“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca
- 11 Luglio 2017

“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca

Scritto da Lorenzo Cattani

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Il miracolo economico e l’economia mista

A partire dagli anni ’50 vennero tracciati i principali obiettivi che l’Istituto doveva raggiungere. Da un lato l’Italia doveva favorire il passaggio a nuove fonti di energia, favorendo l’innovazione tecnologica, cosa che effettivamente venne fatta, traghettando l’economia italiana verso un maggior consumo di fonti fossili e abbattendo contemporaneamente quello del carbone[1]. Venne individuata nell’industrializzazione la chiave per garantire una crescita dell’economia tramite un aumento della produttività e, soprattutto, fu chiaro da subito l’orientamento dei vertici dell’IRI nei confronti del Mezzogiorno. L’industrializzazione del Meridione era vista come un passaggio fondamentale non solo per la regione, all’epoca ancora prevalentemente agricola, ma anche per il paese, poiché i dirigenti dell’Istituto avevano capito che le differenze nella ricchezza delle due regioni non potevano far bene all’Italia[2]. La transizione dal settore agricolo all’industria e al terziario furono incredibilmente benefici per il Mezzogiorno che, come ricorda Ciocca, dall’IRI ottenne “l’apporto che i privati non avevano saputo dare: cultura industriale e amministrativa, infrastrutture, vasti impianti […] già nel 1957 si doveva alle partecipazioni statali, e in misura notevole all’IRI, un quarto del totale degli investimenti industriali nel Meridione. Il “miracolo economico” deve moltissimo all’Istituto e alle sue finanziarie di settore. In particolare, grazie all’IRI, il Sud conobbe un aumento degli occupati nell’industria dal 23 al 35% e l’industrializzazione stimolò un aumento del 6,3% annuo del reddito medio pro-capite della regione. Per la prima volta, dopo un secolo dall’Unità d’Italia, il divario nel reddito pro-capite fra Sud e Centro-Nord si ridusse.

Ma l’azione dell’IRI non si limitava solo a questo. L’istituto era anche uno spazio in cui si provò a ripensare un diverso modello di relazioni industriali, in cui si puntò molto sulla ricerca e sullo sviluppo e, soprattutto, in cui si formavano dirigenti e funzionari. Anche negli anni ’30, ricorda giustamente Ciocca, vi era stata un’esperienza “addestrativa” all’interno dell’Istituto, ma in quegli anni l’obiettivo era quello di rafforzare le competenze specialistiche poiché veniva ritenuto insufficiente l’apporto fornito da scuole secondarie e università. Giuseppe Gislenti, che dirigerà l’Istituto dal ’55 al ’71, puntò sulla “sinergia tra preparazione tecnica, partecipazione, identificazione con l’impresa”. Nel sensibilizzare dirigenti, quadri e dipendenti per ottenere un miglior rapporto fra lavoro e tecnologia sarebbe stato assistito dal filosofo Felice Balbo e insieme cercarono di costruire un nuovo profilo di dirigente “generalista”: che potesse disporre di una cultura duttile, in modo da ricoprire più funzioni. Come ricorda l’autore “l’attività di addestramento e formazione venne indirizzata a proporre a 10/20mila fra dirigenti, funzionari, quadri dell’IRI uno stile meno autoritario rispetto a quello vigente nel settore privato […] attento alle esigenze del personale, capace di coinvolgere i collaboratori in un impegno comune rivolto alla concreta soluzione dei problemi.” Vi era anche l’idea di legare la remunerazione al rendimento individuale e alla produttività, alla cui base vi era una job evaluation che graduava le remunerazioni in funzione della specificità e qualità delle mansioni. Per far ciò si pensava ad una contrattazione articolata[3], spostata dal livello nazionale a quelli settoriali e aziendali. Vi era l’intento di ridurre il conflitto e favorire la cooperazione dei lavoratori.

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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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