Intervista a Giuseppe De Rita

Intervista De Rita

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De Rita e il processo di cetomedizzazione

Domanda: Nel suo lavoro di ricerca Lei ha descritto in modo articolato il processo di cetomedizzazione che ha caratterizzato la società italiana dopo il secondo conflitto mondiale. Ha anche affermato che tale processo è avvenuto in Italia in modo non del tutto efficace. Questa crisi della configurazione della società di mezzo è da imputarsi solo a cause di natura esogena alla società italiana o si è trattato anche della crisi di alcune delle sue dinamiche interne?

De Rita: Il processo di cetomedizzazione è inscritto negli anni Settanta perché lì ci sono tutte le condizioni per un passaggio di agiatezza, di orgoglio, di scala sociale, di status. Negli anni Settanta avvengono una serie di processi fondamentali, di cui all’epoca non ci si era resi conto. La stampa non si occupava di quelle cose, ma dall’autunno caldo, della cacciata di Lama, della morte di Moro: cose certamente importanti ma che non hanno inciso sulla struttura sociale italiana.

Cos’è successo negli anni Settanta? Primo: l’esplosione dell’economia sommersa. Tutti hanno potuto fare quello che volevano, per agire, organizzare, guadagnare. Secondo: l’esplosione del lavoro indipendente, un settore che poi è diventato enorme. Terzo: l’aumento del numero della imprese. Soltanto nell’industria le imprese sono passate da 500 000 nel 1971 a un milione nel 1981, il che significa che in dieci anni abbiamo raddoppiato lo stock di imprese private. Quarto: i processi di migrazione interna che erano iniziati negli anni del boom, negli anni Sessanta, si sono consolidati. Di fatto si era conclusa l’avventura del meridionale che arrivava a Sesto San Giovanni, e c’era invece chi a Sesto San Giovanni si organizzava diversamente: si insediava, comprava casa ecc.
Quinto: la grande corsa al mutuo per la casa. Sesto: il grande aumento dell’impiego pubblico: dai bidelli nella scuola agli insegnanti (legge Andreatta 1977-1978), la legge per il laureati ecc.

Tutti questi elementi hanno contribuito alla formazione del ceto medio. Questa società è diventata di fatto un grande lago in cui tutti confluivano: il lago del ceto medio. Nel lago del ceto medio entrava il forestale calabrese assunto dalla pubblica amministrazione come bidello, che diventava impiegato pubblico, percepiva uno stipendio sicuro, si faceva la casa, abusiva o meno. Ma ne veniva a far parte anche il professore di latino e greco dei grandi licei italiani, una volta considerati l’élite del mondo: un professore capace anche di scrivere libri, che poi è diventato un impiegato pubblico. Tutto ciò ha creato una sorta di ammassamento sociale in questo metaforico lago. Questo ha comportato due difetti.

Primo: gli appartenenti al ceto medio erano troppi e troppo diversi. Per questo la parola cetomedizzazione era la più corretta: non si trattava di imborghesimento di altri ceti e nemmeno della formazione di una nuova borghesia, di una nuova classe, del terzo o del quarto stato. Fu peraltro anche la dimensione di questo processo di cetomedizzazione a far si che la nuova entità sociale assumesse un carattere informe.   Quando in questo lago sono finiti milioni e milioni di persone, l’informità era inevitabile.

Secondo: psicologicamente la cetomedizzazione ha significato l’assunzione di caratteri propri della piccola borghesia, soprattutto sul versante dei consumi: la seconda casa, la seconda macchina, il telefonino ecc. Questo è stato un aspetto dirimente dell’imborghesimento. Tutto faceva parte di questo fenomeno, che però non dava luogo all’emergere di una nuova borghesia, magari espressione di una parte di tale ceto medio. Questo non è avvenuto: il ceto medio è rimasto lì a sobbollire e adesso ne paghiamo le conseguenze. Voi giustamente richiamate il fatto che è arrivata la crisi. La crisi non ha favorito un passo in avanti del ceto medio verso l’assunzione di una responsabilità neoborghese, ma ha invece comportato un passo indietro del ceto medio verso la prudenza contadina, la sobrietà dei consumi, l’accumulo dei risparmi. Siamo diventati più prudenti e questo non ha favorito certo uno sbocco positivo del ceto medio.

Domanda: Nel libro Il popolo e gli dei Lei delinea il progressivo divorzio tra élite (politiche, economiche…) e popolo. In uno sguardo retrospettivo, con riferimento al ruolo della politica e al suo rapporto con la società nella storia italiana del dopoguerra, Lei sembra riconoscere alla politica un ruolo duplice. Da un lato un ruolo di accompagnamento e promozione dello sviluppo sociale e della crescita economica; dall’altro di essere all’origine, o comunque di aver aggravato, alcune delle tendenze che stanno alla base di certi problemi della società italiana di oggi. Potrebbe chiarire meglio questa complessa relazione?

De Rita: Torno agli anni Settanta, che un giorno qualcuno dovrà studiare meglio. Negli anni Settanta il ruolo della politica fu discusso a lungo, anche perché tutto ribolliva intorno a noi: c’era la paura della pistolettata quando uscivi dal cancello, gli scioperi generali del 1969 e poi del 1972. C’era un casino infernale. La politica che faceva, che doveva fare? Eppure c’era qualcosa di più profondo che stava accadendo, anche rispetto al tema della fermezza contro il terrorismo.

