Il Medio Oriente oltre la retorica. Intervista a Lorenzo Trombetta

Lorenzo Trombetta intervista Pandora

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Gli scenari dopo la sconfitta dell’ISIS

Il che è grave per l’Arabia Saudita, considerato, come dicevi prima, il ruolo del Libano come piazza sia del dialogo sia del conflitto “freddo” tra le potenze regionali. Ad un ritiro dell’influenza di Riad possiamo immaginare un’avanzata di Tehran. A tal proposito mi viene in mente una dichiarazione del 2014 di Ali Reza Zakani, parlamentare iraniano vicino a Khamenei, in cui si parlava di quattro capitali arabe in mano alle forze della Repubblica Islamica: Baghdad, Damasco, San’a e Beirut. Tu sei d’accordo con questa affermazione? Quanto è forte l’influenza persiana sul Paese? 

Lorenzo Trombetta: In termini di influenza la frase è verosimile. Poi chiaramente l’influenza va misurata, varia a seconda dei contesti. Certo se fosse soltanto un titolo parrebbe sicuramente una sparata: è un po’ troppo semplicistico.

Innanzitutto, non è così immediato dire che gli insorti yemeniti siano una propaggine dell’Iran. Sebbene negli ultimi due, forse tre anni abbiano avuto dei forti sostegni da parte della Repubblica Islamica, prima non era così. Anzi, il loro essere zayditi non li pone poi così in prossimità dell’islam sciita duodecimano, dominante in Iran, come parrebbe. Bisogna essere attenti a non semplificare eccessivamente e a non vedere il mondo sciita come un’unica grande comunità, ma semmai come un insieme molto variegato di correnti che si confrontano tra loro anche con grande animosità. É vero che le posizioni degli Houthi yemeniti sulla carta – “morte all’America, morte a Israele” – sembrano un copia e incolla dei comunicati iraniani o degli Hezbollah degli anni ’80 e ’90, però, se grattiamo sotto la superficie, superando la retorica, non è del tutto chiaro quanto le agende di questi due attori possano coincidere.

Ad oggi, in un contesto di forte polarizzazione, “o con me o contro di me”, oserei dire che l’Iran ha un’influenza importante sul governo di San’a, almeno nella retorica. Ma non è il solo.

Leggevo oggi (20 dicembre, ndr) – tuttavia da fonte iraniana, quindi da confermare – che la Russia vuole tornare ad aprire un’ambasciata a San’a. Mosca in questi anni pare un po’ andare dietro alle aperture che l’Iran le riesce a fare nella regione. A parte la Siria dove già era presente, in Iraq, in Kurdistan e forse anche in Yemen infatti sembra agire lasciando andare l’Iran davanti per poi raggiungerlo e in seguito allargarsi. Io direi che nel futuro sarà interessante vedere come gli interessi iraniani e russi, sebbene per ora sembrino convergere, potranno prendere direzioni diverse.

Per quanto riguarda l’Iran a Baghdad invece l’influenza è più diretta. Questa avviene attraverso le milizie sciite, ovvero il Fronte di Mobilitazione Popolare (Hashad Sha’bi); attraverso lo stesso governo federale iracheno, con Nuri al-Maliki e Haydar al-Abadi, i due premier che si sono succeduti l’uno dopo l’altro; infine, attraverso le autorità religiose sciite che hanno un rapporto alcune di prossimità altre di rivalità con l’Iran. In generale tra Tehran e Baghdad c’è un rapporto dottrinale, religioso e politico forte, geograficamente e storicamente più giustificabile rispetto ai casi degli altri Stati.

Damasco. L’influenza iraniana è aumentata molto in questi ultimi anni in termini militari, di mantenimento della sicurezza e persino in termini religiosi. Inoltre molti imprenditori siriani con dietro delle cordate di imprenditori iraniani stanno acquistando terreni e industrie importanti nella capitale e non solo. Infine, l’intensificarsi dell’opera di proselitismo religioso intorno ai santuari e alle moschee sciite nella capitale siriana ha allargato il ruolo politico dell’Iran. Però oggi Damasco non direi che sia una capitale in mano all’Iran, direi piuttosto una capitale in mano alla Russia.

Infine Beirut. Beirut è il luogo del compromesso, è il luogo della negoziazione. È vero, nel governo libanese ci sono gli Hezbollah, nelle istituzioni libanesi ci sono gli Hezbollah, però nella specificità del contesto libanese gli Hezbollah devono comunque fare sempre i conti con l’altro. L’influenza c’è ma non è mai così schiacciante. Sebbene su alcuni aspetti sia molto determinante, su altri lo è in misura minore.

