Intervista a Giuseppe De Rita

Intervista De Rita

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Il rapporto pubblico-privato

Domanda: Il rapporto pubblico-privato è stato uno dei cardini dello sviluppo italiano, che ha assunto forme talvolta virtuose e talvolta viziose. Su quali meccanismi virtuosi di collaborazione pubblico-privato si sono fondati i distretti produttivi italiani? Ritiene che oggi rilanciare nuove forme di questo rapporto non sia proponibile? In che senso afferma che «oggi fare un piano di politica industriale è assurdo?»

De Rita: Le questioni sono due: una riguarda la politica industriale e l’altra il rapporto pubblico-privato. Non so cosa dica oggi il governo o il Ministero per lo Sviluppo Economico. Bisognerebbe chiedersi innanzitutto cosa significhi oggi fare un piano di politica industriale. Io stesso ho scritto pagine e pagine su piani industriali –  il piano dell’auto, quello della chimica fine, ecc. –  fra il 1964-1965 e il 1971-1972. Erano anni in cui si credeva possibile fare piani industriali: ci credevamo tutti. Perché poi non ci abbiamo più creduto? Ritengo di aver scoperto che lo sviluppo stesse a Prato, a Valenza Po, a Sassuolo ecc., e ne sono ancora convinto.

Dalle dieci pagine di documento sulla banda larga io non capisco cosa sia la banda larga: io ho bisogno di vedere, di sapere chi ci sta dietro, chi la fa. Sembra più un contrasto fra potentati (Cassa Depositi e Prestiti, Telecom, ora Enel ecc.) in cui ci si divide il territorio. In passato nelle politiche industriali si partiva sempre dal settore. Oggi il settore crea sostanzialmente solo filiere logistiche: vendi occhiali in tutto il mondo e hai bisogno della filiera degli occhiali, non della politica industriale. È la filiera che crea la politica. Se si decide di vendere jeans, che li si produca in Cina o in Vietnam, interessa poco. È la filiera commerciale che impone una realtà produttiva, più che l’organizzazione logistico-produttiva. In passato pensavamo invece che la politica industriale nascesse dalla produzione: si produce la merce e poi la si vende. Oggi Benetton produce quello che ha venduto il giorno prima. È per via di questo capovolgimento che oggi ci troviamo, a mio avviso, nell’impossibilità di fare politica industriale di settore.

Questo è anche uno dei motivi per cui il rapporto pubblico-privato è diventato più difficile, in quanto il rapporto con la filiera sfugge al pubblico. Per fare un esempio: se Del Vecchio produce occhiali, finché  lo fa sulla montagna veneta non succede niente di particolare, ma quando arriva ad avere diecimila negozi a marchio unico Luxottica è il privato a produrre, e il pubblico non lo può aiutare. Guardiamo la Fiat. La Fiat è l’azienda che ha preso più finanziamenti dallo Stato italiano: in quel caso il rapporto pubblico-privato in forma distorta è stato fortissimo. Ormai gli interessi del privato sono altrove. Se gli strumenti, la logistica, la rete distributiva, a volte addirittura l’ideazione dei prodotti è fatta altrove, quali rapporti possono darsi tra pubblico e privato? La collaborazione è praticamente impossibile.

Ben diverso è stato il caso degli anni successivi alla guerra, quando il rapporto fra pubblico e privato è stato enorme. E furono proprio gli americani a spingere perché si creasse questo intreccio. Bisogna pensare ai rapporti fra Eugene Black, presidente della Banca Internazionale, e Menichella. L’indicazione era quella di fare investimenti pubblici e di investimenti pubblico-privati. Il fondo per il Mezzogiorno è stata un’idea di Black. La spinta a collaborazioni tra pubblico e privato è venuta dagli americani, salvo il caso dell’Eni, che loro ci chiedevano di chiudere perché i petrolieri americani la odiavano. Avevano addirittura convinto Giordani – fedele di Menichella – a trasformare il CNR. Basta con il CNR come consesso di professori per andare verso un insieme di authority di scopo pubblico-privato, nel nucleare, nell’energia, nell’agroalimentare. Poi alla fine i professori vinsero negli anni Settanta. Ma vale la pena andare a vedere il bilancio del CNR del 1963 e 1964 e quello del CNEN, il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare. Quello del CNEN era superiore a quello del CNR: erano segni di questa spinta a intervenire pesantemente da parte dello Stato. Il libro su Black di Savona e Farese racconta bene questo intreccio italiano-americano, in cui furono gli americani a spingere per il rapporto pubblico-privato. La cassa del Mezzogiorno è il massimo esempio in questo senso.

Oggi dove è possibile andare per fare collaborazioni pubblico-privato? Le grandi aziende non ci sono più, nelle grandi operazioni stile banda larga non si sa più nemmeno bene distinguere chi sia il pubblico e chi sia il privato: Telecom è privata? Enel è pubblica? È vero però che l’economia mista pubblico-privato è stata una grande invenzione del secondo dopoguerra. Oggi però non ci sono più i protagonisti. Allora c’era la volontà forte di portare avanti investimenti per migliaia di miliardi da parte dello Stato. Quella dell’economia mista è stata una grande stagione del nostro sistema, poi naufragata nella crisi del Mezzogiorno, nella chiusura delle partecipazioni statali, nello smantellamento dell’IRI, nelle municipalizzate. Oggi insomma è sempre più difficile parlare di economia mista.

