Intervista a Giuseppe De Rita

Intervista De Rita

Le personalità interpellate nell’ambito delle interviste promosse da Pandora provengono da ambiti differenti. La composizione di ottiche, punti di vista e competenze differenti è un prerequisito necessario per un tentativo di comprensione della complessità del presente. In questo quadro la comprensione delle trasformazioni della società da un punto di vista antropologico, economico e sociologico, svolge un ruolo centrale. Per questa ragione abbiamo deciso di intervistare Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), autorevole istituto di ricerca impegnato nello studio della società italiana. L’intervista è a cura di Giacomo Bottos, Raffaele Danna e Lorenzo Mesini.


Domanda: Dottor De Rita, Lei ha scritto nel suo Dialogo sull’Italia che gli schemi e gli strumenti di ricerca sociale si rivelano inadeguati a descrivere pienamente le dinamiche e i profondi cambiamenti in corso nella nostra società. Che cosa intendeva dire con questo? Quali sono secondo lei i limiti e le prospettive di un programma di ricerca sociale che voglia raccogliere la sfida di interpretare i cambiamenti in corso? Qual è stato il ruolo che l’uso improprio di strumenti di indagine come i sondaggi ha giocato nella crisi della rappresentanza nella società italiana?

De Rita: Ci sono tre fattori che creano una situazione di difficoltà per la ricerca sociale in Italia. Il primo è dato dai ricercatori sociali che non mi sembrano, me compreso, in grande forma. Tutti centrati su se stessi, sulla loro carriera, anche accademica. Qualcuno si accorge che a Roma oltre al CENSIS ci sono centocinque professori di prima e seconda fascia di sociologia?  Centocinque professori di sociologia nella stessa città dovrebbero spaccare il mondo. C’è un declino della cultura della ricerca sociale che è profondamente connesso al declino delle persone.

Secondo punto. C’è un declino di questo tipo di ricerca perché una considerazione basata solo su fattori sociali oggi non è più sufficiente. Noi al CENSIS facciamo i socio-economisti. Poi, una volta all’anno, ho la possibilità di fare una riflessione di carattere generale, di filosofia della società. La nostra è una professione che è fatta di incroci con altre discipline, come l’economia o l’urbanistica. Posso citare ad esempio il nostro testo sul cratere dell’Aquila e il terremoto, dove il sociale c’entra fino a un certo punto. L’ibridazione ha diminuito l’autonomia del sociale. In particolare, le ibridazioni praticate fino ad oggi non bastano più: quelle con l’economia, con l’urbanistica, con il diritto sono quasi obbligate e danno poco. Quella che potrebbe dare maggiori risultati è quella con l’antropologia. Oggi, per fare ricerca sociale bisogna fiutare e capire i caratteri antropologici più diffusi. Si parla molto di individualismo, egoismo, nichilismo, narcisismo: sono tutti fatti antropologici. Chi fa oggi studi nel sociale sul narcisismo? In definitiva, il collegamento e l’ibridazione con altre discipline non è riuscito o non riesce, almeno per ora, a dar molto.

Il terzo punto riguarda la strumentazione. Noi ricercatori sociali abbiamo sempre pensato che il primato metodologico andasse dato non al sondaggio ma all’interpretazione, alla conoscenza dell’oggetto. Il sondaggio è visto come un elemento quasi iconico: come recepiamo l’opinione? I primi lavori della Doxa, negli anni Quaranta e Cinquanta, erano incentrati sulla conoscenza del consumatore, dell’elettore. Ecco, è questo rapporto di conoscenza della controparte, cioè della realtà che dobbiamo valutare, che è andato svanendo. Non è soltanto la tecnica del sondaggio che salta, ma certe volte mostrano i loro limiti anche forme più sofisticate di indagine: focus group o analisi di campo, a cui sfugge l’oggetto della ricerca: le persone, i gruppi sociali, la realtà territoriale che si vuole interpretare. Ci troviamo di fronte a ciò che noi chiamiamo lo “scaltro genio dell’oggetto”: l’oggetto intervistato si nasconde, risponde come vuole, non si fa più interpretare. Non si tratta di un puro fatto strumentale (“non funziona il sondaggio”). Non c’è più quel rapporto, anche di confidenza, tra interprete e interpretato che una volta c’era. Questi sono a mio avviso i tre principali fattori.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Limiti e prospettive della ricerca sociale secondo de Rita

Pagina 2: De Rita e il processo di cetomedizzazione

Pagina 3Il popolo della sabbia

Pagina 4: Il rapporto pubblico-privato


Crediti immagine: da Luiz Centenaro [CC0 Creative Commons], attraverso unsplash.com


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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. Direttore responsabile della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Raffaele Danna: Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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