Istruzione e Ricerca. Dal diritto allo studio al trasferimento tecnologico
- 20 Dicembre 2021

Istruzione e Ricerca. Dal diritto allo studio al trasferimento tecnologico

Scritto da Claudia Schettini, Chiara Scissa

17 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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L’istruzione e la ricerca rappresentano i due pilastri dell’ampia e complessa Missione 4 del PNRR italiano, la quale prevede un investimento totale di 30,88 miliardi di euro (pari al 16,12% dell’importo totale del PNRR)[1] da suddividere tra le sue due componenti. L’obiettivo finale è quello di «rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca»[2]. Complessivamente, questa Missione presenta sette ambiti di intervento e 35 misure tra investimenti e riforme[3].

Il rafforzamento e il miglioramento dell’istruzione sono al centro della prima componente della Missione 4 (M4C1), formata da quattro ambiti generali di intervento e con finanziamenti per un totale di 19,88 miliardi di euro. Le direttrici principali attorno alle quali si articolano le misure riguardano il miglioramento qualitativo e l’ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione (10,57 miliardi), il miglioramento dei processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti (0,83 miliardi), l’ampliamento delle competenze e potenziamento delle infrastrutture scolastiche (7,60 miliardi) e, in ultimo, la riforma e ampliamento dei dottorati di ricerca (0,43 miliardi).

Al rafforzamento della ricerca e al trasferimento dei saperi all’impresa è invece dedicata la seconda componente (M4C2) che prevede uno stanziamento complessivo di 11,44 miliardi a cui vanno aggiunti 480 milioni a carico del REACT-EU per un totale di 11.92 miliardi, al fine di innalzare il potenziale di crescita del sistema economico tramite investimenti in ricerca e sviluppo. Tre sono gli obiettivi generali a cui mirano tali interventi: il rafforzamento della ricerca e la diffusione di modelli innovativi per la ricerca di base e applicata condotta in sinergia tra università e imprese, il sostegno ai processi per l’innovazione e per il trasferimento tecnologico, il potenziamento delle infrastrutture di ricerca, del capitale e delle competenze di supporto all’innovazione[4]. Il presente contributo mira a fornire un’analisi chiara della Missione 4 e delle sue componenti, valutandone gli ambiti di intervento e le misure preposte al raggiungimento degli obiettivi enunciati nel PNRR. Per ognuno dei sette ambiti totali di intervento è dedicata una sezione di questo lavoro.

 

Potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido alle università

Tramite l’investimento 1.1 della M4C1 relativo alla programmazione di un piano per asili nido e scuole materne e servizi di educazione e cura per la prima infanzia (4,6 miliardi), si prevede di aumentare l’offerta di posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia di circa 228.000 unità, principalmente al fine di colmare il divario che separa l’Italia dalla media europea e dall’obiettivo del 33% per quanto riguarda l’accesso ai servizi educativi da 0 a 3 anni e, in un quadro più ampio, per aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. L’investimento 1.1 verrà gestito dal Ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il Dipartimento delle Politiche per la Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’interno, e verrà realizzato mediante il coinvolgimento diretto dei comuni che accederanno alle procedure selettive e condurranno la fase della realizzazione e gestione delle opere.

Dato che, come afferma il PNRR stesso, il 46.1% delle famiglie è escluso dalla fruizione del servizio di tempo pieno, l’investimento 1.2 (96 milioni) si propone di estenderne l’offerta e di potenziare il numero di mense e infrastrutture per lo sport a scuola con l’obiettivo di raggiungere l’ambizioso target di costruzione e riqualificazione di 1.000 mense e 400 palestre in cinque anni. Al potenziamento, riqualificazione e valorizzazione delle infrastrutture sportive nelle scuole è dedicato l’investimento 1.3 (30 milioni).

Gli investimenti 1.4 e 1.5, accompagnati da quattro riforme, mirano a ridurre la dispersione scolastica potenziando le competenze di base di almeno 1 milione di studenti e studentesse all’anno per 4 anni, promuovendo azioni di supporto mirate per i/le dirigenti delle scuole con alti tassi di abbandono scolastico e mentoring e formazione per almeno il 50% dei/delle docenti e riformando gli Istituti Tecnici e Professionali (ITP) così come gli Istituti Tecnici Superiori (ITS). Quest’ultimo punto mira ad allineare l’offerta didattica alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese, orientandoli verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0 e l’innovazione digitale. Per questa voce sono stati stanziati, cumulativamente, 3 miliardi.