Domanda: Due domande di natura più tecnica. Lei cita il fatto che la maggior parte dei finanziamenti europei per attività territoriali non riesce ad essere spesa dalle amministrazioni locali. Tutto ciò sembrerebbe essere il risultato di un’eccessiva e inefficace mediazione fra centri decisionali e il territorio. Quali sono gli ostacoli che abbattono la capacità di spesa delle amministrazioni locali? Quali sono i problemi strutturali dei progetti di finanziamento europei?

De Rita: Nella vicenda dei finanziamenti europei si consuma un terribile gioco al ribasso, perché vengono dispersi in realtà medio-piccole. Colpa di chi? Colpa del fatto che chi richiede fondi europei sono tutti soggetti di media dimensione. Raramente i programmi presentati superano i 500.000 euro: poca roba. Tutti gli spicciafaccende che girano per il Mezzogiorno scrivendo progetti per clienti, anche se sono bravi, riescono solamente a scrivere progetti per somme limitate. Tutta la progettazione è di media e bassa dimensione. Le grandi aziende non si mettono alla ricerca di questi fondi, non gli servono, non gli interessano. Ovviamente quando poi arriva il finanziamento – se arriva – è di medio-piccola dimensione già in partenza. A quel punto il sindaco di turno, avendo già a disposizione una somma limitata e avendo a che fare con realtà piccole, distribuisce a pioggia, riducendo ancora la dimensione del credito. Il risultato sono piccole opere: aiuole, marciapiedi, rotonde, sanpietrini. Nel Mezzogiorno si trova l’incapacità di pensare in grande.

Domanda: Per quale motivo la tassazione locale è aumentata parallelamente al processo di accentramento e di verticalizzazione del potere?

De Rita: L’accentramento delle decisioni economiche, la verticalizzazione e l’europeizzazione non tolgono il fatto che i fondi e le tasse vadano raccolti, e in questo le amministrazioni locali sono più efficaci rispetto a quelle centrali: raccolgono più soldi, perché il controllo degli enti locali è più vincolante e vicino al contribuente, a partire dalla proprietà immobiliare. Questo è il motivo per cui la tassazione locale è più efficiente rispetto a quella accentrata.

Domanda: Un tempo i partiti e in generale i corpi intermedi ad essi collegati da rapporti di collateralismo svolgevano, assieme ad altre istituzioni, come la Banca d’Italia, una funzione di selezione della classe dirigente. Oggi come avviene questa selezione? Da dove potrebbe provenire una nuova classe dirigente in grado di innescare una dinamica virtuosa di sviluppo?

De Rita: Non lo sappiamo. Non lo sappiamo perché la classe dirigente è una composizione chimica sempre inattesa. Si pensi al dopoguerra, nel 1945-1946, quando si affermò una classe dirigente che era cresciuta da un lato nelle parrocchie e negli oratori – quella democristiana – e dall’altro in esilio o nelle patrie galere – quella comunista. Nessuno aveva pensato che quelli sarebbero divenuti i luoghi principali della formazione di una classe dirigente. Ma è avvenuto, e così è stato. Si pensi anche a tutta la vicenda democristiana in cui la classe dirigente si distingueva secondo due logiche diverse. Da un lato la classe dirigente in senso proprio, che gestiva i problemi del governo, dell’economia e delle finanze; dall’altro la classe dirigente che costruiva e organizzava il consenso. La prima si è formata nelle partecipazioni statali, la seconda nei comizi elettorali. La Democrazia Cristiana era questo: era Giueppe Glisenti, grande cultore dell’intervento pubblico e delle partecipazioni statali ed era allo stesso tempo Vittorio Sbardella, che con Amerigo Petrucci prendeva voti ad Anzio o a Frosinone.

Finita quella, c’è stata una classe dirigente tutto sommato non indifferente, quella craxiana, che nasceva dalla politica universitaria. Da Marco Pannella a Mario Boni, a Stefano Rodotà a Giuliano Amato. Poi è arrivata la classe dirigente berlusconiana, che veniva fuori da Publitalia, formata da venditori puri: tutto il suo nucleo fondante era di derivazione aziendalista. Recentemente abbiamo pensato che una nuova classe dirigente potesse emergere dai comuni – il partito dei sindaci – ma ci abbiamo messo sei-sette anni a capire che non poteva arrivare da lì. Però certamente Chiamparino, Fassino e altri sono personaggi che nella dimensione comunale hanno realizzato qualcosa.

Oggi non vedo, né potrei vederlo, dove stia nascendo la nuova classe dirigente, ma credo che da qualche parte si stia sviluppando. Ma di certo non è quello che pensiamo che sia. La classe dirigente si fa ed è una concrezione in un momento dato di un tipo di spirito collettivo che diventa gruppo collettivo. Noi oggi questo non lo vediamo da nessuna parte.

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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. Direttore responsabile della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Raffaele Danna: Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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