Dove va la Francia? Intervista a Nicola Genga

Genga

Pagina  2 – Torna all’inizio

Nel corso della campagna elettorale è emerso un tentativo da parte di Marine Le Pen di appropriarsi della figura di De Gaulle, continuamente citato e preso a modello. A suo parere la “svolta gollista” di Marine Le Pen è meramente tattica o rappresenta una direzione strategica con l’obiettivo di occupare lo spazio politico della destra moderata?

Genga: La carta gollista era stata già giocata in maniera folkloristica, alla fine degli anni ’90, candidando il nipote del Generale alle elezioni europee. Quella che Marine Le Pen ha provato e sta provando a perseguire è una “captazione” dell’eredità gollista, ricomponendo la frattura storica tra il gollismo antifascista e l’estrema destra che non perdona al Generale la questione algerina. L’obiettivo di occupare lo spazio della destra conservatrice è un tentativo che, anch’esso era stato ipotizzato da Bruno Mégret, sempre negli anni ’90, e passava per una strategia delle alleanze che ricalcasse lo schema italiano post Fiuggi. Nel Front national di Marine Le Pen (e Florian Philippot) il richiamo al lascito di De Gaulle serve a dare una patina più rispettabile alle posizioni sovraniste ed eurocritiche da sempre sostenute dal partito, che oggi tornano di attualità vista l’impasse della costruzione europea e si rivestono di preoccupazioni protezioniste, colbertiste.

A suo parere come si evolveranno i rapporti tra FN (o come si chiamerà dopo l’eventuale cambio di nome) e destra gollista? Esistono margini per una convergenza?

Genga: Les patriotes, come forse si chiamerà il nuovo FN, non cercheranno ufficialmente e a livello nazionale una convergenza, perché non possono ammettere una compromissione con il “sistema” a lungo vituperato. È interessante notare tuttavia come Marion Maréchal Le Pen, prima di ritirarsi dalla vita politica con una mossa tanto sorprendente quanto sospetta di tatticismo, non avesse invece escluso una riflessione in questo senso. I gollisti, dal canto loro, dovranno guardarsi allo specchio dopo le legislative. Se dovessero vincere potrebbero resistere facilmente alle lusinghe radicali. Se invece si innescasse una dinamica centripeta di grande coalizione, le frange più oltranziste che si riconoscono nella corrente della droite populaire potrebbero avere interesse a staccarsi per iniziare un dialogo con i lepenisti.

In queste elezioni presidenziali, nonostante la sonora sconfitta del secondo turno, Marine Le Pen ha ottenuto due importanti risultati: un sostanziale riconoscimento come attore legittimo del sistema politico e un importante aumento di voti (avendo ottenuto 11 milioni di voti al ballottaggio). A suo parere questa è davvero una sconfitta per Le Pen o può rappresentare una base su cui costruire una vittoria futura?

Genga: Come al solito Marine Le Pen è stata sopravvalutata alla vigilia e viene sottovalutata dopo. Dieci milioni e 600mila voti sono un bottino elettorale enorme e che potrà essere capitalizzato da un’azione politica lungimirante. Alle legislative conterà soprattutto il comportamento altrui, ossia la tenuta del barrage repubblicano al cospetto dell’irrigidimento multipolare dei candidati macronisti, gollisti, insoumis e socialisti allettati dalla prospettiva di ottenere la maggioranza relativa nelle competizioni tri e quadrangolari del secondo turno. Ma in prospettiva Les Patriotes possono essere il punto di riferimento della ricostruzione a destra, se anche i gollisti vengono svuotati da Macron e se i governi dei prossimi anni non riusciranno a incidere sulla politica economica del Paese.

Marine Le Pen ha tenuto una posizione protezionista su molti temi, soprattutto quelli maggiormente legati ad aspetti “internazionalisti” ed europei, ma su molti altri ha invece optato per una postura decisamente liberista, basti pensare alle sue posizioni sulla tassa di successione e alla possibilità di donare soldi a figli e nipoti ogni cinque anni senza alcuna tassazione, ma anche al regime di detassazione previsto per le imprese. L’idea alla base di queste proposte è quella, tipicamente neo-liberista, di far ripartire l’economia stimolando la crescita, a fronte di un minore impegno della mano pubblica. Questo dovrebbe far capire che il Front National non sia molto interessato alle tematiche distributive e alle disuguaglianze, eppure Marine Le Pen ha preso molti voti dalle classi meno abbienti, che dovrebbero teoricamente essere più interessate a temi del genere. Lei come spiega questo dato? La sinistra francese cosa può imparare da questa realtà?

Genga: Si può partire dalla constatazione banale per cui la realtà sociale, e sociologica, non si traduce automaticamente in consenso politico-elettorale. Gli operai, gli impiegati e il lavoro dipendente in genere non hanno sempre automaticamente, e in blocco, votato per la sinistra. Né in Francia né altrove. Negli anni ’70 c’era un trenta per cento di elettori che non votata né per il Ps né per il Pcf. Le presidenziali del ’95 rappresentano uno spartiacque storico nella “destrizzazione” del voto operaio: da allora la maggioranza assoluta dell’elettorato operaio preferisce i partiti gollisti, liberali e di destra radicale. E ovviamente solo chi subisce la fascinazione del mito dell’elettore razionale può pensare che lo facciano a fronte di una lettura attenta delle proposte programmatiche di questi partiti. In ogni caso, il Front national è stato sempre guidato da una prospettiva iper-liberista, soprattutto negli anni ’80. Poi negli anni ’90 ha cercato di appropriarsi dei temi sociali: “Le social, c’est le Front national”, recitava uno slogan. Nello stesso periodo si è cominciato a parlare di “gaucho-lepenismo” e di “lepenismo operaio”. Oggi c’è un riorientamento programmatico verso temi statalisti e di welfare chauvinista, conseguenza dell’iniziativa di Philippot, che proviene dal sovranismo di sinistra di Chevènement. Ma resta alta l’attenzione per la concorrenza, l’impresa e la tutela dei patrimoni privati. Tutto ciò si correla con un crescente consenso degli operai per i Le Pen alle presidenziali: 21% nel 1995, 23% nel 2002, 28,5% nel 2012, 37% nel 2017. Ma bisogna considerare che solo il 60% degli operai oggi vota. E se si conteggiano anche i non iscritti alle liste elettorali, come alcuni studiosi francesi del Front hanno fatto (ad esempio Alexandre Dézé) solo un operaio su sette vota per il FN. Tanti o pochi, perché lo fanno? La spiegazione non è dissimile da quella evocata nei casi della Brexit e di Trump: forgotten men, individui che si sentono marginalizzati, sconfitti dalla globalizzazione, persone meno istruite e abbienti, mai socializzate alla politica o disilluse, che esprimono il proprio risentimento sostenendo chi dichiara di sfidare il sistema e le caste varie. Alla sinistra di tutte le latitudini servirebbe la politica. Vasto programma.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Lorenzo Cattani: Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna. Matteo Rossi: Nato a Genova nel 1993. Nell'aprile 2016 ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Pavia, con una tesi sul rapporto tra esclusione e violenza politica. Dal 2012 è allievo del Collegio Ghislieri e dell’Istituto Universitario di Studi Superiori (IUSS) di Pavia.

Comments are closed.