Un globo da governare. “L’invenzione del Globo” di Matteo Vegetti
- 15 Agosto 2017

Un globo da governare. “L’invenzione del Globo” di Matteo Vegetti

Scritto da Paolo Missiroli

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Due riflessioni sul globo

Questa visione del capitalismo ed in generale dello statuto del confine e della dipendenza dalla materialità, per quanto contenga una buona parte di verità (sopratutto per quanto riguarda la tendenza del capitale al superamento dei confini), può essere problematizzata.

In primo luogo è abbastanza noto come in realtà il capitalismo abbia sempre avuto, ed ha anche oggi, una forte dipendenza da una dimensione profondamente materiale (si vedano le opere di Andreas Malm o il classico La grande divergenza di Kenneth Pomeranz), tanto è vero che anche oggi la crisi ecologica è crisi del capitalismo (su questo punto sono imprescindibili gli studi di J. Moore), che certamente entra in relazione con questo limite, tenta di superarlo ed in certi casi riesce anche a valorizzarsi a partire da questa crisi, ma il modello di relazioni qui è quello più del gioco tra due elementi in realtà non eterogenei (il capitalismo non è altro dalla natura, ma ne sta all’interno), che di un superamento dell’alterità. Questo, in tempi di crisi energetica ed ambientale, vale ancora oggi: il capitalismo può superare lo spazio solo relativamente.

Quando Vegetti dice che il capitale “si sottrae al tempo ed allo spazio” forse, all’interno di un contesto teorico estremamente fecondo, come ho provato a mostrare, crede troppo a quello che il capitalismo racconta di sé stesso (per dirla con Spinoza, di essere “un impero in un impero”, quello della natura, in cui in realtà è immerso già da sempre). Questo Marx lo aveva molto chiaro: non ci può essere un capitalismo che non stia nel mondo, che non lo sfrutti e che, questo lo abbiamo più chiaro noi, non lo metta sempre a rischio, ne distrugga la vita pulsante, ne configuri in modi nuovi le dinamiche, e ne sia dipendente, come si dipende da una materialità data come unico orizzonte. Anche i confini, in realtà, sono ancora ben presenti ed agenti. La loro porosità è semplicemente funzionale a tutta una serie di movimenti e processi economici (come spiegano bene Mezzadra e Neilson).

Collegandomi a questo ultimo punto e concludendo, una riflessione sulla questione del globo.
C’è un’altra cosa da dire sul globo, che è poi quello che emerge dalla lettura di Latour, di Sloterdijck e di chi se n’è occupato pensando al mondo, cioè tenendo presente la crisi ecologica. Come abbiamo mostrato parlando del testo imprescindibile di Farinelli caratteristica della modernità è il governo dello spazio, e condizione del governo dello spazio è la cartografia di questo spazio. Bisogna rendere il territorio una mappa per poterlo governare. Bisogna poterlo vedere. Diciamolo con Sloterdjick:

L’imperialismo è la planimetria applicata, l’arte di restituire le sfere su una superficie piana e i mondi in tabelle. Il signore definisce l’unità di misura. Sovrano è colui che decide dell’operazione di appiattimento. Si può conquistare solo ciò che si può ridurre con successo ad una dimensione.

Con la globalizzazione accade la stessa cosa. Può esserci sogno di governo del mondo, governo cibernetico, governo politico, solo se il mondo non è più un orizzonte infinito popolato da moltitudini di viventi, ma se diventa una enorme rete, sottomissibile ad uno sguardo. Sebastian Vincent Grevshmuhl l’ha mostrato molto bene: i sogni di dominio geo-ingegneristico del mondo nascono solo quando questo diventa, come direbbe Vegetti, pianeta. Un pianeta che è un globo visibile e percorribile.