In conclusione la risposta è sì: l’Iran ha un occhio su ciascuna di queste quattro capitali, sebbene con gradi di influenza diversi.

Visto che l’abbiamo citata, parliamo di Siria. Si parla sempre più di ricostruzione e di fase “post-conflitto” specialmente ora che giungono varie dichiarazioni per cui l’ISIS sarebbe stato definitivamente sconfitto. È davvero così?

Lorenzo Trombetta: No, lo Stato Islamico ancora non è stato sconfitto militarmente, né tanto meno culturalmente e politicamente.

I suoi guerriglieri infatti mantengono ancora delle zone nella valle dell’Eufrate sotto il loro controllo e la loro sconfitta militare può essere annunciata domani o in una qualsiasi altra data – qualcuno l’ha già fatto – a seconda delle scadenze elettorali che ciascuno ha nel proprio Paese. Tuttavia lo Stato Islamico, così come è nato da un vuoto culturale e politico, così non può essere sconfitto soltanto perché la sua presenza militare, strutturata come lo è stata dal 2014 al 2017, non è più in quell’area.

La lezione che abbiamo avuto da vari movimenti di rivolta locale, non soltanto in Medio Oriente, ci insegna che se non si vanno ad affrontare le cause profonde che hanno determinato la nascita di un’insurrezione, quella automaticamente riprenderà nonostante ogni tentativo di repressione, con quel nome o con un altro nome, con quelle sembianze o con altri caratteri.

Nel caso dello Stato Islamico parliamo di un’insofferenza sociale ed economica da parte di popolazioni che per decenni sono state messe ai margini del benessere dello Stato e della regione in senso più ampio. Se a queste comunità infatti fosse data una dignità, una prospettiva di vita, un quadro di riferimento di partecipazione alle istituzioni locali o nazionali se parliamo di uno Stato-Nazione o, se parliamo di trans-regioni, nel caso ci rivolgiamo ai legami tribali che vanno al di là dell’Iraq e della Siria, se, insomma, queste persone venissero in qualche modo incluse in un progetto di sviluppo politico, economico e sociale allora così forse potremmo dire di aver iniziato a pensare di fare la lotta al terrorismo. Altrimenti sarebbero tutte parole al vento.

Per fare un esempio recente: nel 2008 iniziava la campagna americana anti al-Qaeda ad al-Anbar, nell’Iraq occidentale. Grande dispiego militare, grande enfatizzazione mediatica. Nonostante questo, dopo meno di 10 anni ci ritroviamo in una situazione forse peggiore di quella di allora, con al Baghdadi tra l’altro nato proprio da lì.

La storia insomma sembra ripetersi: se lasciamo le questioni profonde inalterate, ci ritroveremo al punto di partenza.

Quindi se lo Stato Islamico non è stato sconfitto non possiamo nemmeno parlare di vincitori.

Lorenzo Trombetta: Questa non è una guerra che è stata vinta da qualcuno.

Possiamo dire che la partita siriana, iniziata nel 2011 e ancora in corso, ha visto rafforzarsi il ruolo della Russia e dell’Iran nella regione, due attori però già presenti.

Un inciso metodologico: per comprendere meglio eventi recenti spesso è utile guardare alla cronologia, isolando i periodi storici e dilatando il nostro campo visivo. In questo caso ad esempio vediamo che la partita siriana non inizia nel 2011: quell’anno, con tutto quello che ha significato, è stato solo un momento, una puntata di uno scontro più ampio. La partita regionale e internazionale sulla Siria è antica almeno quanto la Siria stessa: per essere convenzionali possiamo dire che ha almeno un secolo. Anzi, 101 anni per la precisione. È dal 1916 almeno, anno degli accordi di Sykes-Picot che sancirono la creazione di questo Stato, che nei circoli diplomatici si dice che la Siria sia al centro degli interessi del medio oriente.

Vedendo la storia nel suo complesso poi sappiamo che già in epoca assiro-babilonese era così. La geografia d’altronde non tradisce. La conformazione e la posizione di questo territorio è immutata da millenni e le vie della seta, le vie del petrolio, le vie del commercio di qualunque merce sia trasportata, devono comunque continuare a passare per queste zone, per quanto avanzate possano essere le nostre tecnologie di trasporto.

