“L’isola al centro del mondo” di Manlio Graziano

Manlio Graziano

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Un Declino Manifesto? Limiti e criticità del potere americano nel mondo multipolare

Nella parte finale del volume, la narrazione procede con l’intrecciarsi di due concetti chiave: la latente multipolarità dell’ordine globale e lo strisciante declino relativo degli Stati Uniti. Secondo Manlio Graziano, neppure la guerra fredda fu caratterizzata da un sistema bipolare puro. In particolare, a partire dalla fine degli anni Sessanta il baricentro economico incominciò a spostarsi verso nuovi poli di potere. È una tendenza che prima coinvolse l’Europa e il Giappone, due attori la cui straordinaria ripresa economica – patrocinata in funzione anti-sovietica – finì per sfidare la stessa egemonia statunitense. La politica del contenimento venne equivocata per via dell’«irriducibile rivalità tra Stati Uniti ed Unione Sovietica» in termini messianici di lotta «tra democrazia e comunismo», ma fu utilizzata anche come spauracchio per «tenere sotto» i rivali in Europa e in Asia. L’URSS divenne così una pedina centrale nel nuovo ordine mondiale, ma di converso data la rivalità geopolitica anche un’opzione diplomatica in mano a tutti coloro che avrebbero voluto «mercanteggiare con gli Stati Uniti»[9].

In questa visione, anche la nascita della NATO, nel 1949, si presta ad una lettura meno convenzionale. Con la firma del Patto Atlantico gli Stati Uniti si sarebbero garantiti una presenza militare costante sul suolo europeo, capace di influenzare e condizionare i rapporti dei paesi aderenti con la Russia e, dunque, di avere voce in capitolo rispetto alla magnitudine del processo d’integrazione europea. Come anticipato, l’arsenale ideologico finì per storpiare a livello strategico e morale la politica estera americana. L’appoggio a regimi autoritari e il coinvolgimento forzoso in quadranti geografici apparentemente ininfluenti inquinò l’immagine benevola degli Stati Uniti e li costrinse alla sovra-estensione. La convergenza d’interessi tra USA e URSS con la nascita di Israele e la crisi di Suez – «un vero spartiacque per la storia geopolitica del Novecento» – ebbe l’effetto collaterale di persuadere Parigi dell’ingombrante influenza americana e di «dare vita a una superpotenza alternativa, aprendo la strada alla riconciliazione con la Germania e all’integrazione europea»[10].

La lotta senza quartiere al comunismo indusse al coinvolgimento in Corea e in Vietnam, ma furono strategie, per Graziano, che salvaguardarono l’indipendenza del Giappone, altro anello vitale per la sicurezza in Estremo Oriente. Una logica geopolitica che ben si applicò negli anni Settanta con l’apertura alla Cina, mossa che vent’anni prima con l’imperversare della guerra civile e l’isteria anti-sovietica non fu politicamente perseguibile. Ed è proprio con Nixon e Kissinger che l’Autore individua il primo decennio in cui gli Stati Uniti iniziarono a riconoscere i primi segni del declino, ansiosi di recuperare credibilità e leadership e di confrontarsi con l’ascesa di nuovi competitors. Una realtà multipolare con cui il paese era destinato a fare i conti, nonostante il crollo dell’Impero del Male e dell’apparente ‘fine della storia’. Dietro a quella narrazione fantasiosa, la roboante crescita dell’economie emergenti indusse alla risposta neoliberista con la quale si cercò di inseguirle «sul terreno dei loro vantaggi competitivi», ovvero «salari, protezione sociale e deficit pubblici più bassi». Una scelta liberale che ha sottratto all’ordine internazionale sorto nel 1945 la sua stampella, l’Unione Sovietica, a cui seguì un approccio trionfalista, fiducioso nel processo di globalizzazione e poco sensibile ai primi segnali del disordine globale tuttora imperante.

Nei «decenni perduti» tra il 1991 e il 2008, infine, Graziano denota una linea di continuità nella strategia americana, con l’approccio sempre ambivalente all’integrazione europea e la crescente preoccupazione per l’ascesa cinese. Un primo punto sta nel ritrovare nell’allargamento della NATO ad Est una strategia preventiva, data l’ostilità americana «[…] a ogni accordo bilaterale tra Europa e Russia»[11] e un secondo fattore nella rinnovata ingerenza in Medio Oriente in un’ottica pro-iraniana, per imporre le negoziazioni sul petrolio a svantaggio di Pechino e indurre l’UE a concentrarsi su priorità secondarie nel Mediterraneo. Strategie frustrate dagli insuccessi della ‘guerra al terrore’ a cui l’amministrazione Obama ha cercato di porre rimedio, riorientando retorica e priorità degli Stati Uniti.

Nella parte finale Graziano prova a soppesare gli effetti della Presidenza di Donald Trump. La vittoria dell’America First è imputabile alla capacità di Trump di intercettare istinti e pulsioni del pubblico americano nell’era della globalizzazione. Le frustrazioni e le ansie del XXI secolo hanno contribuito ad accentuare la paura del declino del paese che, in parte impersonificato con la sua figura, rifiuta di poter diventare, un giorno, «un paese normale». In politica estera questa sensazione si è tradotta nel ricorso al mito dell’Isola tanto caro al suo elettorato e ad un approccio spiccatamente unilaterale. Proseguire su questo tracciato potrebbe accelerare la discesa degli Stati Uniti, paradossalmente, lungo la «strada del declino relativo» e dunque verso «la fine del loro ruolo di potenza egemone mondiale»[12]. Come ricorda Paul Kennedy, «quando un Paese si indebolisce sul piano economico e produttivo, prima o poi si indebolirà anche sul piano politico internazionale».

In definitiva, l’esperta penna di Manlio Graziano ci aiuta ad ascrivere la storia degli Stati Uniti dentro la geopolitica internazionale, caratterizzata da sempre da una moltitudine di poli ed equilibri a cui il paese ha cercato di applicare strategie e contromisure per favorire la propria posizione relativa. Frutto di una commistione senza precedenti di fattori ideologici e geopolitici che ha contribuito ad elevarli a potenza egemone, gli Stati Uniti dovranno fare i conti con la propria identità culturale e ripensarsi nei nuovi equilibri globali, spogliandosi di un’autorappresentazione eccezionalista che rischia di annebbiare un’analisi seria sul declino americano. Un libro non completo di tutti i passaggi cardinali, ma stimolante, originale e suggestivo nella misura in cui offre al lettore una ricostruzione a tratti non convenzionale di alcune presunte verità. A patto di abbracciare il vangelo della geopolitica.

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[9] Ivi., p. 253.

[10] Ivi., p. 295.

[11] Ivi., p. 332.

[12] Ivi., p. 370.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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