“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca

IRI

Recensione a: Pierluigi Ciocca, Storia dell’IRI. 6. L’IRI nella economia italiana, Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 346, 35 euro (scheda libro).


Discutere dell’IRI significa discutere dell’Italia, dei suoi punti di forza e di debolezza. La storia del nostro paese, soprattutto quella repubblicana, viene riflessa in maniera cristallina nella parabola dell’IRI. Parabola che Pierluigi Ciocca riesce a restituire molto bene nel suo libro L’IRI nell’economia italiana, edito da Laterza e sesto e ultimo volume di un’opera dedicata proprio alla storia dell’Istituto. Nato nel 1933 come ente provvisorio, poi divenuto “definitivo” nel 1937, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale fu la risposta ad un problema strutturale che la crisi del ’29, unitamente alle difficoltà del primo dopoguerra, rischiava di esacerbare: l’obbiettivo era compensare le mancanze del capitalismo, e dei capitalisti, privati, che negli anni precedenti non avevano saputo “conferire mezzi propri per abbattere l’indebitamento […], ri-orientare le risorse in direzioni più produttive per tornare al profitto”. L’analisi di Ciocca sullo stato del tessuto imprenditoriale dell’Italia giolittiana e liberale tende a confermare quegli elementi che avrebbero concorso alla fondazione dell’IRI, a testimonianza del fatto che anche in fasi economiche espansive vi erano deficit di imprenditorialità importanti. L’autore sostiene infatti che non vi fosse una «salda connessione fra i tre blocchi del sistema produttivo: la moltitudine delle microaziende, con la tendenza a restare tali raramente tentando il superamento della ditta familiare; la bassa quota delle aziende medie propense ad accettare il rischio del ricercare l’innovazione e sperimentarla; la rarità della grande impresa in grado di lanciare su larga scala le produzioni innovative più promettenti, così da diffondere i benefici del progresso tecnico in un mercato di massa».

Nonostante un rilevante intervento pubblico, l’Italia rimaneva un’economia di mercato capitalista. La soluzione adottata dall’Istituto fu infatti quella di acquisire quote azionarie di imprese private entrate pesantemente in crisi, ottenendo quote di maggioranza o di controllo. Nacque così il sistema delle partecipazioni statali che avrebbe influenzato pesantemente il capitalismo italiano nei successivi sessant’anni. All’inizio della seconda guerra mondiale, l’IRI era impegnato in quattro settori principali: siderurgia, settore armatoriale, cantieristica e meccanica, telefonia ed elettricità. Preservando le unità produttive che operavano in quei settori “l’IRI riempì vuoti cruciali che si sarebbero aperti nella matrice input-output delle attività economiche […] i benefici sarebbero divenuti palesi nel secondo dopoguerra, allorché settori quali energia, siderurgia, banca, trasporti e comunicazioni si dimostrarono decisivi per il progresso materiale degli italiani”. Superata la fase critica della ricostruzione dopo la guerra, in cui l’Istituto dovette difendere la sua stessa esistenza, nel periodo 1949-1955 le aziende del gruppo investirono 23mila miliardi di lire (ai prezzi del 1992), puntando soprattutto sui settori siderurgico, elettrico, meccanico-cantieristico, telefonico e dei trasporti marittimi. Venne a delinearsi in quegli anni quella che sarebbe stata definita “formula IRI”, caratterizzata da quella fitta rete di relazioni fra pubblico e privato, Stato e mercato, che portò l’Italia ad essere definita come “economia mista”.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il perché di questa scelta

Pagina 2: Il miracolo economico e l’economia mista

Pagina 3: La crisi degli anni ’70 e il tentato risanamento dell’IRI negli anni ‘80

Pagina 4: Il tremendo 1992 e le privatizzazioni


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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