L’Italia post Covid-19 tra digitale e istruzione egualitaria
- 18 Luglio 2020

L’Italia post Covid-19 tra digitale e istruzione egualitaria

Scritto da Tommaso Alberini e Andrea Zorzetto

9 minuti di lettura

Tra i settori più severamente colpiti dalla pandemia c’è sicuramente la scuola che, dal 5 marzo, ha visto la chiusura degli istituti di ogni ordine e grado. Una situazione a cui è importante affiancare una profonda riflessione sul tema delle disuguaglianze di accesso all’istruzione e sugli effetti della didattica a distanza. Tommaso Alberini e Andrea Zorzetto sono tra i fondatori di Poliferie, associazione di oltre 70 volontari, universitari e giovani lavoratori da tutta Italia che dal 2017 organizza laboratori didattici per le scuole di periferia, con interventi e seminari tenuti da relatori di qualità su futuro del lavoro, nuove tecnologie e competenze trasversali.


L’Italia è il primo Paese in Europa per numero di NEET, acronimo inglese che indica i giovani che non lavorano, non studiano né si formano (‘Not in Employment, Education or Training’): si tratta di quasi un italiano under 35 su quattro (23,9%). Il triste primato ci mette davanti a Paesi come la Bulgaria, la Romania e la Grecia[1], le cui strutture socio-economiche e sviluppo industriale non hanno nulla a che fare con quelle nostrane. La discrasia tra la ricchezza globale del Paese e le sacche di povertà nascoste in pressoché ogni dominio statistico è una caratteristica che l’Italia ha in comune con ben poche democrazie occidentali. E infatti, se si considerano le opportunità offerte dal sistema Italia a chi non proviene da contesti familiari privilegiati, che possano aiutare nei cruciali passaggi tra la scuola dell’obbligo e l’istruzione terziaria, e tra questa e il mercato del lavoro, siamo in coda alle classifiche dell’OCSE. A certificarlo è la cosiddetta ‘Curva del Grande Gatsby’, che mostra la correlazione tra la diseguaglianza dei redditi e la mobilità sociale intergenerazionale di un Paese[2]. L’Italia si trova da anni, nell’angolo in alto a destra della curva, in posizione simile a Stati Uniti e Regno Unito, Paesi notoriamente poco egualitari. In teoria non esiste nesso tra correlazione e rapporto causale tra due fenomeni. Eppure questa posizione nel grafico è il segnale di due problemi che si legano e si rafforzano a vicenda: un problema di diseguaglianze di accesso alle opportunità educative (sempre più dipendenti dalle possibilità economiche) e un problema di diseguaglianze di accesso alle opportunità lavorative (dipendenti dalle prime). Ed ecco spiegato, almeno nel mondo lineare della statistica, l’altissimo numero di NEET, i giovani che, in mancanza di opportunità educative, lavorative e di formazione restano in una condizione di inattività. Il danno è individuale quanto collettivo: quale futuro si prospetta per un Paese che, da anni, assiste a un simile spreco di capitale umano?

La risposta a questa domanda è purtroppo scontata, visto che appare evidente che nessun Paese possa avere un futuro degno di questo nome con un terzo dei suoi giovani in tale situazione. Le opportunità, in Italia, scarseggiano davvero per chi non proviene da ambienti che possano non soltanto dare strumenti di capitale economico e relazionale, ma anche e soprattutto ‘culturale’: nel mondo globalizzato e iper-competitivo di oggi la capacità di orientarsi nei percorsi di stage, di praticantato e nei corsi di perfezionamento è un’abilità di cui fare tesoro, che spessissimo viene acquisita su pressione di famiglie ambiziose se non, in molti casi, anche benestanti. Non basta avere una famiglia disposta a fare sacrifici per far studiare i figli. Il presupposto è che la famiglia valorizzi l’istruzione dei figli e che trasmetta pertanto loro la mentalità che li porti a vedere la conoscenza e la formazione come strumenti di emancipazione e miglioramento sociale. Tragicamente, questo presupposto in otto casi su dieci non si materializza. In base ai dati AlmaLaurea 2018[3], soltanto il 21,6% dei neo-laureati italiani proviene da famiglie in cui i genitori svolgono mansioni esecutive (operai, impiegati amministrativi), a fronte del 77% di neo-laureati provenienti dalle classi medie e/o alte. A questi numeri si aggiungono quelli sulla distribuzione geografica dei titoli di studio lungo la Penisola: nel centro di Milano il 50% della popolazione ha una laurea; ai margini della città, soltanto l’8%. Se invece prendiamo in esame la situazione di Palermo, ad avere la laurea nei quartieri centrali è il 20% degli abitanti; in periferia, meno del 2%.

