Intervista su Alternative für Deutschland al Prof. Markus Egg

Alternative für Deutschland

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Il rapporto col sistema mediatico tedesco

Lei ha appena evocato la stampa tedesca. Il rapporto fra media e democrazia è ovviamente un tema classico della teoria politica e della sociologia, ma esso, negli ultimi anni e in vari contesti, è uscito dalla cerchia degli specialisti e si è imposto nel dibattito politico quotidiano: in Italia già con l´ascesa di Silvio Berlusconi, oggi negli USA attraverso il conflitto permanente fra Trump e i principali media del Paese. Mi piacerebbe sapere se la Alternative für Deutschland si sente in qualche modo penalizzata dal sistema mediatico tedesco.

Dunque, c´è uno studio della Media School della Università di Amburgo che indaga il ruolo della stampa tedesca nel quadro della crisi dei migranti: si tratta di uno studio i cui risultati sono devastanti [vernichtend]. Cito: “nella crisi dei migranti, la stampa si è allontanata di molto dal ruolo suo proprio e ha in sostanza condotto delle campagne mediatiche in favore del governo”. Personalmente, ricordo ancora una apertura della Bild Zeitung che recitava: “Refugees welcome”. Ora, questo non è affatto il ruolo della stampa: questa è propaganda. Nell´ambito della crisi dei migranti, la stampa ha perso davvero molto della sua credibilità. Io sono dell´avviso che comunque si debba affrontare l´argomento in modo un poco più differenziato. Ci sono ancora, è ovvio, giornalisti legati coscienziosamente al compito di riportare le notizie, e si dice sempre che si debba separare il commento dalla notizia vera e propria. È chiaro, infatti, che se io scrivo un commento per la Süddeutsche Zeitung, so che il giornale ha un suo indirizzo generale; sopra il mio pezzo c`è però l´indicazione che si tratta di un commento, di una opinione, e ciò è perfettamente legittimo perché se il commento irrita il lettore, costui non è costretto a leggere quel determinato giornale. Altra cosa, invece, è se le notizie non sono veridiche ed esatte. Se questo accade, è un problema. Ora un´istituzione terza ci ha appunto dimostrato scientificamente che la stampa è venuta meno al suo compito.

Alcuni esponenti della Alternative für Deutschland hanno però rilasciato alla stampa dichiarazioni che paiono davvero inaccettabili, penso a quanto affermato in circostanze diverse da Frauke Petry e Beatrix von Storch in relazioni alla crisi dei migranti. Come giudica Lei siffatti episodi?    

Bisogna intanto rappresentarsi il contesto in cui sono state fatte queste affermazioni. Ad esempio, Frauke Petry è stata praticamente assalita dai reporter, che continuavano a ripetere ossessivamente il concetto “ordine di sparare” [Schießbefehl] sino a quando lei, alla quinta volta, ha affermato che in fondo la possibilità di proteggere i confini con le armi è previsto dalla legge federale. È chiaro che una simile possibilità non era affatto riferita a lunghe file di profughi disarmati, ma a trafficanti, sabotatori, spie etc. Personalmente, devo comunque dire che non ho mai avuto esperienze negative con la stampa e mi auguro che si torni presto a un clima meno teso, a rapporti più sereni: affinché ciò avvenga, dobbiamo contribuire anche noi come partito. Mi auguro che anche da parte della stampa si torni alla normalità.

Sia in Europa sia negli Usa si discute molto oggi circa l´effetto del cd. “politicamente corretto”, intendendo con ciò la tendenza a depurare il dibattito pubblico da tutti quegli elementi che possono offendere la sensibilità di ben definiti gruppi sociali. Alcuni sostengono che questa tendenza sia una norma certamente positiva quale condizione fondamentale per un pacifico dialogo fra culture diverse al tempo della globalizzazione, laddove i suoi avversari – in Germania penso alle tesi di Thilo Sarrazin – ritengono che ciò sia una forma di censura, la quale impedisce una discussione davvero franca dei problemi. Come valuta questo fenomeno?