Tali misure risultano essenziali per fronteggiare alcune tra le problematiche più radicate in Italia. I test Invalsi e PISA[5] rivelano l’immagine di un Paese non solo estremamente diseguale al suo interno, ma anche arretrato per quanto riguarda le hard skills, ossia la formazione terziaria, mostrando capacità di lettura e competenze di matematica e scienze inferiori alla media OCSE[6]. Il dato che desta maggior preoccupazione concerne la variabilità dei risultati tra scuole e tra classi[7], stante ad indicare la grande iniquità e disuguaglianza del sistema. Come anche evidenziato dall’indagine OSCE-PISA del 2018, ciò dimostra chiaramente come la scuola non funga più da ascensore sociale, contrariamente all’obiettivo principale di ogni istruzione pubblica[8]. La scuola italiana si ritrova così a solidificare stratificazioni sociali e differenze territoriali che, negli ultimi anni, sono sempre più aumentate.

Preme sottolineare, inoltre, che il PNRR individua nella mancata acquisizione di competenze di base una delle principali cause dell’abbandono scolastico e punta sul recupero di tali competenze come leva per ridurre i divari territoriali. Si tratta sicuramente di un aspetto importante. Gli studi e le esperienze sul campo, tuttavia, suggeriscono che il fenomeno della dispersione sia multidimensionale e che l’acquisizione delle competenze di base, pur essenziale, sia solo uno degli aspetti su cui operare. Infatti, il contesto familiare e territoriale, l’individuazione precoce di segnali di allontanamento, il clima scolastico e il senso di appartenenza tra pari, il protagonismo, la relazione con i/le docenti, il superamento di difficoltà materiali legate alle condizioni di povertà familiare o ad altre fragilità sono altrettanti indicatori da tenere in debita considerazione[9]. L’intervento pilota di re-introdurre 120.000 giovani tra i 12 e i 18 anni nel percorso scolastico attraverso l’erogazione online di un pacchetto di ore mentoring individuale e di recupero formativo può essere utile solamente all’interno di un approccio comprensivo di tutti gli aspetti sopramenzionati. In particolare, si ritiene opportuno combinare gli interventi personalizzati con interventi comunitari, in presenza e a distanza, in collaborazione con la comunità educante e con particolare attenzione per i contesti territoriali ad elevata povertà educativa. Risulta, inoltre, indispensabile la previsione di un’analisi di monitoraggio e valutazione di queste attività.

L’ultima parte del primo ambito di intervento della M4C1 prevede, inter alia, un investimento di 250 milioni per favorire l’accesso all’università e rendere più rapido il passaggio al mondo del lavoro. Le azioni preposte a tale scopo consistono nel riformare alcune classi di laurea, triplicare gli alloggi disponibili e aumentare considerevolmente l’ammontare della borsa di studio. In riferimento al primo punto, il Governo mira a «mantenere una apertura nei primi tre anni di università per abbracciare il sapere in modo più ampio e consentirne una specializzazione durante le lauree magistrali o i dottorati». Sebbene le competenze multidisciplinari siano essenziali in ciascun ramo dell’istruzione e della ricerca, non si può non notare che la riforma delle classi di laurea triennale in settori più ampi e flessibili di quanto già non siano potrebbe comportare un’ulteriore generalizzazione delle competenze che rischia non solo di limitare fortemente l’utilità della laurea triennale in assenza di una specializzazione magistrale, ma di renderla altresì poco spendibile nel mercato del lavoro. In altri termini, risulta difficile per chi scrive comprendere come si potrebbero sviluppare conoscenze specifiche utili all’inserimento lavorativo in presenza di un piano studio triennale ancora più variegato. In luce di queste criticità, la misura non sembra essere in grado di contrastare il fenomeno dei cosiddetti NEET (neither in employment, education or training), la cui percentuale, nel 2019, corrispondeva al 24% delle persone tra i 18 e 24 anni, circa dieci punti percentuali sopra la media OCSE[10]. Al contrario, la semplificazione delle procedure per l’abilitazione all’esercizio delle professioni (riforma 1.6), facendo coincidere l’esame di laurea con l’esame di stato, contribuirebbe a velocizzare l’accesso al mondo del lavoro da parte dei laureati e delle laureate. Il PNRR mira, inoltre, a sostenere il percorso di studio universitario tramite l’aumento del numero (Riforma 1.7) e dell’importo (Investimento 1.7) delle borse di studio di circa 700 euro, arrivando così ad un valore di circa 4.000 euro per studente e triplicando gli alloggi disponibili per studenti e studentesse fuorisede, portandoli da 40.000 a oltre 100.000 in cinque anni. A tal fine, è necessario revisionare la legislazione vigente in merito alla realizzazione degli alloggi per studenti (L. 338/2000 e d.lgs. 68/2012) e, inter alia, aprire la partecipazione al finanziamento anche a investitori privati, o partenariati pubblico-privati.

