Intervista a Massimiliano Tarantino
- 15 Aprile 2019

Intervista a Massimiliano Tarantino

Scritto da Giacomo Bottos

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L’innovazione digitale e il nodo della complessità

I nuovi linguaggi e spazi introdotti dall’innovazione digitale stanno trasformando in maniera radicale non solo le dinamiche della comunicazione, ma anche le forme del sapere e dei modi di relazionarsi tra le persone. Quali sono, dal suo osservatorio, gli aspetti più rilevanti di questa trasformazione per il mondo culturale? Come stanno affrontando e come dovrebbero affrontare le istituzioni culturali le complessità di tali mutamenti?

Massimiliano Tarantino: Io mi chiedo, ed è la stessa domanda che mi faccio per i grandi fenomeni politici internazionali, come mai non si stia giocando la partita. Mi chiedo, cioè, come mai quelle che oggi vengono vituperate come élite – che siano élite culturali, élite economiche, élite industriali – si siano fatte irretire dai grandi player digitali e abbiano lasciato loro campo libero, soprattutto nell’ultimo decennio, perdendo completamente non solo il proprio potere e la propria influenza, ma anche la propria autorevolezza. Allo stesso tempo mi interrogo anche sul perché il campo progressista non riesca a ritrovare coesione e incisività. È come se avessimo tutti quanti sottovalutato un grande fenomeno che io racconterei così: ci siamo illusi che quello che stava succedendo fosse una trasformazione solo di linguaggio e non di sistema. Abbiamo lasciato che questo linguaggio digitale ci permeasse, illudendoci che poi le nostre leve, il nostro know how, la nostra capacità di gestire le trasformazioni ci consentissero di dominare il fenomeno, mentre invece è stato questo nuovo sistema emergente a dominare noi/a sopraffarci. Oggi il nuovo dispositivo conosce i nostri gusti, possiede miliardi di informazioni sulla nostra vita e sulla nostra personalità. Eppure solo ora iniziamo seriamente a interrogarci su quale sarà il futuro dell’uomo nel mondo del lavoro e come cambieranno i modi di relazionarsi tra le persone.

Ovviamente lo scenario futuro è ancora un orizzonte molto aperto e io non ho una risposta, penso che l’unica cosa che dobbiamo evitare sia negare l’emergere di uno scenario radicalmente nuovo o, a priori, contrapporci arbitrariamente. Ha ragione Geoff Mulgan quando dice che per vincere le grandi sfide del futuro ci dobbiamo affidare all’intelligenza collettiva. Dobbiamo, cioè, costruire una nuova tassonomia di quella che era l’intelligenza a cui facevamo riferimento noi, i nostri padri e i nostri nonni, mettendo insieme tutta la nostra capacità cognitiva, il nostro spirito adattivo e le competenze digitali, che permettono di moltiplicare enormemente la portata di determinati fenomeni. Il punto cruciale resta la capacità di utilizzare la trasformazione digitale per far sì che le condizioni di vita, nostre, dei nostri concittadini e di tutti coloro che ci vivono accanto migliorino, evitando processi involutivi. Bisogna agire a livello di politiche per l’uguaglianza, redistributive e dei diritti, utilizzando tutte le componenti di questa nuova realtà e puntando sull’unico elemento distintivo – come dice Jack Ma, il fondatore di Alibaba –, che ci differenzia davvero dalle macchine, ovvero il cuore. Allora usiamolo e quella trasformazione, che non abbiamo intuito essere una trasformazione di sistema e non solo di linguaggio, sarà la nostra migliore alleata.

Quello della complessità – un tema su cui abbiamo insistito molto come rivista – è talvolta usato come alibi per giustificarsi, per astenersi dallo sforzo del comprendere. Si tratta, però, di un punto chiave: come è possibile coniugare la complessità – anche mettendo in campo, come diceva lei, gli strumenti dell’intelligenza collettiva – delle domande a cui si è chiamati a provare a rispondere con l’inevitabile grado di semplificazione reso necessario dai meccanismi di comunicazione e dalle necessità politiche di rendersi comprensibili? Come preservare il “senso” dei grandi cambiamento in cui siamo immersi?