Il concetto di politically correctnes è un concetto piuttosto vago. Molto di ciò che viene trattato sotto questa categoria è in realtà normale decoro, buona educazione, tatto: rispetto a tutto ciò, è chiaro che nessuna persona normale avrà alcunché da obbiettare. Si tratta insomma di una condotta che deve essere auspicata e che può essere pretesa dagli altri. Ne viene che alcune stupide frasi riferite ad alcune minoranze devono semplicemente essere rifiutate: punto e basta. D´altra parte è chiaro che per assumere siffatta condotta non c´è bisogno di alcuna politically correctness poiché qualunque persona ben educata rifiuterebbe di impiegare, ad esempio, insulti razzisti: non c´è nemmeno bisogno di discuterne. Ma il politicamente corretto va oltre, e qui sorgono le difficoltà. Quando ci si domanda, ad esempio, se si debba adattare la lingua a criteri e prescrizioni definite, si giunge davvero a qualcosa che deve essere respinto, nel senso che io voglio poter parlare e scrivere in normale tedesco, senza dovermi attenere a qualche prescrizione alla moda, ad una cosiddetta “lingua gender-neutrale” – da linguista rigetto tutto ciò come un non senso. Sono dell´avviso che il problema risieda in realtà nel fatto che l´intero viene vieppiù frantumato – mi riferisco ora al concetto di intersezionalità. Si dice infatti che non ci sono soltanto le rivendicazioni di singole minoranze etniche, ma anche quelle di minoranze religiose, delle donne, degli invalidi etc, Se si considera poi il processo complessivo, si vede come l´intero sociale divenga sempre più spezzettato, circostanza che poi viene spesso sfruttata per l´affermazione di interessi particolari e che può essere usata come arma in seno al dibattito pubblico. Ricordo qui il caso di Thilo Sarrazin, che lei stesso ha evocato. Sarrazin sostiene delle tesi che possiamo anche definire controverse – e non vi è nulla di male in ciò: si può e si deve confrontarsi aspramente su queste tesi. Tuttavia, a mio modo di vedere, il 90% delle discussioni intorno a Sarrazin avevano meno a che fare con la domanda se egli avesse ragione o torto quanto piuttosto con la domanda se, in generale, fosse lecito pensare ciò che Sarrazin di fatto pensa. Questo è senz´altro sbagliato. Constato anche che queste tecniche divengono sempre più raffinate. Ad esempio, si consideri la domanda seguente: che cosa significa in verità “discriminazione”? Si consideri insomma la definizione di “discriminazione”. Ebbene, si dice che non appena un individuo appartenente ad un gruppo si sente discriminato si ha a che fare con una discriminazione: che poi la maggioranza di questo gruppo la pensi allo stesso modo o meno è del tutto irrilevante. E questo sentire del singolo non può essere messo ulteriormente in questione, sicché se io ora andassi lì e dicessi che l´esternazione in oggetto potrà forse essere considerata scortese, ma non davvero come un atto di discriminazione, mi renderei io stesso responsabile di un atto di discriminazione. In sostanza, vengono costruiti dei tabù che rendono impossibile un confronto franco, soprattutto nel contesto della ricerca scientifica.

A proposito del mondo della ricerca, ci piacerebbe sapere come Lei valuta la crescente internazionalizzazione della Università tedesca e quali siano le idee-guida della Alternative für Deutschland in rapporto all´Università.

Io stesso sono stato professore ospite in Olanda e giudico in termini assolutamente positivi che in Germania sia possibile uno scambio libero di idee e di scienziati. È chiaro: noi come partito – e io personalmente – sosteniamo convintamente la libertà accademica. Nelle università affluiscono persone con provenienze, convinzioni, vissuti personali del tutto diversi. Tutto ciò che ci unisce sta in ciò: ricerchiamo la conoscenza. Questo ci unisce ed è molto più importante di quanto ci divide. Ora, io non devo per forza condividere la generale visione del mondo di qualcuno per poter fare con costui della buona ricerca scientifica. Di conseguenza, come Alternative für Deutschland rifiutiamo il tentativo della politica di esercitare un influsso sulla università – anche qualora quest´ultimo si articoli sotto forma di una regolamentazione per “quote” o di clausole come la cosiddetta “clausola civile” [Zivilklausel], in forza della quale le università si impegnano a non perseguire ricerche che possano avere una applicazione militare. In linea di principio è infatti chiaro che gran parte della ricerca scientifica possa trovare una applicazione bellica, anche la linguistica. Sulla base della mia esperienza, devo però dire che la maggior parte degli studenti sono tolleranti. Il problema è che abbiamo alcuni gruppuscoli – molto minoritari ma molto aggressivi e rumorosi – che tentano di avvelenare l´atmosfera generale dell´università: particolarmente colpiti sono stati colleghi come lo scienziato politico Prof. Herfried Münkler e lo storico dell´Europa orientale, Prof. Baberowsky, perseguitato da alcuni gruppetti trotzkisti. Le lezioni del professore di pedagogia Malte Brinkmann sono stati invece disturbate da non so quali estremisti, perché egli aveva osato far leggere agli studenti testi di Kant: a quanto pare – non lo sapevo nemmeno io – Kant ha fatto di tanto in tanto alcune isolate osservazioni che, considerate dalla nostra prospettiva, sono razziste. È del tutto evidente che il contenuto di queste osservazioni di Kant, se viste dalla prospettiva dell´oggi, urtano la nostra sensibilità, ma ciononostante sono dell´avviso che sia importante conoscere questi testi classici. Al Prof. Brinkmann è stato dunque intimato di rimuovere questi testi dalla bibliografia del corso, egli si è rifiutato e dunque le sue lezioni sono state oggetto di disturbo: credo che questi episodi diano molto da pensare…

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