 

Miglioramento dei processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti e potenziamento delle infrastrutture

Parallelamente, il PNRR mira a rafforzare le competenze del corpo docente (Investimento 2.1), riformarne il processo di selezione e reclutamento (riforma 2.1), ampliandone le competenze soprattutto in ambito tecnologico (Riforma 2.2) anche al fine di favorire la transizione digitale del Paese. Tali misure, contenute nel secondo ambito di intervento della M4C1, sono complementari al terzo, incentrato sul miglioramento delle infrastrutture scolastiche. Tra le iniziative preposte al raggiungimento di questo obiettivo, si menzionano la digitalizzazione e internazionalizzazione del sistema scolastico (rispettivamente tramite utilizzo di software, rafforzamento competenze STEM e programmi di mobilità internazionale), la creazione di nuovi laboratori e un piano generale di riqualificazione scolastica.

 

Riforma e potenziamento dei dottorati

L’ultimo ambito di intervento della M4C1 concerne l’attesa riforma della disciplina dei dottorati di ricerca, promuovendo il coinvolgimento di soggetti esterni all’università, nonché l’ampliamento del numero delle borse per i dottorati di ricerca e per quelli collegati alla qualificazione dell’azione della Pubblica Amministrazione e nel campo dei beni culturali. Il PNRR si propone di raggiungere tale obiettivo tramite un investimento di 430 milioni e una riforma per il potenziamento del dottorato di ricerca. L’investimento 4.1 prevede, infatti, l’assegnazione di ulteriori 1.200 borse di dottorato generiche all’anno (per tre anni), 1.000 ulteriori borse di dottorato all’anno (per tre anni) nell’ambito delle Amministrazioni pubbliche e almeno 200 nuove borse all’anno (per tre anni) destinate al patrimonio culturale. In più, l’investimento 3.3 ha introdotto dottorati innovativi che rispondono ai fabbisogni di innovazione delle imprese, mentre l’investimento 3.4 considera l’assegnazione di almeno 500 nuovi dottorati di ricerca nell’arco di tre anni in programmi dedicati alle transizioni. Il totale delle nuove borse di dottorato attivate dal PNRR è, quindi, pari a 12.400 unità.

Risulta tuttavia ancora necessario intervenire sulla disparità di genere, capillare nel contesto accademico e della ricerca, così come sulla condizione di grave precarietà ed elevati tassi di disoccupazione che spingono ogni anno circa il 20% dei dottori e delle dottoresse di ricerca a cercare un’occupazione all’estero. Si auspica quindi che l’aggiornamento della disciplina dei dottorati, da adottarsi con decreto ministeriale entro il 2021, risponda concretamente a queste inderogabili esigenze. A tal fine, è fondamentale valorizzare il titolo di dottorato e di volgerlo non solo alla carriera accademica, ma anche a soggetti esterni. La riforma risulta imprescindibile per porre rimedio anche a gravi e persistenti lacune. Il numero di dottorati conferiti in Italia è infatti tra i più bassi tra i Paesi UE ed è in costante calo negli ultimi anni (-40% tra il 2008 e il 2019)[11]. Secondo Eurostat, ogni anno in Italia solo una persona su 1.000 tra i 25-34 anni completa un programma di dottorato, contro una media UE di 1,5 (e 2,1 in Germania)[12]. La riforma dovrà invertire questa tendenza al fine di porre rimedio alla conseguente perdita culturale, sociale ed economica non solo per lo Stato italiano, ma anche per tutta la sua comunità. Alcune recenti iniziative sembrano andare nella direzione qui auspicata. Il Decreto Ministeriale 10 agosto 2021, n. 1061, ha assegnato oltre 50 milioni di euro per dottorati di ricerca su tematiche dell’innovazione e 180 milioni per dottorati su tematiche green. In questo modo, si tenta di compenetrare la ricerca innovativa su temi orientati alla conservazione dell’ecosistema, alla lotta al cambiamento climatico e alla promozione dello sviluppo sostenibile al cuore della Missione 4 con gli obiettivi di transizione ecologica della Missione 2, altresì in linea con la nuova strategia europea, lanciata con il Green Deal[13], per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Il governo italiano sembra allora concordare e favorire la transizione sostenuta dall’Unione europea per un’economia più sostenibile ed efficiente, allocando i propri fondi verso lo sviluppo di rami di ricerca e settori lavorativi compatibili con la rinnovata sensibilità climatica.

