“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca
- 11 Luglio 2017

“L’IRI nella economia italiana” di Pierluigi Ciocca

Scritto da Lorenzo Cattani

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Il tremendo 1992 e le privatizzazioni

Il problema delle privatizzazioni, decise in uno dei momenti più drammatici nella storia dell’Italia repubblicana, stretta da una crisi del debito fortissima e dagli eventi giudiziari che coinvolsero il sistema partitico nato dopo la seconda guerra mondiale, fu secondo Ciocca che mancarono di una visione d’insieme, concentrandosi sull’obiettivo di breve periodo di riduzione del debito lordo. L’autore cita il tentativo di Giuseppe Guarino di riunire gli esponenti dei principali gruppi privati (Agnelli, Tronchetti Provera, Romiti, De Benedetti, Ferruzzi, Sama) provando a convincerli alla creazione di super-holding, ovvero “gruppi di maggiori dimensioni e di maggiore capacità finanziaria”. Questa riunione fu un fallimento poiché, secondo Ciocca, “quegli uomini d’affari semplicemente mancavano delle attitudini imprenditoriali e dei mezzi finanziari necessari a rilevare e aggregare […] colossi come l’IRI, Eni, Enel, Ina e latri in mano pubblica”.

L’autore giunge quindi alla conclusione per cui si sia trovata la conferma dei dubbi che Menichella nutriva negli anni ’30, quando sosteneva che gli smobilizzi delle aziende pubbliche fossero problematici sia per la difficoltà nel trovare compratori privati, che per la difficoltà nell’assicurarsi che tali compratori fossero dotati di mezzi propri necessari allo sviluppo dell’impresa ceduta e disponibili a investirvi quelle risorse. Secondo Ciocca le privatizzazioni avrebbero quindi indebolito l’economia anziché rafforzarla e ciò sarebbe dimostrato dal fatto che, guardando agli effetti sulla competitività, gli unici casi di successo sono stati quelli in cui alla privatizzazione è stato accompagnato da un “affiancamento” dello stato. Probabilmente sarebbe stato più efficace provare a mantenere il “cuore” dell’IRI, manifatturiero e terziario avanzato, sottoponendolo ad un processo di “rieducazione”, tenendo conto “dei limiti storici del capitalismo italiano”, ma questo sarebbe stato in aperto contrasto con le esperienze neo-liberiste consumatesi all’estero, che esercitarono una forte influenza sulla classe dirigente italiana[4]. In ultima istanza, l’isolamento della classica scuola economica italiana, messa all’angolo in un’accademia internazionale sempre più neoclassica e marginalistica, unitamente alla pressione del debito pubblico da equilibrare hanno influenzato enormemente sul processo di privatizzazione.

Il merito principale del libro di Ciocca è quello di richiamare la memoria di una fase storica in cui l’Italia seppe fornire delle risposte molto interessanti ai limiti del suo capitalismo. Limiti che sembrerebbero persistere anche nel XXI secolo: i dati del rapporto ISTAT 2017 circa lo stato delle nostre imprese mostrano infatti uno scenario simile, a parere di chi scrive, a quello dell’Italia liberale descritta da Ciocca. Molto probabilmente, la liquidazione dell’IRI (che ha cessato di esistere definitivamente nel 2002) e la scelta di invertire il processo iniziato negli anni ’30, consegnando ai privati le imprese che fino ad allora erano a controllo pubblico, rappresenta un elemento imprescindibile nella discussione su come rilanciare il capitalismo italiano. Con questo non si vuole suggerire che si debba ricostruire l’IRI, ma che la storia dell’IRI deve essere tenuta bene in mente perché se come ha detto Prodi non ci vuole un nuovo IRI, ma ci vorrebbe la classe dirigente che ha fatto l’IRI, è probabile che una simile classe dirigente avrebbe come primo obiettivo quello di ripensare il ruolo dello Stato dell’intervento pubblico nell’economia.

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[1] In campo siderurgico, il piano di modernizzazione di Carlo Sinigaglia giocò un ruolo cruciale nel progresso economico del secondo dopoguerra.

[2] Anche grazie all’IRI era stata fondata nel 1946 la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

[3] Le aziende del gruppo vennero tolte da Confindustria ed espressero le proprie associazioni all’interno di Intersind, l’associazione degli imprenditori delle partecipate. L’ENI ne avrebbe avuto un’altra ancora.

[4] La stessa classe dirigente che aveva “teorizzato e soprattutto praticato il culto dello Stato sociale, delle terze vie, dell’economia mista” come afferma Ciocca.


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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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