Chi ha vinto dunque? L’Iran e la Russia, se guardiamo la fotografia di oggi. Queste due superpotenze però sono qui da decenni in quanto da sempre hanno considerato la Siria un loro territorio strategico per il controllo di territori più ampi. Oggi possiamo dire che l’Iran e la Russia sono ancora più forti sul Mediterraneo orientale, Mosca in particolar modo. Per quanto riguarda Tehran invece l’accesso al mare gli interessa fino ad un certo punto ma, capitalizzando la sua presenza in Siria, riesce a creare una sorta di cintura intorno all’Arabia Saudita.

Iran e Russia sono anche i due attori che vediamo più attivi nei negoziati di pace al tavolo di Astana, voluto e gestito dai Russi. Anche a Ginevra, in questo caso sotto l’egida delle Nazioni Unite, sono in corso dei negoziati per una soluzione comune che garantisca la pace e la ricostruzione dopo il termine delle ostilità. È notizia recente che al tavolo sarà presente anche il governo di Damasco. Cosa dobbiamo aspettarci da questi negoziati? Gli Assad rimarranno al potere? Ma soprattutto, quale sarà l’assetto statale della nuova Siria?

Lorenzo Trombetta: Ginevra serve ad un proposito ben preciso: tenere il cappello della comunità internazionale su una risoluzione del conflitto che prima o poi avverrà. Quando le parti che veramente contano decideranno che la fine della guerra è raggiunta, allora l’ONU potrà mettere il suo cappello. Proprio per questo da tempo tiene quel tavolo apparecchiato. Noi però non dobbiamo farci ingannare dal fatto che per tenere apparecchiato questo tavolo ogni tanto bisogna aprire la stanza, bisogna invitare qualcuno, bisogna versare il vino. Questa è tutta cerimonia. Ginevra non serve a niente al di fuori di questo protocollo e chi vi partecipa lo sa.

Abbiamo perso il conto delle parti sedute al tavolo dell’ONU. Sono tutti attori con visioni completamente diverse, poco disposti a scendere a patti con gli altri. È un dialogo tra sordi.

Accadrà probabilmente qualcosa di simile a quanto accaduto in Libano con gli accordi di Taif del 1989: ad un certo punto, visto un improvviso mutamento della situazione – in quel caso la caduta del muro di Berlino – le parti in gioco decideranno di chiudere il conflitto perché la guerra non conviene più loro come prima. Verranno prese delle decisioni ad Astana, a Sochi o in un’altra ex capitale sovietica dove faranno un’altra conferenza di pace non sponsorizzata dall’ONU ma a cui comunque l’ONU parteciperà come osservatore. Lì le parti si accorderanno ma poi, per soddisfare tutti gli attori che hanno spinto per tenere aperto il tavolo apparecchiato a Ginevra, andranno a Ginevra e là, sotto la bandiera azzurra dell’ONU, diranno: bene, la pace è fatta.

Come sarà dunque la Siria futura?

Lorenzo Trombetta: Innanzitutto Assad rimarrà al potere senza ombra di dubbio: è il cavallo su cui Iran e Russia puntano e punteranno. Tra l’altro suo figlio nel frattempo cresce quindi dobbiamo aspettarci una terza generazione di Assad. L’unica parte di Siria che forse potrebbe rientrare in una sorta di confederazione è l’area curda, che di fatto è sempre più autonoma. Al momento i curdi si sono presi sempre più asset energetici: l’acqua, il gas, il petrolio e in più controllano più della metà della valle dell’Eufrate. Non si terranno tutto, chiaramente, ma questo li rende forti in termini negoziali: ogni concessione fatta da parte loro avrà come contropartita garanzie sempre maggiori di autonomia.

Al tempo stesso però è evidente che uno stato curdo accerchiato da stati ostili come Turchia, Iraq e Siria è impossibile, per questo inglobare quei territori nel processo nazionale è un obiettivo di entrambe le parti. L’unica soluzione immagino possa essere una sorta di dualismo: governo centrale da una parte, curdi dall’altra. Le restanti aree che oggi sono sotto le opposizioni siriane – Idlib, Daraa o quello che rimane – gradualmente torneranno sotto il controllo di Damasco.

La Turchia continuerà ad esercitare la propria influenza, però non credo che nel lungo termine Ankara possa continuare a controllare direttamente con i suoi militari dei territori siriani.

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Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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