 

M4C2: Dalla ricerca all’impresa

Se appare evidente la necessità di rafforzare le competenze scientifiche già dalla scuola primaria, risulta invece più difficile definire come favorire il dialogo e la sinergia tra imprese e laureati/e del mondo STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e delle discipline digitali. Si tratta, tuttavia, di un’esigenza impellente se si considera che i posti vacanti nei settori legati alle tecnologie e all’informatica sono destinati ad aumentare, rendendo dunque necessario investire in quest’area affinché i/le giovani laureati/e possano trovare un adeguato impiego in Italia. Fino al 2025 sono infatti previsti 2,3 milioni di posti di lavoro vacanti per laureati/e in ingegneria, informatica e scienze matematiche in UE[14]. La trasformazione digitale in atto riguarda tutti i settori e, come riportato da un’indagine condotta dal Sole24Ore, il settore che richiederà sempre maggiori skills tecnologiche sarà quello bancario, prevedendo un aumento delle assunzioni per laureati/e in STEM pari al 30%[15].

 

Rafforzamento della ricerca e diffusione di modelli innovativi per la ricerca di base e applicata condotta in sinergia tra università e imprese

Un’altra criticità riguarda il settore Ricerca e Sviluppo (R&S), uno dei punti dolenti del Paese nonché una delle cause principali della cosiddetta ‘fuga di cervelli’. Il PNRR prevede un’unica riforma in tale ambito con l’obiettivo di «sostenere gli investimenti in R&S, promuovere l’innovazione e la diffusione delle tecnologie, rafforzare le competenze, favorendo la transizione verso una economia basata sulla conoscenza»[16]. La riforma sarà implementata dal MUR e dal MISE attraverso la creazione di una cabina di regia interministeriale e l’emanazione di due decreti ministeriali, riguardanti rispettivamente la mobilità di figure di alto profilo (ad esempio ricercatori/ricercatrici e manager) tra università, infrastrutture di ricerca e aziende e la semplificazione della gestione dei fondi per la ricerca.

Preme evidenziare che, a differenza dell’attuale versione del PNRR, nella prima bozza dello stesso, preparata dal governo Conte, era testualmente citato il Piano Amaldi, una proposta di finanziamento volta ad incrementare i fondi per la ricerca pubblica nella misura di 15 miliardi in 5 anni per permettere all’Italia, che attualmente spende solamente lo 0,5% del proprio PIL in ricerca pubblica[17], di raggiungere i livelli di finanziamento della Francia (0,75% del PIL). Il Piano Amaldi nasce da un saggio dell’omonimo fisico pubblicato nel luglio 2020 nel volumetto Pandemia e resilienza[18], la cui proposta originaria era il raggiungimento dei livelli di finanziamento alla ricerca pubblica della Germania che investe l’1% del proprio PIL.

Il titolo della attuale M4C2 esemplifica l’obiettivo preciso dell’intervento finanziario italiano, ossia di favorire il trasferimento tecnologico e l’innovazione, essendo dato che uno dei principali punti deboli dell’economia italiana il fatto di avere una produzione di beni e servizi a basso contenuto tecnologico e di conoscenza, a scapito della ricerca di base. A detta dello stesso Amaldi: «Quello che manca in Italia è proprio la transizione dalla ricerca pubblica (e a volte anche privata e applicata) allo sviluppo sperimentale e ai prodotti finali. Il Piano tenta di affrontare il problema mettendo a disposizione molti mezzi, questo è vero. Tuttavia, nelle altre missioni del PNRR ci sono già molti fondi per la ricerca applicata e per lo sviluppo sperimentale, in particolare per quanto riguarda la digitalizzazione e la transizione ecologica. Proprio per questo tutti quei pochi soldi che sono arrivati al capitolo “ricerca” si sarebbero dovuti dedicare alla ricerca pubblica»[19].

