Intervista a Giuseppe De Rita

Intervista De Rita

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Il popolo della sabbia

Domanda: Lei afferma che una delle conseguenze della globalizzazione e del capitalismo finanziarizzato è che i processi decisionali tendono progressivamente a verticalizzarsi in centri di potere sempre più lontani dalla dimensione orizzontale del territorio. Questi processi di allontanamento e dislocazione della sovranità assumono forme peculiari in Italia? Come si sono articolati concretamente in Italia i processi di neoliberalizzazione?

De Rita: La verticalizzazione del potere nella finanza non è una cosa nuova per l’Italia. Il ruolo del governatore della Banca d’Italia, fino allo stesso Draghi, sostanzialmente è sempre stato fondamentale. Nel periodo di maggiore peso della politica, ossia nel dopoguerra, quando c’erano De Gasperi e Togliatti venivano prese decisioni fondamentali per la politica internazionale, come l’ingresso nel Patto Atlantico, a comandare era Menichella prima, e Carli dopo. Questo perché il denaro, la circolazione monetaria, la massa di moneta in circolazione sono strumenti indispensabili per governare una società complessa. Oggi però un Carli per comandare dovrebbe andare a Francoforte, come ha fatto Draghi. Il sistema italiano non permette più alcuna verticalizzazione, ma è la base di un cono con la punta che sta in due livelli. Il primo è formale: la BCE, le decisioni e le direttive europee, i vincoli di bilancio, il fiscal compact ecc. Si tratta di una bella verticalizzazione, perché se stai a 2,7 o 2,8 del deficit sul PIL la cosa ti crea problemi, ma almeno è una verticalizzazione che conosci.

L’altra no, è la verticalizzazione dei mercati mondiali: un mondo dove la capitalizzazione di Google è pari al bilancio dello Stato italiano, o dove la dimensione delle grandi banche come Goldman Sachs è tale che la loro consulenza deve essere richiesta per ogni manovra che si fa. Un tempo, una fusione come quella Montecatini-Edison, fra le due più grandi aziende chimiche italiane, fusione che fu il più grande episodio di politica industriale italiana negli ultimi cinquant’anni, fu fatta dai vertici delle due aziende insieme al governatore di Banca d’Italia. Oggi le grandi aziende fanno queste operazioni in totale indipendenza rispetto alle finanze pubbliche, e le grandi fusioni diventano casi di finanza internazionale. Quindi la verticalizzazione formale va verso l’Europa mentre quella reale va verso i grandi circuiti finanziari mentre in Italia resta poco da verticalizzare.

Domanda: Nei sui lavori Lei elenca tre nuclei di sovranità che sembrano sopravvivere a questo processo di fuga della sovranità in un altrove irraggiungibile: la famiglia, l’impresa e il territorio. Questo è ancora vero nel quadro della crisi attuale? Come questi nuclei reagiscono al processo di disgregazione che origina quello che lei chiama “il popolo della sabbia”?

De Rita:  Se non ricordo male, “popolo della sabbia” è una vecchia dizione pre-risorgimentale, che mi sembra venga citata da Giulio Bollati, a significare quella frammentazione che noi oggi chiameremmo molecolarizzazione, ma la cosa è la stessa. Proprio per il fatto che il “popolo della sabbia” è un popolo di solitudini – ogni granello per sé e Dio per tutti – in una società piena di contraddizioni, ansie e paure come la nostra, si impone il bisogno di collegamenti fra gli individui, un bisogno che non nasce solo da interessi o da identità, ma da un’esigenza di coagulo. E questa esigenza trova soddisfazione prima di tutto nel nucleo della famiglia, che finisce per essere aggregante anche nei confronti del granello più disperso in caso di bisogno. Nella famiglia si trova anche supporto finanziario, ma prima di tutto un luogo di accoglienza. La famiglia è una sorta di impasto di sicurezza finanziaria e di ovattazione emotiva che mantiene ancora oggi la sua sovranità.

Allo stesso modo l’impresa è l’espressione tipica del “popolo della sabbia”: mi metto in proprio e apro un’attività, faccio impresa soprattutto nel momento in cui l’esigenza è quella di crearsi un lavoro. Abbiamo scritto di recente che in questo momento l’Italia ha come una strana reminiscenza di piccola imprenditorialità, quasi di sommerso, promossa da una tendenza della famiglia a investire sulla soglia bassa d’ingresso al mercato. Le famiglie non comprano partecipazioni in grandi aziende per i figli, ma preferiscono investire in attività a basso costo d’ingresso: la rosticceria, la pizzeria, il bed and breakfast ecc. Questo doppio movimento – della famiglia da un lato e di investimenti a bassa soglia d’ingresso dall’altro – fa sì che il meccanismo di aggregazione familiare e il meccanismo d’aggregazione imprenditoriale non solo confermino, ma solidifichino la loro influenza.

Il terzo fattore di aggregazione è il territorio, perché famiglia e piccola impresa si inscrivono in un territorio, su cui si innestano spesso anche orgogliose identità locali, convinte di esercitare la propria sovranità. Questi dunque sono i tre punti, peraltro mutuamente interconnessi e modificantisi, che danno l’illusione di poter collocare al loro interno l’esercizio della sovranità.

Domanda: De Rita, nei suoi scritti sostiene la necessità di rivalutare e riportare al centro la dimensione orizzontale e territoriale. Può darci alcuni esempi storici di esperienze efficaci di quello che Lei chiama sviluppo dal basso? Per quale motivo crede che il modello dello sviluppo dal basso sia ancora sostenibile nell’economia globalizzata?

De Rita: Noi del Censis abbiamo inventato il concetto di “economia sommersa” e “localismo”, all’incirca negli stessi anni, vale a dire all’inizio degli anni Settanta. Questa crescita dal basso è sempre cominciata come economia sommersa: a Valenza Po, ora leader nella produzione dei gioielli italiani, hanno cominciato così, e lo stesso è avvenuto a Prato, a Sassuolo, a Carpi. Economia sommersa, piccola impresa e localismo sono elementi strettamente legati nello sviluppo dal basso.

Questa è una caratteristica che non è mai stata accettata dalla cultura economica italiana. L’economia sommersa viene vista solo come un manipolo di evasori fiscali e di stracciaroli. Ricordo molto bene nei primi anni dello studio Ambrosetti, nel 1975-1976, come i due fratelli Agnelli mi definivano “l’amico degli stracciaroli”. Questo pregiudizio, questa mancata accettazione del fatto che lo sviluppo dal basso avesse quelle caratteristiche, continua anche oggi nel pensiero economico italiano. Si continua a non accettare che lo sviluppo dal basso sia quello. Un mio grande amico del Partito Comunista, Gerardo Chiaromonte, dedicò la pagina centrale di Rinascita, la rivista del PCI, al nostro rapporto sul localismo, dicendo “siamo al folclore economico”. Oggi si intervista il sindaco di Carpi perché la squadra è entrata in serie A, e il sindaco si sorprende che solo ora si scopra che a Carpi sono forti, che lì da quarant’anni si produce il due per cento del PIL italiano. E ha ragione il sindaco. C’è voluto il campionato di calcio per far arrivare il messaggio che il Censis ripeteva ormai da anni.

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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. Direttore responsabile della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Raffaele Danna: Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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