Il Medio Oriente oltre la retorica. Intervista a Lorenzo Trombetta

Lorenzo Trombetta intervista Pandora

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Minoranze in medio oriente: una questione annosa

Eccoci quindi arrivati a parlare di curdi. Spesso considerati come un blocco unico e compatto, si presentano però come una galassia di comunità, con una sua varietà di esperienze e realtà: dai curdi del Rojava, beniamini della sinistra occidentale grazie al loro esperimento democratico, fino ad altre formazioni in Siria, in Turchia, in Iraq, in Iran. Ci sono delle possibilità per cui le differenze all’interno del movimento curdo trovino una soluzione e si riescano ad unificare le varie correnti in una proposta politica comune? A livello umanitario poi, quanto è possibile che i curdi possano attivare un processo di pulizia etnica a bassa intensità nei territori che controllano, se già non l’hanno fatto? 

Lorenzo Trombetta: Anche i curdi hanno una capacità di dividersi al loro interno molto forte. Per fortuna oserei dire: l’esercizio del pluralismo tra loro è molto ben assimilato. Nei fatti, al di là del mito e della retorica del pancurdismo, qui parliamo di comunità anche molto sparse che si sono sviluppate e vivono in contesti geografici e naturali diversi con varietà linguistiche diverse tra loro. In poche parole: ci sono mille e un curdo. Un po’ come “gli europei”, sono categorie che vanno usate con cautela.

Al momento non esiste e non credo possa esistere un progetto curdo comune, al di là di quanto emerga da una certa retorica e da certi discorsi. Evidenti i fatti degli ultimi mesi: ognuno si cura degli interessi di casa sua, o meglio, di quella che ritiene essere casa sua, con molta diffidenza da parte dell’altro. Anzi, ci si allea spesso con i nemici dell’altro. I curdi siriani, ad esempio, definiti ala del PKK, sono molto in ostilità con la Turchia, la quale invece fino a qualche tempo fa era in rapporti di estrema cordialità con il governo di Erbil che in teoria dovrebbe essere fratello con gli altri curdi siriani. É evidente: non ci sono possibilità per il fronte curdo di avere unità di intenti.

Per quanto riguarda invece la pulizia etnica a bassa intensità: l’hanno già fatto, lo stanno ancora facendo. “A bassa intensità” non so se sia la definizione giusta. Di certo è un’operazione compiuta in maniera meno mediatizzata, meno cruenta – lo dobbiamo dire – rispetto a quanto fatto dallo Stato Islamico. Ma attenzione! Dobbiamo avere la capacità di non farci intrappolare dai racconti mediatici: la barbarie dell’ISIS ha alzato di molto l’asticella dell’orrore per cui tutto ciò che è sotto è divenuto accettabile. Questo è un gioco a cui ci hanno portato. Lo stesso discorso vale per Assad in Siria, così come per tanti altri crimini e violazioni. Noi non dobbiamo guardare al grado di violenza, dobbiamo guardare alla sostanza: se un principio viene violato, quale che sia, è un principio violato.

Che venga compiuta una decapitazione in diretta televisiva o che si brucino delle abitazioni ma a telecamere spente, in entrambi i casi qualcuno ha comunque cacciato una popolazione da un territorio. Questo è sanzionato dal diritto internazionale e dalla nostra etica condivisa.

Sottolineo questo aspetto perché in Italia spesso il dibattito vede la presenza di qualcuno che esalta la retorica pancurda o la resistenza curda – specialmente a sinistra, i centri sociali, Zerocalcare, ecc… – perché “l’alternativa era l’ISIS”. Ma se ci dimenticassimo l’ISIS, giustificheremmo mai questi crimini? No. Semplicemente dobbiamo guardare le cose senza prendere parte come se fossimo dei tifosi allo stadio. Non stiamo facendo politica o attivismo ma, da osservatori, da coloro che vogliono continuare a raccontare la realtà, è necessario continuare a farci quella domanda: al netto di tutto, un dato crimine è accettabile?

Al tempo stesso però c’è un altro meccanismo spesso nascosto dietro le giustificazioni avanzate dall’una o dall’altra parte. È la solita domanda: chi è venuto prima, l’uovo o la gallina? Ad esempio, soprattutto da parte dei curdi, si dice: “La regione da cui cacciamo queste popolazioni una volta era a predominanza curda prima di diventare araba nel 1966 quando il governo baathista di Damasco ha arabizzato i nostri territori”. A questa affermazione, però, i sostenitori baathisti replicano dicendo: “I curdi sono arrivati in quelle zone solo dopo le repressioni turche del 1914”. Come si vede c’è sempre un ritorno ad un passato lontanissimo.

