Un globo da governare. “L’invenzione del Globo” di Matteo Vegetti
- 15 Agosto 2017

Un globo da governare. “L’invenzione del Globo” di Matteo Vegetti

Scritto da Paolo Missiroli

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Rivoluzioni spaziali e globalizzazione

Questa rivoluzione spaziale (che agisce sotto il segno di Ziz, il mostro alato della Bibbia, come il Leviatano era il segno della rivoluzione del mare, contro Behemot, il mostro della terra), segna uno spartiacque radicale nella storia della modernità. Essa è in primo luogo condizione e strumento del dominio imperiale degli Usa (ma di un impero nuovo, che non ha nulla a che vedere con i vecchi imperi del mare e della terra – Impero Inglese e il Terzo Reich tedesco); in secondo luogo questa rivoluzione spaziale si realizza nella produzione di un mondo unito, One World, che viene mostrato nella sua intrinseca politicità da Vegetti, secondo la lezione di Schmitt.

Infatti, come già il giurista tedesco ricordava, non c’è unificazione del mondo che non sia il portato di una specifica volontà politica. Da questo punto di vista, un mondo unito non è mai unito nel nome dell’umanità o della pace, quanto della volontà di comando di un particolare attore. La pace non è altro che il proseguimento della politica con altri mezzi.

Come avviene questa unificazione nell’era dell’aria? Oltre ai processi economici, e forse addirittura prima, innanzitutto nello sguardo che i moderni hanno sul mondo. Vegetti descrive minuziosamente le visioni geopolitiche caratteristiche degli anni Cinquanta (che si costituiscono su alternative tra terra e mare forti, ma nella consapevolezza di un mondo finalmente unito, un mondo in cui, ad esempio, il continente americano non è più concepibile come separato, come secondo emisfero) finanche mostrando la struttura dello sguardo imperiale degli USA attraverso i nuovi mappamondi, le nuove carte del mondo: mondi decentrati, non più posti nella piattezza di una carta piana, ma circolare, con al centro il polo ed intorno tutti i continenti, collegati dalla fine delle barriere fisiche rappresentate dal mare e dalla terra.

Una nuova logica dell’aria si instaura: dopo il globo di Mercatore (in cui il continente americano è radicalmente separato dal resto del mondo), fondatore della logica isolazionista che ancora oggi serpeggia nel cuore degli USA, il globo di Harrison. Non a caso Roosevelt, prendendo la parola dopo Pearl Harbor, disse prima di tutto ai cittadini americani: “Fornitevi di una cartina del mondo.” Egli avrebbe dovuto aggiungere: “Cambiate il modo in cui la guardare, ritagliatela e riposizionatela. E’ tempo di collocare gli Usa a fianco del resto del mondo.”

Su questa capacità di interpretare e di modificare il mondo con e grazie alla rivoluzione spaziale dell’aria, gli USA hanno acquisito potenza ed hanno potuto instaurare il loro impero.

R.E. Harrison, “Un solo mondo, una sola guerra”, mappa, marzo 1942

Impero che è stato anche possibile grazie ad una vera e propria planetarizzazione di questo globo, visto come un tutto unificato dallo spazio secondo le regole omogenee di un pianeta. Sono i viaggi dello spazio che consentono per la prima volta di parlare di un’umanità del tutto unita in un pianeta “astronave madre”, di parlare di patrimoni dell’umanità. Eppure, la separazione dal mondo non è scevra da problemi e da paure: Vegetti mostra come esista una vera e propria discussione filosofica riguardo alla separazione dell’uomo dalla terra mediante sia la sua planetarizzazione (un globo unito e unificato) sia al distacco fisico dell’uomo dal mondo (con lo sbarco sulla Luna).

I punti di riferimento sono Heidegger da un lato e Levinas dall’altro. Se uno sostiene che siamo infine del tutto distaccati dal nostro mondo, che abbiamo dunque perso il mondo, quel mondo che Heidegger sin da Essere e tempo aveva posto al centro della sua opera, Levinas parla invece di una fuga dalle nostre identità ristrette verso un mondo unito, al di là del mondo stesso. Visioni e giudizi opposti, che però si fondano su un medesimo fatto: non siamo più (solo) sulla Terra. Anche Maurice Blanchot, nella sua valorizzazione dell’erranza dal mondo, parla in fondo della stessa cosa.

Impero che oggi è costretto a far fronte (non senza difficoltà) ad una terza rivoluzione spaziale, che si manifesta secondo Vegetti sostanzialmente come un approfondimento delle dinamiche di deterritorializzazione della seconda. Nella globalizzazione contemporanea, la rivoluzione tecnologica porta ad un annullamento delle distanze che ricalibra ancora una volta lo spazio (questa ricalibrazione è ancora in divenire, per Vegetti, e non è scevra da problematiche e crisi, come gli ultimi fenomeni come Trump e Brexit ci mostrano).

La nuova economia che si calibra sui flussi e su confini generalmente deboli diviene così padrona del globo, divorando e digerendo persino,  quel Leviatano che le diventa schiavo e servo (come Dardot e Laval ci hanno insegnato), quel mostro assolutamente potente che avrebbe dovuto, o almeno questo era il sogno di alcuni moderni, essere sovrano sulla terra. Il grido di Hobbes suona così ridicolo alla lettura di Schmitt: “Non est potestas super terram quae comparetur ei”): proprio quella terra non vale più, non è più lì il potere effettivo, la realtà dello spazio. Una nuova economia politica dello spazio si impone, e l’economico domina sul politico proprio perché l’economico riesce a stare dentro questi flussi, l’economico è questi flussi. Il capitalismo ha sempre sognato il superamento di tutti i confini e la riduzione dello spazio ad un nulla: Marx è un importante punto di riferimento di Vegetti. Questo capitalismo si avvicina sempre di più alla sua verità, nella possibilità di essere non solo dappertutto, ma anche di potere andare ovunque in un tempo praticamente nullo.

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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