Teoria e politica tra anni ’70 e ’80 in Italia. Intervista a Massimo Cacciari

Cacciari

Pagina 2 – Torna all’inizio

Massimo Cacciari e le prospettive dell’operaismo negli anni Settanta

Il saggio sul pensiero negativo viene pubblicato sulla rivista Contropiano. Potrebbe descriverci quali erano le prospettive entro cui intendeva muoversi il lavoro della rivista?

Cacciari: Al centro dell’impostazione teorica della rivista vi era il tentativo di porre filosoficamente la politicità del discorso marxiano, che era l’elemento a nostro avviso carente nella critica all’economia politica. Fondamentalmente in Marx vi era una critica dell’economia politica dalla quale non si poteva dedurre la dimensione più propriamente politica. Sviluppare questa dimensione era il tentativo della rivista Contropiano. In più vi era un altro aspetto, che riguardava la dimostrazione pratica di come determinate categorie si potessero declinare in rapporto alla realtà presente, ovvero alla lotta di classe di quegli anni, che ognuno di noi caratterizzava diversamente: chi in chiave pre-rivoluzionaria come Antonio Negri, chi in chiave di organizzazione di una nuova formazione politica come Asor Rosa o come Tronti.

Gli anni Settanta sono un momento di profondi mutamenti e crisi. In questo contesto come vengono a ridefinirsi i problemi e le prospettive delloperaismo? In che modo il suo lavoro si differenzia da quello di altri, come da quello di Negri ad esempio?

Cacciari: Con Negri la rottura avviene già dal primo numero di Contropiano: il secondo numero non è già più firmato da Toni. Fu lì che si consumò la rottura tra una lettura già tutta in chiave pre-rivoluzionaria del ’68-’69 e un’altra che vedeva invece in quella contingenza la possibilità della riorganizzazione del movimento e quindi la potenziale utilità di un discorso interno alle forme organizzative del sindacato, del partito ecc. Nel 1970 l’operaismo finisce per ragioni materiali: tutti noi avvertiamo ormai l’esaurirsi di quel soggetto che era il fondamento di queste teorie e di queste analisi. È una storia ancora tutta da fare in termini seri. Ci fu in quella fase un contrattacco capitalistico-istituzionale a tutto campo di fronte alla minaccia rappresentata dal ’68-’69 ed è lì che inizia il crollo di ogni centralità operaia. Ci fu un convegno nel 1977 a Padova, tra l’altro concluso da Napolitano, in cui ormai questa storia veniva storicizzata e se ne constatava l’inevitabile tramonto.

Invece, per quanto riguarda Tronti, come nasce la questione dellautonomia del politico?

Cacciari: Tronti riteneva che, a partire dalle circostanze che abbiamo ricordato, tutta la vicenda doveva svolgersi all’interno della dimensione del politico, affermato nella sua autonomia. In quanto era finita la possibilità di operare trasformazioni radicali (chiamiamole pure rivoluzioni, per usare il linguaggio di allora) sulla base di forme di autorganizzazione proletaria, si cominciava una lunga marcia, anche critica, attraverso le istituzioni.

Quali sono i riferimenti alla tradizione del pensiero politico?

Cacciari: In quel periodo si cominciò -probabilmente fui io a iniziare ad elaborare questa idea- che per capire e declinare questa concezione dell’autonomia del politico -intesa non in chiave assolutistica ma sempre relativa- bisognasse rifare la storia della grande filosofia politica borghese del Novecento. E allora bisognava comprendere bene Weber e poi Schmitt. Da lì anche Tronti ha iniziato a studiare Schmitt. Ci furono due importanti convegni a Padova che organizzammo come Fondazione Gramsci Veneto: il primo con Curi, Miglio e Bozzo sulla guerra e il secondo proprio su Schmitt che si intitolava La politica oltre lo Stato. E si cominciò allora, insieme ad altre persone come Giacomo Marramao, una riflessione che si sviluppò anche sulla rivista Il Centauro e che verteva sulla tradizione del pensiero borghese a proposito del tema del politico e dello Stato.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui 

Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

Comments are closed.