“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca
- 11 Luglio 2017

“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca

Scritto da Lorenzo Cattani

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La crisi degli anni ’70 e il tentato risanamento dell’IRI negli anni ‘80

L’IRI era allo stesso tempo meccanismo di supplenza dei privati, offrendo l’imprenditorialità di cui gli stessi erano deficitari – per cui richiedeva alla politica di astenersi dal portare avanti condizionamenti – e strumento che chiedeva allo Stato e alla politica di indicare obiettivi strategici di interesse pubblico da perseguire. Come ricorda l’autore, tutto ciò lo rese più aperto agli obiettivi dell’alta politica (sostegno ai redditi e all’occupazione, riequilibrio territoriale e superamento di nodi strutturali), ma lo rese anche preda della bassa politica, cioè nomine e assunzioni, vincoli alla mobilità del personale e “salvataggio di aziende decotte”. Questi elementi avrebbero poi creato le precondizioni per l’enorme crisi in cui sarebbe entrato – e che si sarebbe rivelata fatale – il gruppo durante gli anni ’70. La stagflazione, una maggiore permeabilità al condizionamento della politica e un clima tesissimo nelle relazioni industriali in quel decennio spinsero l’Istituto verso un ingigantimento del gruppo, che vide le aziende controllate aumentare vertiginosamente e, mentre l’occupazione nazionale cresceva di circa l’1%, la forza lavoro dell’IRI conosceva una crescita circa quattro volte superiore. Il gruppo iniziò a segnare delle pesanti perdite, che gli utili provenienti da telecomunicazioni, informatica, Rai, elettronica, autostrade, edilizia pubblica e infrastrutture non riuscirono a compensare. Alla fine degli anni ’70 il gruppo non era riuscito a stimolare gli aumenti di produttività necessari e a mettere in atto un nuovo orientamento delle produzioni e delle tecniche produttive di fronte al nuovo contesto di prezzi relativi scaturito dagli shock che l’economia mondiale aveva conosciuto in quegli anni. Si potrebbe dire, a parere di chi scrive, che mancò una visione di largo respiro, che concesse terreno ad una più improntata al raggiungimento di obiettivi di breve periodo. All’IRI vennero riconosciute troppe funzioni, una su tutte quella del salvataggio di imprese in difficoltà, tant’è vero che Ciocca sostiene proprio che “la classe politica smarrì la cognizione dell’autentico, originario, motivo di esistere dell’IRI quale autonomo meccanismo: supplire all’incapacità del capitalismo italiano di esprimere grandi aziende in settori cardine, affidando alla scansione fra imprenditorialità degli amministratori e proprietà dell’azionariato a maggioranza pubblica l’efficiente conduzione, la sopravvivenza di quelle aziende”.

Durante la presidenza di Romano Prodi, che ricoprì tale ruolo dal 1982 al 1989, si tentò di risanare l’Istituto, cercando di ricondurlo alla sua originaria funzione. Le linee guida per il risanamento dell’IRI furono il ridimensionamento, lo smobilizzo, l’internazionalizzazione e l’investimento su nuove attività industriali, che Prodi aveva riconosciuto nell’informatica, nell’impiantistica industriale ed energetica, l’automazione industriale, le telecomunicazioni e i sistemi elettronici per la difesa. Le attività di smobilizzo e di razionalizzazione del gruppo seguivano quindi una logica diversa da quella che si sarebbe poi imposta negli anni ’90 con le privatizzazioni, poiché miravano ad acquisire i mezzi finanziari che permettessero all’IRI di concentrarsi sul proprio core business. Fra il 1983 e il 1985 l’IRI cedette diverse posizioni di controllo, concludendo anche delle vendite molto importanti e sofferte. Si può citare la cessione della Ducati alla Cagiva, oppure la mancata vendita di quasi due terzi del pacchetto azionario della Sme (Società meridionale di elettricità) alla Buitoni di Carlo De Benedetti, dopo che il governo Craxi non diede l’autorizzazione alla vendita. Tuttavia, la decisione più sofferta è sicuramente stata quella, da parte di IRI e Finmeccanica, di vendere l’Alfa Romeo alla Fiat nel 1985. Ironicamente, ripensando ad eventi recenti, di fronte ad una concorrenza fra Fiat e Ford, l’IRI preferì il gruppo torinese poiché, tramite la vendita dell’Alfa Romeo, si voleva tutelare “l’italianità”, piuttosto che l’apporto “concorrenziale e tecnologico del grande gruppo straniero”. Alla fine della presidenza Prodi, l’IRI era riuscito a tornare, seppur con livelli molto bassi, all’utile, il gruppo era diventato più terziario che industriale, ma rimanevano diversi nodi che non erano stati ancora sciolti, perlopiù legati alle condizioni in cui versavano i tre settori “pesanti”: trasporti marittimi, cantieristica e siderurgia. I tentativi di risanamento dell’Istituto da parte di Prodi non furono attuati del tutto, lo stesso Prodi disse che mentre nei primi anni fu possibile lavorare, vista anche la pessima condizione in cui versava l’IRI, col passare del risanamento aumentarono nuovamente tensioni e ingerenze.

In questa fase emerge nuovamente una critica alle élite dell’epoca, da parte di Ciocca, poiché “emerge ancora una volta l’assenza presso i partiti politici, di governo e d’opposizione, di un lucido disegno, di un’idea precisa del ruolo da assegnare all’IRI nell’economia e quindi della sorte del grande gruppo pubblico: se conservarlo potenziandone le risorse […] o liquidarlo. Fu il senso dell’ineluttabile, non una ponderata intenzione, a far propendere per quest’ultimo indirizzo. Privatizzare le imprese a controllo pubblico, segnatamente quelle facenti capo all’IRI, divenne la parola d’ordine”.

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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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