Ci fu una lunga discussione tra Andreotti e Moro sulle loro rivistine politiche. Nella rivista dei morotei Moro scrisse che in una società come quella degli anni Settanta, caratterizzata da capacità di movimento e sviluppo economico dato anche dalla piccola impresa, la politica dovesse orientare i processi, accompagnarli verso un fine, dare loro un orientamento, una direzione. Con ciò si riaffermava l’idea morotea del primato della politica: la politica deve guidare la società. Andreotti rispose, nel maggio del 1973, sulla sua rivista “Concretezza”, dicendo invece che compito della politica non era quello di orientare la società ma solo di rassomigliarle, perché solo rassomigliandole si prendono i voti.

Questo nodo non è mai stato risolto. I due hanno avuto destini diversi. Dopo la morte di Moro, quattro anni dopo, nessuno avrebbe preso il suo ruolo ed ereditato la capacità morotea di fare disegni. Lo stesso Berlinguer non era nelle condizioni politiche di fare grandi disegni. Andreotti, d’altra parte, continuava a rassomigliare alla società, non aveva alcun problema. Così siamo andati avanti con una politica che è diventata sempre più simile alla società sino all’arrivo di Berlusconi e poi di Renzi, che avevano mostrato l’intenzione di restituire alla politica un primato. Lo stesso Berlusconi disse di voler cambiare tutto e di fatto non ha cambiato niente. Però vi era una stanchezza diffusa nei confronti di tutto il sistema precedente, dovuta all’idea che il tran tran andreottiano basato sul tentativo di assomigliare alla società conducesse a una politica inerme e inerte. Assomigliando alla società non devi far nulla. Il consenso dato a Berlusconi nel 1993 e poi anche a Renzi, nasceva dalla convinzione che fosse arrivato uno che si sarebbe ripreso la responsabilità di riorientare la società nel suo complesso. Non saprei dire quanto questo sia possibile, o quanto questo sia in qualche modo passibile di un certo successo, ma ho forti dubbi al riguardo. Alla fine si continua sempre ad assomigliare alla società. Per fare politica bisogna prima di tutto capire la società, ma se si vuole dare un imprinting esterno ad essa, rivendicando un primato della politica, allora serve una politica delle riforme. Di tanto in tanto viene rivendicato questo primato della politica ma poi questo proposito in genere fallisce.

Domanda: Lei ha affermato che la società italiana ha attraversato un processo di imborghesimento. Tale processo però ha portato alla diffusione soltanto di alcuni tratti dell’ethos propriamente borghese. Uno dei risultati di questa dinamica è che «oggi la classe si configura come stile di vita […] Questa cultura non può declinarsi in una critica di mera rivendicazione, è piuttosto legata a uno stile, a un modo di essere, a un ambiente, è un linguaggio». Potrebbe descriverci più approfonditamente questo processo che ha portato da una coscienza collettiva a un orizzonte di senso individuale e fondato sulla cultura del consumo? Quali sono secondo Lei le contraddizioni insite in queste dinamiche? Come si lega questo processo alla crisi della borghesia da Lei delineata nel libro L’eclissi della borghesia?

De Rita: Il nesso c’è e va spiegato. Esso deriva dal fatto che il ceto medio non è diventato vera e propria classe, che la neoborghesia come classe non è mai nata. Perché non è nata? Perché la classe è diventata un modo di vivere, un comportamento, non un’appartenenza statistica o sociale. L’origine della classe è un nesso tra interessi e identità. La rappresentanza politica e sindacale nasce a fine Ottocento, su due gambe: quella della rappresentanza degli interessi e quella della rappresentazione di un’identità collettiva. Si difendono quindi gli interessi dei lavoratori (l’orario, il salario, la sicurezza sul lavoro) da un lato e un’identità proletaria e sindacale dall’altro: da qui la classe operaia. Queste due cose, interessi e identità, sono sempre andate insieme. Anche la classe padronale, che sorge negli stessi anni, ha l’interesse di difendersi dagli scioperi incipienti della classe operaia e al tempo stesso difende un’identità. La prima associazione degli industriali italiani credo sia nata a Monza, non a caso vicino a Milano, dove c’erano grandi scontri e un’attività industriale di prima grandezza. Quindi c’era da un lato l’orgoglio di essere industriale dall’altro l’interesse di difendersi da quegli altri, da chi, ai loro occhi, aveva creato quella situazione.

Il ceto medio non è nato così: non c’erano interessi e identità. Quali erano i due piedi, le due gambe comuni su cui si posava? Negli anni Settanta l’interesse era quello di crescere, di esplodere: di creare nuova occupazione, nuova impresa, nuovo lavoro indipendente, di avere meno tasse ecc. Ma dopo? Di quali interessi sono portatori i nuovi ceti? Di quale identità? In parte di un’identità medio-alta (mandiamo i figli ad Harvard), ma così ritorniamo alle élite: non si tratta di un’identità di classe e diffusa. Oggi non abbiamo queste due gambe di formazione della classe. L’unico elemento di classe che il ceto medio ha ottenuto e perseguito è l’imborghesimento dei consumi e dei comportamenti.

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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. Direttore responsabile della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Raffaele Danna: Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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