Intervista a Mario Del Pero sugli Stati Uniti
- 11 Giugno 2017

Intervista a Mario Del Pero sugli Stati Uniti

Scritto da Lorenzo Mesini e Alberto Prina Cerai

10 minuti di lettura

Pagina 3 – Torna all’inizio

Come noto dal 2008 l’Unione Europea sta attraversando una fase molto critica. Come si sono declinati i rapporti tra l’UE e gli USA a partire dal 2008? Obama ha inaugurato una nuova fase nei rapporti con l’Unione Europea oppure si è posto in continuità con le amministrazioni precedenti? Se si, in che misura?

Del Pero: Credo che vi sia stata una continuità nel downgrading della centralità geopolitica dello spazio euro-atlantico, almeno fino alla crisi ucraina e alle rinnovate tensioni con la Russia (in virtù delle quali è parso ri-cementarsi un asse tra Usa e Germania). Poi, vi sono state forme importanti di collaborazione, sulla regolamentazione – parallela ma spesso concordata – del sistema finanziario e, anche, sul commercio, dove in realtà a livello governativo e di rapporti con l’UE un accordo importante e ambizioso era stato trovato.

All’indomani della sua elezione nel 2008, Obama aveva mostrato l’intenzione di voler riprendere a dialogare con la Russia di Putin, azzerando le precedenti frizioni. Come noto i rapporti con la Russia si sono molto deteriorati negli anni successivi? Potrebbe ripercorrere le principali tappe e modalità delle relazioni USA-Russia tra il 2008 e il 2016?

Del Pero: Temo ci vorrebbe un libro (e anzi di libri su questo cominciano a esservene molti). Diciamo che la fase iniziale del reset sembrò dare i frutti sperati, si pensi solo alla collaborazione in Afghanistan, salvo essere travolta da rinnovati e acuiti dissapori. La crisi ucraina è ovviamente stata centrale, ma le tensioni la pre-datano e sono collocabili all’avversione verso Putin di alcuni settori della diplomazia e delle ONG statunitensi e alla evidente convenienza politica, per il Presidente russo, nell’alzare la soglia della tensione con gli Usa cavalcando così l’antiamericanismo.

La questione dei rapporti con la Cina è sempre più fondamentale nell’agenda americana. Da questo punto il progetto del TPP assumeva non solo un carattere economico ma anche una chiara valenza geopolitica. Può essere letta come un recupero in forme nuove della dottrina del containment? Che valutazione dà di questa strategia nel suo complesso? La decisione del Presidente Trump di far uscire l’America dal Trattato che implicazioni avrà?

Del Pero: Credo che agisse sì la volontà di usare l’accordo in chiave di contenimento della crescente influenza economica (sia di scambi commerciali che d’investimenti) della Cina nella regione. E credo altresì che il TPP rispondesse a una sollecitazione proveniente da tanti alleati asiatici degli Usa, spaventati dall’egemonia economica cinese, inclini a chiedere che gli Usa la bilancino con un rinnovato impegno securitario e ansiosi di bilanciarla con forme, appunto, di più intensa integrazione commerciale. Dopodiché, tale logica è emblematica delle contraddizioni che contraddistinguono le relazioni sino-statunitensi e i comportamenti tanto di Washington quanto di Pechino. Relazioni e comportamenti caratterizzati da un’instabile miscela di collaborazione e competizione, spinte all’integrazione e tentazioni competitive.

Tra il 2008 e il 2016, quali evoluzioni ha subito l’ideologia neo-con che in precedenza aveva occupato una posizione centrale nella cultura politica del partito e dell’establishment repubblicano, specialmente durante le due amministrazioni di G.W. Bush? Come hanno reagito i diversi segmenti che compongono la cultura politica repubblicana all’affermazione della dottrina Obama? In che misura Donald Trump ha rappresentato una cesura rispetto ai punti tradizionali dell’agenda neo-con e più in generale rispetto a quelli del partito repubblicano? Sono ravvisabili elementi di continuità? Se si, quali?

Del Pero: Il fronte neoconservatore, per quanto frammentato e variegato, si è schierato fermamente contro Trump – sostenendo Rubio e poi Cruz alle primarie – e alcuni suoi esponenti storici, penso a William Kristol e al gruppo di “The Weekly Standard” ad esempio, hanno anche flirtato con l’idea di contrapporgli un altro candidato alla presidenza. Di Trump ai neocons non piace per nulla il crudo e cinico realismo e l’opposizione a forme d’interventismo militare, giustificate da una retorica moralista e missionaria, che sono invece al centro del discorso neocon. Ovviamente, anche il diverso realismo obamiano è stato severamente denunciato, in particolare rispetto al caso della Siria, anche se qualche intellettuale neoconservatore – penso a Robert Kagan – pare avere esercitato una certa influenza al dipartimento di Stato quando questo fu guidato da Hillary Clinton.

Lei si è occupato a lungo della figura e dell’operato di Henry Kissinger. Dopo la fine della sua carriera politica, Kissinger ha continuato a svolgere una fitta attività di consulenza affiancata da una continua riflessione sull’evoluzione dello scenario internazionale. Lungo quali direttrici si è sviluppata la sua riflessione sullo scenario internazionale del XXI secolo? Come ha valutato l’operato internazionale delle due amministrazioni di G.W. Bush e delle due democratiche di Obama?

Del Pero: A dispetto della sua fama, Kissinger è sempre stato estremamente attento a seguire tanto gli umori dell’opinione pubblica quanto le dottrine strategiche di volta in volta dominanti; si è guardato bene, ad esempio, dal criticare lo scellerato intervento in Iraq del 2003 finendo anzi per sostenerlo; e ha limitato al minimo le sue critiche aperte all’amministrazione Obama. Se vi è un compito che sembra essersi assegnato oggi, è quello di agire come una sorta di mediatore tra Cina e Stati Uniti, nella consapevolezza e convinzione che si tratti della relazione cruciale e decisiva del contesto internazionale corrente.

Come si declina l’interpretazione kissingeriana dell’attuale scenario internazionale e delle sfide che gli USA si trovano ad affrontare con l’amministrazione Trump?

Del Pero: In parte ho risposto sopra. È presumibile che il suo suggerimento principale sia quello di evitare escalation di tensioni con Pechino e la prima co-gestione sino-statunitense del dossier coreano sembra in fondo essere andata in quella direzione.


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Lorenzo Mesini e Alberto Prina Cerai

Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Alberto Prina Cerai: Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna. Interessato di teoria e storia della geopolitica.

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]