Contestualmente al trasferimento tecnologico, sarebbe dunque auspicabile fornire più fondi alla ricerca su base ordinaria, allo scopo di far crescere rapidamente la dimensione di un substrato solido di eccellenza diffusa in ogni settore scientifico. Tuttavia, come emerso dalla conferenza stampa tra il Presidente Draghi e i Ministri Bianchi e Messa, il piano si concentrerà in prima battuta sugli investimenti per ricerca applicata, essendo quella che richiede un maggiore sforzo della comunità scientifica, pubblica, privata, delle accademie, degli enti di ricerca e delle imprese. I tre principi cardine su cui si basa l’attuazione delle misure a favore della ricerca sono: il recupero del gap di genere e del gap generazionale; la riduzione dei divari territoriali e il principio del merito. Un fattore favorevole è, senza dubbio, l’aumento dei finanziamenti: dei sei miliardi stanziati, cinque verranno messi a bando già entro la fine di quest’anno e uno all’inizio del prossimo anno. L’obiettivo primo della Missione ricerca è dunque quello di rispettare la capacità di creare impatto dalla ricerca e di coinvolgere le strutture già presenti nel nostro Paese, aiutandole a crescere sia in termini di capitale umano che di infrastrutture. Rimane, comunque, il dato relativo al basso finanziamento di base. Per quanto possibile, l’orientamento dell’attuale governo è quello di colmare questo divario tramite diverse fonti di finanziamento. La prima, istituita a livello nazionale con il fondo italiano per la scienza, prevede 50 milioni di euro a partire da quest’anno e 150 a partire dal prossimo anno. Altre misure sono quella del PRIN, che prevede un finanziamento di 1,8 miliardi, e un finanziamento di circa 600 milioni provenienti dai bandi internazionali ERC, e Marie Curie.

Inoltre, considerando l’elevato tasso di precarizzazione della ricerca e la bassa retribuzione dei talenti impiegati in questo settore, anche le misure di incentivazione per giovani ricercatori e ricercatrici non sembrano sufficienti per evitare la costante fuga dei cervelli all’estero. Se il Governo fosse realmente intenzionato a permettere alla ricerca di contribuire alla crescita del Paese, sarebbe opportuno convergere la quota maggioritaria degli investimenti della seconda componente della Missione 4 proprio su questo punto. Il divario nel numero di ricercatori e ricercatrici (in Italia 5,5 ogni 1.000 lavoratori e lavoratrici a fronte di una media OCSE di 9 ogni 1.000) sembra legato solo agli investimenti e alla collaborazione pubblico/privato. Nulla si dice sulle condizioni di lavoro dei ricercatori e delle ricercatrici nel nostro Paese.

A tal proposito, più che finanziare ulteriori progetti nel settore dell’innovazione e della digitalizzazione, la priorità dovrebbe essere conferita al corretto utilizzo di quelli già disponibili in ambito europeo, nonché ad un efficace impiego dei fondi già stanziati. L’UE promuove già dal 2015 dei Programmi quadro per la ricerca e l’innovazione (per esempio Horizon 2020) che si dipanano principalmente su tre direttrici: migliorare la scarsa qualità del sistema di ricerca e di innovazione pubblico; creare collegamenti tra scienza e impresa; favorire l’attività imprenditoriale in ricerca e sviluppo tramite riforme strutturali e strumenti strategici efficaci[20]. Sebbene l’Italia abbia aderito ai Programmi quadro, evidenti lacune sono emerse nel tentativo di proporre progetti convincenti, tanto che a fronte dei 15 miliardi all’anno di contributi spesi, solamente 9 vengono effettivamente reinvestiti (di cui l’85% al Sud)[21]. Inoltre, le statistiche del 2019 sull’attuazione del Programma Nazionale della Ricerca (PNR) 2015-2020 hanno rivelato una sostanziale incapacità ad utilizzare completamente i fondi a disposizione del PNR: su 2,4 miliardi forniti, solo 1,7 è stato impiegato in tre anni. Il problema principale non sembra essere dunque la mancanza di finanziamenti quanto più l’incapacità di aggiudicarsi tali fondi con programmi strutturati e, di conseguenza, implementarli nelle tempistiche e procedure indicate, senza dover successivamente restituire i fondi ricevuti. L’impegno del Governo dovrebbe, dunque, andare nella direzione di potenziare la capacità progettuale e di spesa del sistema formulando piani di attuazione che si stanzino su obiettivi temporali di più lungo periodo.