Questi dati non dovrebbero sorprendere: nonostante sulla carta il sistema universitario italiano si presenti come ‘aperto’ a tutti e accessibile, soprattutto considerando le rette relativamente basse (in confronto, ad esempio, al Regno Unito) e le possibilità di finanziamento e supporto allo studio (se si considerano i fondi degli enti regionali per il diritto allo studio, gli sgravi automatizzati in base al reddito a livello di ateneo, le borse di studio pubbliche e private, i prestiti ad honorem ecc.), la realtà è diversa. Il problema si concentra nel ciclo di studi che precede l’università. Al netto della qualità dell’insegnamento e dell’ampiezza di temi e delle materie trattate nelle scuole superiori italiane, la tripartizione tra licei, istituti tecnici e professionali reca traccia dell’epoca in cui il sistema fu concepito, ad inizio Novecento, realizzando di fatto la riproduzione e la perpetrazione delle differenze tra classi sociali, tra la borghesia, il ceto tecnico-impiegatizio e la classe operaia in senso lato (artigiani, lavoratori manuali nei servizi…). A questo fattore strutturale si aggiunge quello didattico: in un’epoca di profonde trasformazioni, la staticità dei programmi di studio fa sì che la didattica tradizionale non sia allineata alle dinamiche del mercato del lavoro. Questo in un contesto in cui la digitalizzazione e l’immediatezza dei rapporti che ne deriva valorizzano sempre di più le competenze trasversali (le cosiddette ‘soft skills’), rispetto alle conoscenze su cui è imperniata la scuola italiana.

Il talento degli studenti italiani è democratico – nel senso di equamente distribuito tra le classi sociali – le opportunità loro offerte no. Il sistema di istruzione secondario italiano tende a cristallizzare le stratificazioni economiche del Paese e non tiene conto delle evoluzioni passate e recenti del mercato del lavoro. Non potendo agire sul primo elemento di competenza esclusiva del Ministero dell’istruzione – tema che potrebbe essere oggetto di interi cicli di seminari sulla necessità di riformare la scuola e, per esempio, istituire il ‘liceo’ unico – occorre concentrarsi sul secondo e chiedersi quali siano le competenze trasversali – non contemplate dalla didattica tradizionale – oggi necessarie per orientarsi nel mercato del lavoro. Occorrono percorsi che permettano agli studenti di sviluppare la consapevolezza dei propri obiettivi professionali, che si integri con la dimensione collettiva della propria comunità d’origine, da valorizzare affinché altri possano godere delle stesse opportunità. C’è bisogno quindi di connettere questi due aspetti sviluppando la capacità di lavorare in gruppo e comunicare efficacemente, di approcciare il digitale con senso critico e costruttivo e di progettare in modo concreto e creativo.

