Il Medio Oriente oltre la retorica. Intervista a Lorenzo Trombetta

Lorenzo Trombetta intervista Pandora

Pagina 4 – Torna all’inizio

Lorenzo Trombetta: superare il settarismo è possibile

Il discorso che fai sulla cittadinanza è interessante, molto vero, molto necessario, però mi pare implichi l’idea di “laicismo”. Ma in un Libano in cui la legge non è uguale per tutti i cittadini, in cui nel campo del diritto personale e familiare ogni comunità ha le sue leggi ad esempio per il matrimonio, per il divorzio o per la successione, il laicismo dove si inserisce?

Lorenzo Trombetta: Ad oggi le comunità sono riuscite a far sì che il diritto personale sia determinato dalle loro leggi e non dalle leggi dello Stato perché non hanno dei fori, non hanno dei luoghi dove la comunità è garantita. In termini di eredità, istruzione, a volte anche questioni di sanità, si sentono talmente minacciate dall’altro che si sono arroccate su se stesse anche a livello legale.

Se si disinnescasse la paura, se venisse garantito che, accanto alle questioni affrontate a livello legale nazionale come cittadini, rimarrebbero delle altre questioni più specifiche che possono essere prese in esame dalle autorità comunitarie, si riuscirebbe a convincere le comunità a fare un passo indietro e a cedere sovranità allo Stato. Tuttavia occorre trovare un luogo come un Senato in cui vengano rappresentati i loro interessi e venga garantito che la comunità non scompaia, che non venga alienata, che non perda il suo carattere proprio.

Non è un percorso facile e immediato. Prima di tutto occorre dare delle rassicurazioni e sgomberare il campo da quelle voci massimaliste, tipiche di molti attivisti laici libanesi, che gridano alla riforma radicale dello stato civile, all’abolizione del confessionalismo. Ovvio che la risposta immediata a questi proclami è l’irrigidimento: abolire il confessionalismo significa abolire i privilegi, abolire l’arroccamento. Questo panorama non lo si può cambiare e non sarebbe nemmeno auspicabile farlo. Invece di essere lontani dalla realtà e pensare di essere a Parigi o a Londra – molti di questi attivisti infatti vivono nelle grandi capitali occidentali – mettiamoci nei panni dei leader politici confessionali e cerchiamo, con pazienza, di capire quali potrebbero essere i loro interessi. Su alcune cose possono cedere, siamo sicuri. Bisogna rassicurarli però, bisogna dare loro qualcosa in cambio. Ma almeno il processo così può iniziare.

Purtroppo questa intervista, così come gran parte del dibattito pubblico sul Medio Oriente, è dominata da un approccio che rischia di nascondere in qualche modo il vero problema, e quindi di soffermarci su questioni che non sono veramente fondamentali – la pace a Ginevra, il dibattito confessionalismo-laicismo, maggioranze e minoranze, la vicenda Hariri, … Bisognerebbe invece cercare di andare più in profondità nelle questioni. Ci sono una serie di titoli che ci colgono, noi stiamo lì a romperci la testa e cercare di capire che cosa sia successo, come può avvenire, e non riusciamo ad uscirne. Non ci sono vie di uscita dal confronto “maggioranze-minoranze”, “confessionalismo-laicismo”, “Hariri-Iran-Arabia Saudita”. Dobbiamo invece provare a guardare le cose da un altro punto di vista, provare a far spazio, a togliere ciò che vediamo come problema e pensare che possa essere un effetto del problema in sé.

 

Lorenzo Trombetta

Tripoli, Libano. Manifestazione pacifica anti-Trump all’indomani della decisione sullo spostamento dell’ambasciata.

 

Proviamo allora, spostandoci però in un’altra zona “calda” del Medio Oriente, a prendere in mano uno di questi titoli, in questo caso la decisione di Trump sul trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, e cerchiamo di guardare al di là degli effetti più immediati. Abbiamo assistito a grandi manifestazioni di piazza in tutte le città arabe e alla ferma condanna di tutti i leader politici arabi. Ti chiedo quindi: cosa testimonia, in termini di processi di lungo periodo, questa decisione? Un segno della vittoria di Israele che ha ottenuto un nuovo passo nel riconoscimento della propria egemonia su Gerusalemme oppure di una rinascita del mondo arabo che si riscopre compatto contro una causa comune?

Lorenzo Trombetta: Il mondo arabo non esiste da questo punto di vista. Non c’è. Ci sono varie piazze, vari leader che hanno bisogno della questione di Gerusalemme e di Israele per legittimarsi. Questa volta lo hanno fatto in maniera nemmeno troppo convinta ma continueranno a farlo. I palestinesi in sé l’hanno capito: la loro questione è una questione di politica interna con Israele in quanto l’autorità vera lì sono gli israeliani. I territori occupati palestinesi, volenti o nolenti (a parte Gaza che forse può essere inclusa nell’Egitto dal punto di vista della gestione della sicurezza e dell’intelligence) sono ormai parte di fatto di Israele: sono sempre più colonizzati, sempre più divisi in territori sconnessi l’uno dall’altro. Duole ammetterlo ma non esiste un vero e proprio Stato palestinese al di là delle dichiarazioni dell’ONU e del suo cerimoniale. In qualche modo Trump con tutta la sua goffaggine ha dimostrato che innanzitutto gli Stati Uniti non sono un attore imparziale. Ed è bene che qualcuno l’abbia finalmente visto. Sono un attore che da sempre lavora per una delle due parti: non possono essere un mediatore, così come non lo può essere la Russia in Siria. Grazie a Trump poi abbiamo sgomberato il campo dalla retorica e dal “buonismo” di Obama e dei suoi predecessori. Grazie anche a Trump, infine, abbiamo visto che la soluzione dei due stati non esiste: la retorica dei due popoli è una cosa da vetero ottocento, quando si parlava di “popolo nazione”. Ad oggi infatti Israele non può pensare di stare senza i palestinesi, che loro chiamano “gli arabi” con un uso molto politico della definizione dell’altro, e al tempo stesso i palestinesi sanno che non possono stare senza Israele. Già lo fanno: parlano ebraico, usano lo shekel, vivono in un contesto di economia dell’altro.

Torna all’inizio


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

One Comment on “Il Medio Oriente oltre la retorica. Intervista a Lorenzo Trombetta

  1. Pingback: Il Medio Oriente oltre la retorica. Intervista a Lorenzo Trombetta | SARSAR*press