 

Sostegno ai processi di innovazione e trasferimento tecnologico

Il secondo investimento vuole offrire nuove opportunità di finanziamento per giovani ricercatori e ricercatrici. La misura, implementata dal MUR, prevede di sostenere le attività di ricerca di un massimo di 2.100 giovani ricercatori e ricercatrici sul modello dei bandi European Research Council, Marie Skłodowska-Curie Individual Fellowships e Seal of Excellence, al fine di consentire loro di maturare una prima esperienza di responsabilità di ricerca. Vengono inoltre previsti un massimo di 15 programmi di ricerca e innovazione realizzati da partenariati allargati a università, centri di ricerca e imprese e selezionati sulla base di tre criteri: adesione agli obiettivi e alle priorità del PNR; livello di TRL (Technology Readiness Level) e di SRL (Society Readiness Level); coerenza con i programmi europei. L’investimento medio in ogni programma sarà circa di 100 milioni. Tra i target significativi di questa misura si segnala l’aumento della percentuale di ricercatrici a tempo determinato che, dall’attuale 34%, dovrebbe raggiungere il 40%. Gli investimenti principali della seconda componente vertono verso il potenziamento delle strutture di ricerca e creazione di ‘campioni nazionali di R&S’ su alcune Key Enabling Technologies tramite procedimento di selezione attraverso bandi competitivi aperti a imprese, università e centri di ricerca.

Il MUR sarà chiamato a coordinare il programma, basando la selezione dei progetti sulle attività formative innovative condotte in sinergia tra università e imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e quelle fornite dalle università, nonché dottorati industriali; attività di ricerca condotte e/o infrastrutture di ricerca realizzate congiuntamente da università e imprese operanti sul territorio; supporto alle startup; coinvolgimento delle comunità locali sulle tematiche dell’innovazione e della sostenibilità. Il primo progetto di questo investimento intende finanziare con 1,3 milioni la creazione di 20 campioni regionali in base alle vocazioni produttive e di ricerca del territorio di riferimento. Sembra quindi emulato il modello tedesco (cosiddetto modello Fraunhofer) di centri di ricerca applicata co-finanziati da pubblico, privato e fondi competitivi europei. Per quanto l’intenzione sia lodevole, non possiamo non notare che i fondi appaiono abbastanza scarsi. Basti pensare che i 60 istituti del Fraunhofer tedesco presentano un budget di circa 2 miliardi all’anno. In ogni caso, trattandosi di un documento programmatico a lungo termine, il piano prevede un ramp-up di spesa per il 2021-2022 per poi andare a regime negli anni successivi.

Con la seconda componente, il Governo italiano sembra inoltre riconoscere l’importanza fondamentale di favorire e alimentare le opportunità di partenariato con i fondi europei, in particolare tramite il programma Horizon[22]. La misura, attuata dal MISE, consentirà di dare continuità a iniziative realizzate attraverso il Fondo per la Crescita Sostenibile. Rilevante è anche l’investimento dedicato al potenziamento tematico e territoriale dei centri di trasferimento tecnologico per segmenti di industria (500 milioni) che include, rafforza e arricchisce il cosiddetto network 4.0 istituito con il Piano Industria 4.0, oggi denominato Transizione 4.0. Esso consta di Competence Center, Digital Innovation Hub delle associazioni di categoria e Punti Imprese Digitali delle Camere di commercio.