Durante i mesi di quarantena, il lavoro di realtà come Poliferie è stato ovviamente stravolto a causa della chiusura delle scuole, proprio mentre le problematiche che erano alla base del progetto si aggravavano. La didattica a distanza ha acuito il problema delle disuguaglianze tout court: a quelle socio-economiche si sono aggiunte quelle digitali, per cui l’accesso a computer e internet – strumenti indispensabili per continuare a lavorare e studiare da casa – è stato, ed è, molto più complicato per le famiglie a reddito medio-basso e nelle zone più periferiche. Secondo l’ISTAT[4], nel 2018/2019 il 33,8% delle famiglie italiane non disponeva di un computer o di un tablet in casa. Come per le altre diseguaglianze, livello di istruzione e geografia sono determinanti: nelle famiglie con almeno un laureato la quota di chi non possiede un computer si riduce al 7,7%. E se da un lato nelle famiglie del Mezzogiorno il dato diventa più elevato, al 41%, è significativa anche la forbice tra piccoli comuni (39,9%) e aree metropolitane (28,5%). La dimensione di questa situazione drammatica si fa più evidente se si considera che, nelle tante periferie d’Italia, la scuola – persino in via telematica – è spesso l’unica istituzione veramente presente nella vita dei giovani. È necessaria, se non indispensabile, per dare a molti ragazzi la disciplina, il metodo di studio e le strutture mentali che i figli di genitori benestanti apprendono anche altrove, all’interno delle mura domestiche e nel corso delle svariate attività extrascolastiche che svolgono con regolarità fin da bambini. La crisi sanitaria legata al Covid-19 ha interrotto il normale andamento della didattica per più di 9 milioni di studenti e oltre un milione di bambini degli asili nido. Il Forum Disuguaglianze Diversità, realtà fondata da Fabrizio Barca, ha ben specificato le principali conseguenze di questa situazione. In un recente editoriale[5], il Forum descrive le scuole come «i primi garanti dell’Articolo 3 della Costituzione» in quanto promuovono non solo conoscenze condivise ma anche lo sviluppo di spirito di cooperazione e solidarietà «tra uguali ma diversi», nonché del senso delle regole. Le scuole rappresentano una realtà e un’esperienza fondamentale per un tessuto sociale coeso e funzionante, le cui implicazioni vanno ben oltre il mero apprendimento dei temi di studio. Il Forum ha anche sottolineato la necessità di considerare il ruolo delle scuole nell’aiutare i giovani studenti a gestire l’esperienza della pandemia stessa e riflettere su di essa: sono infatti un «luogo unico per poter elaborare», insieme ai coetanei e col supporto di adulti preparati, «le difficoltà, spaesamenti e paure e anche le capacità di reazione di un’esperienza nuova per l’umanità intera». In questo contesto ci è sembrato impellente trovare un’alternativa ai nostri laboratori fin dai primi giorni di quarantena, per poter complementare i già enormi sforzi fatti da maestri e professori in tutto lo stivale. Grazie al supporto degli insegnanti, che ci hanno messo in contatto con gli studenti tramite teledidattica, siamo riusciti a organizzare più di 12 laboratori virtuali nelle città che, arrivati a marzo, non avevano ancora completato il ciclo di laboratori ‘in persona’. Con grande soddisfazione abbiamo anche lanciato una nuova città in via digitale, Vibo Valentia, dove ci saremmo dovuti recare a febbraio per inaugurare la presenza calabrese di Poliferie.

Il tema delle diseguaglianze socio-economiche esacerbate da quelle digitali – e viceversa – non è nuovo, ma l’evidenza raccolta negli ultimi mesi di telelavoro (e telescuola) forzato ha stimolato riflessioni e proposte in merito. Vari esperti e dirigenti di grandi organizzazioni sono convinti che, nel mondo post Covid-19, lavorare da casa in modo semi-permanente sarà normale e che questo potrebbe paradossalmente ridurre le disuguaglianze territoriali del Paese. Per esempio Elena Militello, ricercatrice italiana basata all’Università di Lussemburgo, sta portando avanti un progetto chiamato Southworking, che prevede che manager e colletti bianchi meridionali emigrati al Nord possano tornare nelle loro zone d’origine, continuando a lavorare per la propria azienda, con tutti i benefici in termini di indotto e network effects per la terra d’origine che ne deriverebbero[6]. Le riflessioni sul tema nascono dall’osservazione che in Italia, così come in tutti i Paesi sviluppati e anche emergenti, la tendenza degli ultimi decenni sia stata quella di una concentrazione sempre crescente di ricchezza, innovazione e occupazione in poche grandi città. È ciò che Enrico Moretti, economista italiano all’Università di Berkeley in California, descrive come «la nuova geografia del lavoro»[7], fortemente sbilanciata verso i cosiddetti brain hubs, gli agglomerati di cervelli. In Italia questo fenomeno si è tradotto in una spaccatura sempre crescente tra i centri economici principali, tra cui in primis Milano, e il resto del Paese, che ha fatto sì che si spopolassero le aree interne e periferiche – ma anche città dal glorioso passato industriale come Torino – e che si rafforzasse lo storico divario tra Nord e Sud. Una quindicina di anni fa era molto diffusa l’idea che le nuove tecnologie avrebbero inevitabilmente democratizzato le nostre società: nel 2005, ad esempio, l’editorialista del New York Times Thomas Friedman pubblicava il libro The World is Flat[8] basato appunto su questa tesi. Invece le connessioni fisiche, attraverso aerei jumbo e treni ad alta velocità, e virtuali, grazie a banda larga e smartphone, non hanno fatto altro che incrementare le disuguaglianze geografiche, sociali ed economiche, tra chi può accedere ai benefici concessi da queste infrastrutture moderne e chi invece ne è escluso. L’economia digitale è basata su prodotti intangibili[9] come il software, i brevetti, il design, il cui sviluppo è espresso al meglio in ecosistemi fisici circoscritti che attirano i migliori talenti (i sopracitati brain hubs, appunto). La conseguenza è che le disuguaglianze, se non verranno contrastate in modo sistematico e strategico a partire dalle cause originali che le producono, continueranno ad aumentare. Senza azioni decise e mirate, la grande accelerazione nei processi di digitalizzazione di scuola e lavoro portata dalla crisi del Covid-19 rischia di frammentare definitivamente un Paese già lacerato.

