“L’isola al centro del mondo” di Manlio Graziano
- 04 Febbraio 2019

“L’isola al centro del mondo” di Manlio Graziano

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Mercato, leadership ed equilibrio di potenza: i pilastri dell’egemonia statunitense

La politica commerciale degli Stati Uniti fu per lunghi tratti della loro storia dominata dal protezionismo. Una una scelta dettata tanto dall’immensa disponibilità di risorse quanto dalla volontà di consolidare l’industria nazionale. Quando il meccanismo di riproduzione del capitale verso l’Ovest si interruppe, oltre ad allargare il bacino democratico e a scatenare le prime «rivolte jacksoniane», la necessità di sfogare la produttività e le tensioni interne indussero la classe dirigente a proiettare il paese oltreoceano. Nel frattempo, la guerra civile e l’interesse industriale avevano spazzato via la schiavitù, gettando i semi per il consolidarsi dell’American Way of War e dello slancio imperiale. Dalla Dottrina Monroe fino alla guerra ispano-americana, la supremazia sull’Emisfero Occidentale fu una questione geopolitica oltre che provvidenziale. Tuttavia, l’intervento militare nelle Filippine, la gunboat diplomacy in Estremo Oriente e l’affermazione della politica della ‘Porta Aperta’, oltre ad essere di vitale interesse commerciale e ad aver assicurato «l’insularità sul piano geostrategico», avrebbero distrutto per sempre «l’insularità sul piano geopolitico» poiché a quel punto la proiezione globale americana «non avrebbe più consentito agli Stati Uniti di tenersi fuori dalle complicazioni internazionali»[4].

All’inizio del Novecento gli Stati Uniti, secondo gli indicatori economici, erano a tutti gli effetti una potenza mondiale. Per tradurre quella crescente superiorità economica in egemonia politica ci sarebbero voluti due conflitti mondiali, l’ultimo sussulto dell’ormai fatiscente ordine internazionale eurocentrico. L’erosione dell’equilibrio di potenza in Europa e i vantaggi assicurati con l’iniziale neutralismo durante la Grande Guerra – il quale aveva permesso al «big business […] sulla stessa lunghezza d’onda del suo Presidente […] di fare affari con tutti»[5] – consentirono agli Stati Uniti di estendere l’egemonia del dollaro e di accelerare il declino europeo. Un’indiscussa supremazia economica che non si tradusse in supremazia politica: il naufragio del progetto wilsoniano inaugurò un ventennio di «instabilità egemonica». Il trionfo dei sentimenti isolazionisti finirono per condizionare la politica monetaria e commerciale nel dopoguerra, che vide gli Stati Uniti riversare capitali e prestiti in Europa seguendo una cruda logica di profitti immediati. L’aumento delle esportazioni e la bilancia commerciale a sfavore dei paesi europei saturarono il mercato di capitali interno il quale, quando sforò il tetto di assorbimento e rivelò la selvaggia de-regolamentazione, provocò la più grande crisi economica della storia.

La crisi interna, nonostante il progetto newdealista, rientrò soltanto con l’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale. La minaccia di una singola potenza o di una coalizione di potenze ostili dominanti sul continente eurasiatico – sul solco della recepita lezione geopolitica di Mackinder e Spykman[6] – finì per saldare nuovamente gli interessi industriali e la visione strategica della classe dirigente, imprimendo una svolta nel conflitto e consacrando gli Stati Uniti a potenza egemone.

A differenza del 1919, fu un’egemonia pianificata: nel 1945 gli Stati Uniti promossero un nuovo ordine internazionale, costruito sulla lezione dell’equilibrio di potenza, su regole e istituzioni multilaterali a guida americana. In questa parte emerge l’originalità della lettura dell’Autore, che vede in un duplice approccio (collaborazione/rivalità) con la Russia il perno geopolitico dell’ordine mondiale. Una guerra fredda che, perlomeno nella sua veste ideologica, viene ridimensionata da Graziano per dar spazio alla comune causa anticoloniale delle due superpotenze[7].

In questa visione, gli Stati Uniti ereditarono l’architrave geopolitico che fu dell’Impero britannico: evitare la convergenza d’interessi tra una grande potenza industriale – la Germania – e una potenza demografica ed energetica che in quella congiuntura era proprio la Russia. Un paese che a lunghi tratti era stato lontano dall’essere una minaccia diretta e che, aggravato da criticità strutturali, non rappresentava altro che uno spauracchio per mantenere il balance of power in Eurasia. La stessa dottrina del contenimento, riconoscendo le debolezze del regime sovietico, stabiliva che gli Stati Uniti avrebbero potuto mantenere il ruolo egemonico soltanto se potenze dormienti come «Germania, Giappone e eventualmente un giorno [la] Cina»[8] fossero state estromesse dai rapporti con la Russia.

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[4] Ivi., p. 169.

[5] Ivi., p. 197.

[6] Cfr. Francis P. Sempa, ‘Geopolitics and American Strategy: A Reassessment’, «Strategic Review», Vol. XV, No. 2, pp. 27-37.

[7] È interessante notare come all’interno del volume l’Autore scelga, a giudizio di chi scrive, di riferirsi con più frequenza alla ‘Russia’ piuttosto che all’Unione Sovietica, proprio per evidenziare come la rivalità fosse più geopolitica, dovuta alla natura espansionista ed aggressiva tipica di Mosca.

[8] Ivi., p. 235.


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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