 

Potenziamento delle condizioni di supporto alla ricerca e all’innovazione

A conclusione del presente lavoro, si propone un’analisi di una nuova tipologia di dottorato introdotta nella Missione 4 del PNRR. Il dottorato innovativo per le imprese, al centro di un investimento da 600 milioni di euro, risulterebbe idoneo a potenziare le competenze tecnologiche di alto profilo. Tale obiettivo verrebbe conseguito tramite l’istituzione di programmi di dottorato a esse dedicati con il contributo e il coinvolgimento delle imprese a cui verrebbero altresì riservati incentivi per assumere ricercatori e ricercatrici precari/e junior. In aggiunta, è prevista la creazione di un hub finalizzato alla valorizzazione economica della ricerca prodotta dai dottorati industriali, favorendo la creazione di spin-off. Nello specifico, la misura implementata dal MUR prevede l’attivazione di 5.000 borse di dottorato per 3 anni con il cofinanziamento privato e l’incentivo all’assunzione di 20.000 assegnisti/e di ricerca o ricercatori e ricercatrici da parte delle imprese. Accanto a tale tipologia, si prevede di incentivare l’attivazione di percorsi di dottorato coerenti con le strategie di eco-sostenibilità e di innovazione e digitalizzazione, finanziati con risorse REACT-EU per 480 milioni di euro, cui si aggiungono 200 milioni per interventi all’interno dei progetti PON (Programma Operativo Nazionale).

 

Conclusioni

L’istruzione e la ricerca sono uno dei pilastri fondamentali dello Stato e propulsori del benessere e della crescita sostenibile della propria comunità. La promozione della conoscenza, la formazione e la valorizzazione delle differenti capacità di ognuno/a e di una ricerca trasparente, attendibile e di qualità sono elementi essenziali per la riuscita del PNRR e per la ripresa del Paese. Risulta imprescindibile, quindi, che esse tornino ad essere una priorità per l’Italia, che attualmente si trova in una posizione di fanalino di coda rispetto agli altri Stati membri dell’Unione europea per percentuale di PIL devoluto a questi campi[23].

Quanto qui brevemente descritto concorre a dimostrare l’importanza cruciale di garantire un’istruzione e ricerca di qualità, equa e accessibile, così come il ruolo preponderante che il PNRR dovrebbe riservare all’istruzione e alla ricerca, in tutti i suoi stadi e diramazioni. Non a caso, i PNRR europei pongono l’inclusione sociale e le sue priorità, tra cui spicca la protezione e valorizzazione delle persone giovani, a fondamento di uno dei tre assi strategici di azione.

Nel corso di questo elaborato è stato più volte sottolineato quanto sia importante la ‘comunicazione’ tra istruzione, ricerca e mercato del lavoro. Gli strumenti messi in campo dall’Unione Europea e dall’Italia per favorire una crescita economica più efficiente e sostenibile offrono l’imperdibile opportunità di favorire lo sviluppo e il potenziamento di campi di ricerca e di conoscenze specifiche da far confluire poi in sbocchi lavorativi diversificati, entro e oltre il mondo accademico. Allo stesso tempo, si è rimarcato quanto sia difficile, ma, allo stesso tempo, inevitabile, favorire il dialogo e la sinergia tra imprese e laureati/e del mondo STEM e delle discipline digitali. È un’esigenza impellente se si considera la trasformazione digitale in atto in tutti i settori dell’economia. Investire maggiori fondi non solo per la ricerca applicata ma anche e, soprattutto, per la ricerca di base ha come obiettivo primario la promozione dell’innovazione e delle tecnologie, il rafforzamento delle competenze nonché la transizione verso un’economia basata sulla conoscenza. L’auspicio è, dunque, quello che il Governo potenzi la capacità progettuale e di spesa, formulando piani di attuazione che si stanzino su obiettivi temporali di più lungo periodo.


[1] Italiadomani, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Istruzione e Ricerca, https://italiadomani.gov.it/it/missioni-pnrr/istruzione-e-ricerca.html

[2] PNRR, p. 171.

[3] Per questioni di brevità, il presente contributo esamina i punti a nostro avviso più rilevanti della Missione 4 del PNRR italiano. Pertanto, si prega di non considerare tale analisi come esaustiva dell’argomento.

[4] Si tratta di obiettivi da raggiungere grazie alla regia del Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE) e Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e che prevedono ulteriori stanziamenti di fondi: 900 milioni di risorse europee (PON/FESR) e 420 milioni di risorse italiane, per un totale di 13,24 miliardi di euro.

[5] Le Prove nazionali INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) sono prove scritte svolte annualmente da alcune classi di studenti italiani, con lo scopo di valutare i livelli di apprendimento di alcune competenze fondamentali in Italiano, Matematica e Inglese. Il Programma PISA – Programme for International Student Assessment – è un’indagine internazionale promossa dall’OCSE che con periodicità triennale misura le competenze degli studenti quindicenni dei Paesi aderenti.