In tutto occorre focalizzare l’attenzione sul rapporto tra opportunità e comunità, che fanno riferimento alle due dimensioni dello sviluppo umano – quella individuale e quella collettiva – che non possono esistere in autonomia tra loro. Dal libro-inchiesta sui NEET italiani di Niccolò Zancan, Uno su quattro[10] emerge come la disperazione degli intervistati li porti in più di un’occasione a fuggire: al Nord, all’estero, ovunque ci sia un’opportunità di vita migliore. Alcuni di loro però tornano, o rimangono, perché non riescono a concepire se stessi come persone al di fuori della propria comunità. Se l’unico modo per avere opportunità continuerà ad essere abbandonare le comunità, l’Italia si troverà presto di fronte a un dualismo ancora più drammatico tra aree spopolate e grandi città costose e congestionate. Per evitare questo scenario è possibile immaginare piani di riqualificazione delle periferie, riforme radicali della scuola con relativo aumento degli stanziamenti e ingenti investimenti strategici in infrastrutture, sia fisiche che digitali. Con una scuola davvero egualitaria, che sappia creare un legame tra il sapere nozionistico e il mondo del lavoro, oltre ad insegnare competenze trasversali e interpersonali, gli studenti italiani potranno emanciparsi da supporti e risorse di derivazione familiare. Con treni ad alta velocità in tutto il Paese, aeroporti con scali commerciali strategici nelle aree interne e la connessione internet a banda larga a diffusione nazionale, i giovani e le imprese non avranno bisogno di scappare all’estero o verso gli agglomerati urbani del Nord che fungono da centri unici di accesso al mercato comune europeo. Gli investimenti in infrastrutture e il potenziamento della scuola serviranno anche a modernizzare l’ecosistema di piccole e grandi imprese del Paese, e ad aumentare il valore aggiunto delle produzioni più tangibili (Made in Italy, manifattura, agroalimentare, turismo) che caratterizzano le province italiane e che hanno reso possibile la forte crescita nel secondo dopoguerra. La ripartenza del Paese, dopo il Covid-19 più che mai, deve passare dalle periferie. Soprattutto, deve partire dalle scuole: i luoghi la cui ragion d’essere è la possibilità di un mondo migliore.


[1] OECD Data, Youth not in employment, education or training (NEET), consultabile al sito https://data.oecd.org/youthinac/youth-not-in-employment-education-or-training-neet.htm

[2] D. Vandivier, What is the Great Gatsby Curve?, 11 giugno 2013.

[3] Consultabili al sito Almalaurea.

[4] ISTAT, PC e tablet in famiglia, 7 aprile 2020, consultabile al sito https://www.istat.it/it/archivio/240957

[5] Gruppo Educazione del Forum Disuguaglianze Diversità, L’impegno per contrastare le disuguaglianze in educazione nel tempo del Covid-19.

[6] J. D’Alessandro, Dallo smart working al south working. ‘Per lavorare a Milano vivendo a Palermo’, «La Repubblica», 26 giugno 2020.

[7] E. Moretti, La nuova geografia del lavoro, Mondadori, Milano 2017.

[8] T. Friedman, The World Is Flat. A Brief History of the Twenty-First Century, Farrar, Straus & Giroux, New York 2005.

[9] J. Haskel, S. Westlake, Capitalism without capital: the rise of the intangible economy, Princeton University Press, Princeton 2017.

[10] N. Zancan, Uno su quattro. Storie di ragazzi senza studio né lavoro, Laterza, Roma-Bari 2019. Tra le nostre fonti di ispirazione, suggeriamo anche: F. Fubini, La maestra e il camorrista, Mondadori, Milano 2019.

Scritto da
Tommaso Alberini e Andrea Zorzetto

Tommaso Alberini è Policy Officer all’Employment Strategy Unit della Commissione europea, dove si occupa di Futuro del Lavoro. È co-fondatore e Responsabile Comunicazione di Poliferie, associazione no-profit per la mobilità sociale. Andrea Zorzetto è Managing Partner di Plug and Play Italy, che ha lanciato dopo 6 anni tra Europa, USA e Cina, e Direttore di Poliferie, associazione no-profit per la mobilità sociale. In passato ha lavorato come Policy Advisor per il Governo Britannico e la città di Parigi. Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle delle organizzazioni di appartenenza.

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