Da questo punto di vista, bisogna dire che la globalizzazione per come si è svolta finora è il compimento di una delle tendenze più profonde della modernità: considerare lo spazio come un dato da governare, il mondo come una risorsa da sfruttare, la natura come la pattumiera dello Spirito. Da questo punto di vista, ci ricorda Vegetti, chiarendoci quindi che non è attraverso una feticizzazione del limite che si giungerà ad una nuova coscienza ecologica, giacché anche il globo di questi moderni è limitato, ed anzi è lo spazio del governo proprio perché è limitato, quello che importa è forse piuttosto in un certo senso infinitizzare la natura, o meglio, moltiplicarla, renderla non più una carta ma nemmeno una rete astratta, renderla un insieme di uomo nel mondo, di viventi e non viventi autocollocantesi in un’orizzonte (e non in una foto, non in una biglia blu), che è la sola condizione di vita e di azione. Contro il Globo, dice Latour, bisogna sempre parlare di Gaia.

Contro i signori della geo-ingegneria e dell’ecologia dei ricchi (quella dei grandi parchi e dello sfruttamento delle risorse del Terzo Mondo), bisogna sapere di vivere in un mondo che crolla proprio perché è Globo, perché è considerato “spazio di sfruttamento”. Sono le connessioni tra abitare e territorio, tra uomini e mondo (Spinoza ci ha insegnato che non c’è davvero differenza), che contano.

Foto del Pianeta Terra scattata nel 2015 dalla NASA

Questo libro è davvero importante perché è una riflessione filosofica (non se ne vedono molte) sulla globalizzazione e sulla sua origine, e perché parla di noi. Parla del modo in cui guardiamo al mondo, e quindi della globalizzazione; della crisi ecologica, perché vivere in un globo non è la stessa cosa che stare in un orizzonte. Possiamo, e questo era il senso delle nostre considerazioni finali, aggiungere solo una cosa ad un testo così decisivo: non bisogna credere troppo a quello che i moderni dicono di sé stessi, come ci ha insegnato Bruno Latour. Anche Heidegger e Levinas, apparentemente così lontani, fanno lo stesso errore: pensano che davvero l’uomo non abbia più bisogno della Terra e del mondo in cui vive.

Heidegger è forse il più noto tra questi grandi pensatori che è caduto nella trappola. Egli ha creduto davvero ai racconti di gloria dei moderni, che, prima, all’alba del loro tempo, nell’Ottocento, gridavano felici: “Stiamo andando al di là del mondo!” E poi, piangendo con lui, ma rimanendo sempre moderni (giacché essere moderni significa, nel senso in cui lo dico qui ora, credere di non essere nel mondo), “Ormai siamo così lontani dal mondo…”. In realtà noi, e possiamo dirlo con così tanta forza oggi, all’inizio dell’Antropocene, abbiamo potuto alterare il nostro ambiente, ma nel farlo ci rendiamo conto di quanto ne dipendiamo. Noi siamo nel mondo fino al collo, e non potremo staccarcene prima che questo, accettando il nostro agire geologico-politico, si trasformi togliendoci, per così dire, la terra da sotto i piedi.

Che fare, quindi, secondo Vegetti? Cominciamo col dire che non è scopo del libro rispondere a questa domanda. Unendo le sue riflessioni anche a partire da Marx e sul globo e la coscienza ecologica (di cui abbiamo discusso anche in questa sede), possiamo dire due cose: in primo luogo, lo sguardo al mondo come globo è lo sguardo di chi ha voluto sfruttare questo globo, causando la crisi ecologica; contro il globo, bisogna ricordarsi della Terra. Contro la semplificazione in un tutto che si coglie con uno sguardo dall’alto, il mondo come orizzonte.

In secondo luogo, bisogna ricordarsi che la globalizzazione è un processo politico non uniforme e nemmeno univoco; non necessariamente bisogna volerla distruggere per risolvere i molti problemi che essa pone. Più concretamente, ci ha insegnato Marx e ci ricorda Vegetti, bisogna portarsi al suo livello, provando a riarticolare i rapporti tra globale e locale, tra territorio e spazio, tra filiere produttive e Stati. Marx ha sempre posto come primo degli obbiettivi la necessità di trattare col capitale sullo stesso spazio, sempre più mondiale anche ai suoi tempi. Anche alla luce della crisi ecologica, il grido di battaglia del Manifesto del ’48 assume davvero un significato nuovo: “Workers of all lands, unite…”

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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