[6] OCSE, Rapporto Ocse-PISA 2018, 2019.

[7] Rapporto Nazionale Prove INVALSI, 2019.

[8] OCSE-PISA, Programme for International Student Assessment, 2018.

[9] L. Boncori, Prevenire per facilitare: Contrasto alla dispersione scolastica e ri-orientamento come strumenti per facilitare l’inclusione socio-lavorativa di giovani a rischio, in D. Pavoncello e A. Spagnolo, Oltre il disagio psichico dei giovani: modelli e pratiche di intervento, ISFOL, Roma 2012.

[10] OCSE, Uno sguardo sull’istruzione, scheda Paese Italia, 2019.

[11] Eurostat, Statistiche sull’istruzione terziaria, 2018.

[12] Ididem.

[13] COM(2019) 640 final, Il Green Deal Europeo, Bruxelles, 11 dicembre 2019.

[14] R. Saporiti, Ingegneria e informatica non sono facoltà per femmine, «Il Sole 24 Ore», 22 luglio 2016.

[15] A. Graziani, Banche, oltre 10mila assunzioni entro il 2023. Il 30% arriverà dalle lauree STEM, «Il Sole 24 Ore», 9 febbraio 2021.

[16] PNRR, p. 190.

[17] In dettaglio, 0,5% del PIL equivale a 9 miliardi all’anno, di cui 6 miliardi alla ricerca di base e 3 miliardi alla ricerca applicata.

[18] U. Amaldi, Per la transizione verso una società più resiliente è necessario finanziare la ricerca di base, in C. Caporale e A. Pirni (a cura di), Pandemia e resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo, CNR Edizioni, Roma 2020, pp. 105-112.

[19] F. Suman, PNRR, sparisce il piano Amaldi per la ricerca. Ora si guarda alla legge di bilancio, «Il Bo Live» – Università di Padova, 19 maggio 2021.

[20] I programmi quadro di ricerca e innovazione sono i principali strumenti con cui l’Unione Europea attua la sua politica comunitaria in materia di scienza e innovazione.

[21] V. Conte, Fondi europei: finora speso solo il 23%, quasi tutto va al Sud, «la Repubblica», 26 maggio 2019.

[22] Si segnalano: High Performance Computing; Key digital technologies; Clean energy transition; Blue oceans A climate neutral, sustainable and productive Blue economy; Innovative SMEs.

[23] Nel 2019, infatti, l’Italia ha allocato solamente il 3,9% del PIL nell’istruzione, una percentuale che risulta essere tra le più basse dell’UE, quasi un punto percentuale in meno della media europea del 4,7%. I frequenti tagli all’istruzione hanno portato il sistema italiano a sopravvivere con le poche risorse a disposizione: se nel 2001 la spesa pubblica per l’istruzione rappresentava il 9,8% della spesa totale, nel 2017 questa è scesa fino all’8,3%. Si veda European Commission, Country report – Italy 2020 e Conclusioni del Consiglio su un quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione. Si consiglia anche, World Bank, Education Statistics (EdStats) – Country at a glance, 2020. Il dato si riferisce alla percentuale della spesa pubblica indirizzata all’istruzione.

Scritto da
Claudia Schettini

Dottoranda in Global Politics and Human Rights presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Dopo la laurea triennale in Scienze Politiche presso la Luiss Guido Carli, ha conseguito la laurea magistrale cum laude in International Security and Diplomacy presso Sciences Po, Parigi. Precedentemente ha lavorato come Policy Analyst presso l’Atlantic Treaty Association svolgendo ricerche nell’ambito della Cybersecurity.

Scritto da
Chiara Scissa

Dottoranda in Diritto presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Visiting Researcher presso la Divisione Migrazione, Ambiente e Cambiamento Climatico dell’Agenzia delle Nazioni Unite OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) a Vienna. Precedentemente, è stata Migrant Potection Focal Point per il UN Major Group for Children and Youth ed ha collaborato a diversi progetti di ricerca in ambito migratorio con diverse università italiane. Ha inoltre conseguito una LM in Cooperazione internazionale e tutela dei diritti umani cum laude presso l’Università di Bologna.

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