Nel racconto giornalistico poi però dobbiamo essere il più possibile onesti: oggi sicuramente commettono delle violazioni, sia che le si chiami “pulizia etnica” sia che si usino altri nomi. Una volta detto questo però si deve anche raccontare che la fortissima ostilità e recrudescenza delle violenze è anche e soprattutto causata da una memoria storica, da una ferita ancora aperta per i curdi che sono stati cacciati nell’opera di arabizzazione compiuta sia da Baghdad, sia da Damasco a partire dagli anni Sessanta. Questo non per giustificare, ma per capire, per far capire il lettore. Altrimenti si rischia di rappresentare questi movimenti come dei mostri arrivati da Marte con il coltello fra i denti e la bava alla bocca che sgozzano e bruciano case per pura cattiveria. Purtroppo ci sono dei corsi e ricorsi storici che, in un racconto giornalistico completo, devono essere raccontati. Poi oggi la realtà è questa: chi sta cacciando gli arabi dalle loro abitazioni nella valle dell’Eufrate, o chi non li fa tornare, o comunque chi in qualche modo li tratta come persone di categoria B, oggi sono i curdi.

E queste violenze tra l’altro non sono solo rivolte contro gli arabi.

Lorenzo Trombetta: Certo, noi diciamo gli arabi perché è la comunità numericamente più esposta a questo, quindi fa più notizia. Vittime di queste violenze sono anche i turkmeni, che sono stati i primi ad andarsene. Non invece gli assiri o i caldei, quindi i cristiani, perché in qualche modo servono. Infatti i curdi, proteggendo queste comunità, riescono ad avere maggiore accesso ai fondi messi a disposizione dai governi occidentali nei programmi di salvaguardia delle minoranze. L’attenzione dell’Europa per la causa curda è in parte spiegata dal fatto che loro proteggono e garantiscono la presenza dei cristiani. Vedasi quanto successo a Ninive. Lo fanno in maniera strumentale, quindi. In modo forse quasi “disonesto” potremmo dire.

In maniera simili a quanto ad esempio fa il regime di Assad a Damasco che si è proposto come baluardo a difesa delle minoranze contro lo Stato Islamico.

Lorenzo Trombetta: Esatto: questo è il gioco. Hanno capito qual è la parola chiave che piace a noi occidentali.

“Minoranza” appunto. La condizione delle minoranze è effettivamente una questione centrale nelle vicende del Medio Oriente. Sembrano infatti porre seri problemi per la stabilità di quasi tutti gli Stati della regione e per i loro governi. Nel caso siriano è il regime al potere ad essere una minoranza con tutte le sue criticità, in Iraq i sunniti paiono esclusi dai ruoli di spicco nel governo, in Turchia l’instabilità arriva dalle popolazioni curde, infine in Yemen assistiamo alle nefaste conseguenze della rivolta della comunità degli Houthi contro il governo centrale. Il Libano è un caso un po’ limite: non essendoci una vera e propria maggioranza le principali componenti della società – sunniti, sciiti, drusi, maroniti e ortodossi – si sono accordate nel 1943 per una spartizione equa delle cariche di governo in un patto non scritto noto come Patto Nazionale, aggiornato nel 1989 con gli accordi di Taif in seguito alla guerra civile. Tra i punti principali si prevede che il capo dello Stato sia un cristiano maronita, il premier un musulmano sunnita e il presidente del parlamento uno sciita.
È un modello ancora valido secondo te? Come si garantisce allo stesso tempo la democrazia e la rappresentanza delle minoranze?

Lorenzo Trombetta: Innanzitutto io contesto l’uso della parola minoranza. Non credo sia appropriata: continua a dare un’impressione di gerarchia delle comunità. Anche da un’ottica storica quella che ora è una piccola setta non necessariamente lo era in precedenza e non necessariamente lo sarà domani: ci sono molte variabili. Questa mentalità della minoranza poi nasconde dietro di sé anche un’ideologia della persecuzione, della rivincita, del vittimismo e, infine, della rivalsa anche laddove questo non corrisponde alla realtà effettiva. Pensiamo ad esempio agli sciiti, in Libano e non solo: storicamente sin dalla loro nascita vivono l’idea di essere una comunità vessata – basti pensare alle persecuzioni del partito di Ali, al martirio di Kerbala e a tutto il vittimismo intriso nella loro corrente vivo ancora oggi. Eppure se li guardiamo dal punto di vista politico, grazie al volano Iran, sono tutt’altro che una setta perseguitata.

Un altro caso emblematico è quello dei drusi in Libano. Loro sì, sono una minoranza, costituituendo solo il 3% della popolazione. Eppure anche in questo caso politicamente contano tanto: Walid Jumblatt, il loro leader, deve essere sempre interpellato. Alleandosi con un partito o con l’altro, infatti, sono in grado di spostare gli equilibri politici. Da grande politico, Walid è riuscito a capitalizzare il suo minimo peso elettorale.

