-Finmeccanica potrebbe essere l’eccezione, ma ha bisogno di un nuovo vertice. Dovrebbe certamente privilegiare le imprese più dinamiche, le medie, come ho già detto, ma ciò significa avviare una radicale revisione della rappresentanza, che temo Confindustria non abbia le risorse per operare. Certo, se va avanti così, la decadenza di Confindustria è scontata.

Quali sono le prospettive future di FCA, che da Confindustria è rumorosamente uscita? Leggiamo in questi giorni che sono in programma nuovi investimenti negli Stati Uniti. Ma quali saranno le relazioni con l’Italia? L’azienda si allontanerà lentamente dalla madrepatria oppure Torino resterà centrale per il gruppo internazionale?

Giuseppe Berta: Già da tempo Torino non rappresenta per FCA la sede del proprio quartier generale. Nel medio periodo il destino del gruppo sta in una nuova fusione. Il candidato naturale, vista l’attuale tendenza alla focalizzazione sugli Stati Uniti, ruvidamente sollecitata anche dal presidente Trump, è General Motors, che si sta riposizionando a propria volta (attraverso la probabile cessione di Opel a PSA). Ma si tratta di un’ipotesi che va vagliata nei fatti. Per quanto riguarda l’Italia io penso che dovrebbero essere al sicuro le produzioni relative ai marchi Maserati e Alfa Romeo (che potrebbero presto confluire in una società autonoma). Vedo forse più incerta la produzione del marchio Jeep, che è un marchio tipicamente americano. Per il nostro Paese è però importante mantenere una quota significativa di produzione in Italia: ricordiamo che l’anno scorso circa 120 mila vetture prodotte qui hanno presso la via degli Usa. Ciò significa che l’export del Mezzogiorno è fortemente dipendente dall’auto.

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Indice dell’articolo

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Crediti immagine: da Michal Jarmoluk [CC0 Creative Commons], attraverso pixabay.com


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Lorenzo Cattani è laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School. Enrico Cerrini ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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