L’Ivrea di Olivetti Patrimonio Mondiale Unesco

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Domenica 1 luglio il World Heritage Committee dell’Unesco ha ufficializzato l’inserimento della città industriale di Ivrea nella Lista del Patrimonio Mondiale. Dopo un percorso di quasi dieci anni, condotto dalle amministrazioni comunali e dalle forze economiche e sociali del territorio, con l’appoggio della Regione e delle altre istituzioni coinvolte, il traguardo più alto è stato raggiunto. Ora Ivrea è Patrimonio dell’Umanità come il centro storico di San Gimignano o i Trulli di Alberobello. Si tratta, in effetti, del 54esimo sito italiano ad entrare in lista: nessun altro paese del mondo ha altrettanti siti. Nel comunicato ufficiale di Unesco Italia e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo è dato leggere che:

Ivrea rappresenta un esempio distintivo della sperimentazione di idee sociali e architettoniche sui processi industriali, e un’esperienza innovativa di produzione industriale di livello mondiale che guarda in special modo al benessere delle comunità locali (…). La città industriale di Ivrea rappresenta quindi un significativo esempio delle teorie dello sviluppo urbano e dell’architettura del XX secolo in risposta alle trasformazioni industriali e sociali, inclusa la transizione dalle industrie meccaniche a quelle digitali.

Tale evento è sicuramente l’occasione per rimettere al centro dell’attenzione pubblica mondiale l’entusiasmante figura di Adriano Olivetti. La città industriale che egli ha voluto e finanziato è la concretizzazione spaziale del suo modello imprenditoriale. Il lavoratore, secondo la prospettiva comunitaria e personalista dell’Olivetti, doveva essere compreso organicamente come uomo e la produzione, come un’opportunità di realizzazione e non un processo di alienazione. Così l’abitare e la gestione della vita quotidiana doveva essere considerata il prolungamento naturale dell’attività produttiva del lavoratore. Perciò il capitalista aveva il compito di preoccuparsi dei luoghi di vita del lavoratore accanto a quelli della produzione. Gli edifici intorno alle officine Olivetti sono dunque case popolari, centri per i servizi sociali, centri di ricerca e di loisirs. La prospettiva umanista dell’Olivetti, che si è fatta documento politico nel 1953 nel Manifesto Programmatico di Comunità, si ispira più al socialismo utopistico dei Fourier e dei Saint Simon che non al socialismo scientifico di Marx e Engels. Al punto numero 1 del Manifesto, troviamo la seguente dichiarazione:

L’azione programmatica del Movimento Comunità esula infatti dai limiti tradizionali della «politica» intesa come rapporto di forze, e si fonda su una diversa moralità sociale: «politica» è per noi la possibilità dell’uomo di armonizzare e sintetizzare esigenze e vocazioni diverse, e azione politica è lo sforzo di creare istituzioni che rendano operante tale possibilità. Politica è rapporto attivo, consapevole, armonioso tra l’uomo e l’ambiente del suo operare quotidiano, e azione politica è la ricerca delle condizioni in cui questo rapporto possa avere vita. Di qui, in via d’esempio, il grande valore «politico» che ha per noi l’urbanistica[1].

Si evincono qui due aspetti degni di nota. Il primo, come si accennava, è la rivendicata prossimità del discorso di Olivetti alle utopie moderne, il cui proposito, come riconosciuto anche da Engels nell’Antiduhring, era condurre l’uomo a compiere la sua natura personale e sociale, attraverso la realizzazione di condizioni cooperative nel lavoro, nell’abitare, nel tempo libero e nella gestione degli impegni familiari. In presenza di determinati impegni morali assunti dalle parti sociali, insomma, il conflitto, come elemento di negoziazione tra le stesse, poteva essere evitato. Il secondo aspetto qualificante del pensiero e dell’opera utopica dell’Olivetti sta nella centralità assoluta della riforma spaziale, architettonica ed urbanistica. Anche questo è un tratto che può essere derivato dal socialismo utopistico e, più in generale, dai razionalisti ottocenteschi, come i già citati Saint-Simon e Fourier, ma anche l’inglese Owen, o il teorico del falansterio francese Considérant, accomunati dall’esigenza di intervenire sul piano urbanistico e architettonico per affrontare il degrado crescente delle città industriali. Gli stessi elementi materiali del progresso capitalista, come l’acqua e il vetro, l’aria e la luce, il metallo e il mattone, dovevano essere ricombinati e ridisposti in modo da rispondere «all’architettonica umana, calcolata sulle esigenze dell’organizzazione dell’uomo, in quanto risponde all’integralità dei suoi bisogni e dei suoi desideri matematicamente riferiti alle caratteristiche primordiali della sua costituzione fisica»[2].

Sono intuizioni di questo tipo ad essere rinnovate e attualizzate dall’Olivetti, il quale ha realizzato l’insieme degli edifici che compongono la «sua» città industriale con la collaborazione di architetti e urbanisti di tutt’Italia, adottando, potremmo dire, un atteggiamento sostanzialmente razionalista e progressista. Rimangono così oggi due tracce decisive dell’utopia olivettiana: una immateriale, rappresentata dal corpus originale di pensieri e valori, e uno materiale: la città industriale. Tanto l’una quanto l’altra rischiano di essere disperse e segregate in un passato che parla solo di se stesso, privo di agganci con l’attualità. C’è da augurarsi che la scelta dell’Unesco di tutelare la città industriale di Olivetti agisca contro tale tendenza. Ciò che ora vogliamo tuttavia discutere è la novità, per l’Italia, rappresentata dalla scelta di introdurre un’area industriale, ampiamente dismessa, tra i siti mondiali Unesco.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La figura di Adriano Olivetti

Pagina 2: Ivrea città industriale del XX secolo

Pagina 3: Ivrea e il futuro delle aree interne


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28 anni. Dottorando di filosofia presso il Consorzio FINO (Università di Torino, Vercelli, Pavia e Vercelli); i suoi studi vertono sulla questione del riconoscimento in particolare alla luce del dibattito francese che si svolge a cavallo tra la filosofia e le scienze sociali. Attualmente è segretario provinciale del Partito Democratico Biellese e svolge l'incarico di consigliere comunale della Città di Biella.

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