Massimiliano Tarantino: Io penso che l’ipersemplificazione della realtà sia una grande illusione. Non è una grande bellezza, è sicuramente una grande illusione. Mi spiego: quello che noi dobbiamo fare è semplificare il racconto della complessità, ma non ridurre la complessità a un insieme di nozioni semplici, perché non è così. Questa è la grande illusione e qui non posso esimermi dal fare un riferimento al campo della sinistra, che da sempre si è impegnato a rappresentare nella maniera più autentica e meno stereotipata la realtà sociale, sforzandosi con coraggio di non mentire rispetto alla complessità. Purtroppo però ha ceduto, nel non essere stata, e nel non esserlo ancora oggi, capace di fare due cose: di trasmettere competenza nell’affrontare la complessità e di comunicare quella competenza, laddove c’è, in modo semplice. Lo slogan che oggi si sente ripetere spesso “prima gli italiani” non è un concetto semplice, è un concetto complesso proposto in maniera semplice. La partita qui si gioca non solo sul piano dell’efficacia linguistica, ma anche sulla credibilità nel mettere la faccia di fronte ad una gerarchia delle questioni e riuscire a costruire una propria narrativa, rispondendo alla sfida della narrazione della complessità, proponendo una visione comprensibile e di impatto. Questo è in primo luogo quanto chiede l’elettorato progressista del nostro Paese, ed è da quella cruna che bisogna passare. Questo anche perché facendo questo percorso si comprende quanto sia illusorio vivere di una sommatoria di semplificazioni e quanto sia poi doloroso scoprire sulla propria pelle la tragicità di tali illusioni. Questo significa che la complessità nella quale viviamo non è semplificabile solo con un messaggio linguistico e populista, va affrontata e va comunicata con competenza e con una visione.

Servirebbe, insomma, un lavoro egemonico… Questo ci conduce verso la conclusione della nostra conversazione. Può, in definitiva, la cultura essere una reale e concreta forza di sviluppo per il nostro Paese, di crescita economica e uno strumento per disegnare un futuro diverso ripensando l’attuale paradigma economico e sociale? Che ruolo può giocare la cultura nel “pensare” un’Italia e un mondo diversi?

Massimiliano Tarantino: Siamo tradizionalmente riconosciuti in tutto il mondo non solo come il “Paese del bello” ma come il Paese della creatività, il Paese che, attraverso l’ingegno, riesce a trasformare e a rendere migliore con il design un prodotto, un paesaggio o un’opera di ingegno. La cultura è sempre stata il segno distintivo del nostro percorso storico; a volte lo abbiamo dimenticato, a volte abbiamo rinnegato che questo elemento sia stato alla base del grande progresso economico. Se non ci fosse stata la cultura – e nella cultura considero anche il patrimonio immateriale e il “saper fare” – non ci sarebbero stati i distretti industriali come quello della ceramica o della pelletteria. Io non guardo a chi sa fare un liuto, a chi sa fare una piastrella, a chi sa fare un prodotto di alta moda con lo snobismo di chi ritiene che la cultura sia solo Dante o Raffaello. Penso che l’Italia come Paese, come identità complessiva della sua storia e del suo presente, abbia nella cultura e quindi in quella immissione di creatività nel processo trasformativo di tutto ciò che noi facciamo, di tutto ciò che noi produciamo, la chiave distintiva nel mercato globale. Probabilmente a volte facciamo finta di non saperlo o di non guardare al nostro passato. Oppure ciò che ci sta attorno ha un connotato così depressivo che non crediamo di potercela fare. Io credo invece che noi possiamo e dobbiamo farcela.

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Giacomo Bottos

Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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