Il concetto di minoranza, poi, è totalmente dipendente da quanto è ampio il territorio in cui noi misuriamo. Un esempio lampante è la creazione del “Grande Libano”. I cristiani diluiti nella Siria Ottomana non erano certo una maggioranza e dunque i Francesi, per poter affidare loro un territorio di cui costituissero la maggior parte della popolazione, hanno ristretto i confini intorno a queste comunità fino a creare i confini del Libano di oggi. È evidente: c’è molta soggettività e arbitrio.

Oltre a questo, l’idea di minoranza è pericolosa perché genera conflitti: si escludono e non si includono comunità. Un’idea sulla carta ottima, proposta dagli accordi di Taif, è quella di creare un sistema bicamerale in cui ai deputati della camera bassa si aggiungono i senatori, non eletti ma nominati dai vari gruppi confessionali, creando così una sorta di senato delle comunità. In questo modo si deconfessionalizza il parlamento, cioè la camera bassa, la quale resta senza quote comunitarie, aperta a tutti indistintamente e con il potere esclusivo di legiferare. Le comunità invece manterrebbero il diritto di espressione e sarebbero rappresentate in questo nuovo Senato garante che le decisioni del parlamento trovino la loro approvazione. Non si può infatti deconfessionalizzare il Libano se non si danno garanzie alle comunità: tutto questo attaccamento alle fazioni religiose deriva infatti dalla paura, paura che un giorno arrivi qualcuno che ti tolga i diritti che hai, o che ti minacci, o addirittura che ti annienti fisicamente. Allora ci si arrocca, ci si chiude in se stessi, ci si riconosce come drusi, sunniti, sciiti, quando prima si beveva e si faceva di tutto insieme.

Se si riuscisse a disinnescare la paura, e quindi la mentalità della minoranza, la mentalità della persecuzione, trovando degli strumenti istituzionali validi che garantiscano la rappresentanza delle comunità, una presenza negli organi istituzionali, la partecipazione di tutti, troveremmo, come dicevo prima, un ottimo antidoto anti-ISIS. Bisognerebbe dare ai sunniti di Tikrit, che dopo Saddam si sono visti costantemente ignorati, il diritto di poter tornare a contare qualcosa, bisognerebbe dare alle comunità minoritarie di quel Paese lo stesso diritto che hanno altri di avanzare, ad esempio, delle riserve o delle critiche su un progetto governativo. Al tempo stesso però dovrebbero lavorare dei deputati che non siano direttamente emanazione delle comunità, delle maggioranze e delle minoranze.

Una delle poche cose buone che poteva essere applicata in questa regione, e non lo Stato-Nazione che ha creato tantissimi problemi, è il principio di cittadinanza e di uguaglianza di ogni cittadino dinnanzi alle leggi, siano esse imperiali, di una trans-regione o dello Stato-Nazione. Siamo tutti ugualmente cittadini, sebbene ciascuno provenga da una comunità specifica che ha le sue sensibilità. Bisogna notare che qui c’è, costante, l’incontro con l’altro, a differenza di quanto avviene in Italia. Noi non ne siamo abituati: nel Paese in cui siamo cresciuti eravamo quasi tutti cattolici o comunque non ci si sentiva tanto diversi, anche se forse così non sarà nell’Italia dei nostri figli. In Medio Oriente invece no: qui c’è la necessità costante di garantirci che nessuno ci faccia del male, considerando anche che, storicamente, ci sono dei pregressi violenti importanti e a volte molto recenti.

Ecco perché dovremmo abbandonare il termine “minoranza” e riscoprire il valore della cittadinanza e del diritto per cui certe violenze non si fanno a nessuno degli appartenenti alla più grande comunità dello Stato – se parliamo di Stato – o altro se parliamo di configurazioni alternative. Il resto rischia di diventare un parlare a vuoto che giustifica la pratica dell’esclusione e della discriminazione dell’altro.

Nei fatti poi, quando la retorica sparisce, quando mancano i soldi a fine mese… certo che, come avviene da noi, il tuo vicino inizia a puzzare, il tuo vicino comincia a pregare in un modo sbagliato. Lui spara quando parla il leader che tu odi, allora tu spari in aria quando parla il tuo leader, e magari la prossima volta vi sparate ad altezza d’uomo. Qui accade. Ma accade soprattutto perché siamo in contesti di repressione sociale, di mancanza di prospettive. A Raouché (quartiere ricco di Beirut) sunniti e sciiti che vivono in case come quelle non hanno problemi. Lo so che questi possono sembrare discorsi semplicisti però dare prospettive alle persone davvero conta: farli sposare – considerando che qui sposarsi è un’impresa economica prima che un bel contratto d’amore – permettere loro di formare una famiglia che per loro è importante, dar loro stabilità, mandarli a scuola, … A quel punto tutti i discorsi sulla necessità dei “dialoghi inter-religiosi”, sulle minoranze perseguitate, e tutte le retoriche simili si dissolverebbero nel nulla. A quel punto ci troveremmo con tante comunità, ciascuna con le proprie specificità, con le proprie paure, ma che a livello istituzionale potrebbero essere rappresentate e garantite.

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Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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