Intervista a Peppe Provenzano sul Sud

Intervista a Peppe Provenzano sul Sud

Peppe Provenzano è Vice Direttore della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno), si è laureato e ha conseguito il dottorato in Diritto Pubblico alla Scuola Superiore “Sant’Anna” di Pisa. È il promotore dell’associazione Sinistra Anno Zero. 

Abbiamo deciso di intervistarlo, anche in occasione dell’uscita delle anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2018, per approfondire il complesso di temi legati alla frattura Nord/Sud e alla “questione meridionale” che ha accompagnato la storia del nostro Paese. L’intervista mira a mettere in evidenza i diversi aspetti di questa frattura, a partire dalla sua dimensione storica per giungere alla forma che ha assunto negli anni più recenti, soffermandosi tra le altre cose sulla stagione dell’intervento straordinario e sulla sua successiva crisi, sul ruolo delle classi dirigenti locali e nazionali, sulle politiche europee, sugli effetti della crisi, sullo stato attuale dell’economia meridionale e in generale sul carattere paradigmatico che l’analisi dell’economia e della società del Mezzogiorno può rivestire nell’evidenziare le principali contraddizioni del modello di sviluppo italiano ed europeo. L’intervista è a cura di Giacomo Bottos. Le opinioni espresse dall’intervistato non impegnano l’istituzione di appartenenza. 


Hai spesso ripetuto come guardare al Sud e ai suoi cambiamenti possa rivelare delle tendenze più generali, come permetta di vedere, in forma concentrata, contraddizioni e dinamiche che sono presenti anche nel modello di sviluppo del Paese nel suo complesso o, ad esempio, su scala europea. Per quali ragioni avviene questo secondo te?

Peppe Provenzano: Forse questo accade per me, come per chiunque parta da un punto di osservazione specifico e si interroghi su cosa gli accade intorno. Ma io ne sono convinto: il Sud non è un luogo a sé, gravato da vizi interni tali da offuscare il contesto, avulso dalla storia e dalla geografia. È invece un’area inserita nelle grandi trasformazioni della società italiana e dell’economia mondiale rispetto alle quali si presenta spesso uno specchio rivelatore, riproducendone in forma concentrata contraddizioni e fratture vecchie e nuove. Non si tratta solo dei limiti del modello di sviluppo italiano, che al Sud si accentuano: debolezza della macchina pubblica, modello di specializzazione produttiva, organizzazione aziendale e scarso contenuto di conoscenza, limiti che si riflettono sulla produttività. Le lezioni che possiamo trarre dal Sud sono più ampie: se avessimo considerato meglio le dinamiche della più grande area meno sviluppata d’Europa – tale è infatti oggi il nostro Mezzogiorno – ci saremmo accorti, ben prima che importanti libri scritti da economisti per fortuna divenuti alla moda lo spiegassero, dei nessi tra equità e sviluppo (Piketty, Atkinson, Stiglitz) e dei limiti un mercato che, al di là dei suoi noti fallimenti, di per sé non produce innovazione e convergenza (Mazzucato). In definitiva avremmo colto le ragioni profonde della crisi, che la Grande recessione ha soltanto disvelato. Avremmo allo stesso tempo posto il tema della frontiera meridionale dell’Europa e dell’inadeguatezza di un impianto economico europeo e dell’Eurozona, privo di degli strumenti per correggere gli squilibri di sviluppo, di benessere e competitività, e che anzi finisce per aggravarli.

L’Italia è un paese da sempre segnato da molteplici fratture e divisioni. Ritieni che quella Nord/Sud mantenga tuttora un valore paradigmatico e resti una, o la chiave fondamentale per interrogarsi sui problemi del Paese?

Peppe Provenzano: È quello che provo a sostenere. Non va dimenticato che, storicamente, la prima delle divisioni del nostro Paese è proprio quella fra Nord e Sud, connessa alla formazione dello Stato unitario, alla quale si lega immediatamente il porsi della “questione meridionale”. Si tratta di una linea di divisione forse inevitabile, per un Paese troppo lungo, come lo descrissero gli arabi mille anni fa nelle loro scorribande da Sud a Nord e come ricordava Giorgio Ruffolo in un bel libro intitolato appunto Un paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo, una frattura che oggi si carica di un tratto di forte attualità. Non mi riferisco al risultato elettorale del 4 marzo, che restituisce un’Italia politicamente divisa come mai prima d’ora, ma a processi più ampi. L’Italia è attraversata da molte linee di frattura, che creano sacche di emarginazione in cui si genera il risentimento, al Sud come al Nord. Se provassimo a fare un inventario di queste fratture dovremmo ricordare almeno: quelle sociali, di genere e di generazione, sul lavoro e sul welfare; tra territori, centro e periferie, città e aree interne; tra imprese, inserite nelle catene globali del valore o ripiegate in una competizione difensiva e al ribasso; perfino democratiche, se penso al godimento dei diritti di cittadinanza; e infine demografiche. Ecco, tutte queste fratture al Sud si sommano, si combinano e si accentuano. In questo senso per le complessità che tale sovrapposizione porta alla luce, il Mezzogiorno può tornare ad essere una chiave di lettura fondamentale dei problemi dell’Italia tutta.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: La frattura Nord/Sud

Pagina 2: La “questione meridionale” tra classi dirigenti e società

Pagina 3: Peppe Provenzano: la Grande recessione e l’esigenza di un rinnovato ruolo dello Stato


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

Comments are closed.