L’Ivrea di Olivetti Patrimonio Mondiale Unesco
- 11 Luglio 2018

L’Ivrea di Olivetti Patrimonio Mondiale Unesco

Scritto da Paolo Furia

7 minuti di lettura

Domenica 1 luglio 2018 il World Heritage Committee dell’Unesco ha ufficializzato l’inserimento della città industriale di Ivrea nella Lista del Patrimonio Mondiale. Dopo un percorso di quasi dieci anni, condotto dalle amministrazioni comunali e dalle forze economiche e sociali del territorio, con l’appoggio della Regione e delle altre istituzioni coinvolte, il traguardo più alto è stato raggiunto. Ora Ivrea è Patrimonio dell’Umanità come il centro storico di San Gimignano o i Trulli di Alberobello. Si tratta, in effetti, del 54esimo sito italiano ad entrare in lista: nessun altro paese del mondo ha altrettanti siti. Nel comunicato ufficiale di Unesco Italia e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo è dato leggere che:

Ivrea rappresenta un esempio distintivo della sperimentazione di idee sociali e architettoniche sui processi industriali, e un’esperienza innovativa di produzione industriale di livello mondiale che guarda in special modo al benessere delle comunità locali (…). La città industriale di Ivrea rappresenta quindi un significativo esempio delle teorie dello sviluppo urbano e dell’architettura del XX secolo in risposta alle trasformazioni industriali e sociali, inclusa la transizione dalle industrie meccaniche a quelle digitali.

Tale evento è sicuramente l’occasione per rimettere al centro dell’attenzione pubblica mondiale l’entusiasmante figura di Adriano Olivetti. La città industriale che egli ha voluto e finanziato è la concretizzazione spaziale del suo modello imprenditoriale. Il lavoratore, secondo la prospettiva comunitaria e personalista dell’Olivetti, doveva essere compreso organicamente come uomo e la produzione, come un’opportunità di realizzazione e non un processo di alienazione. Così l’abitare e la gestione della vita quotidiana doveva essere considerata il prolungamento naturale dell’attività produttiva del lavoratore. Perciò il capitalista aveva il compito di preoccuparsi dei luoghi di vita del lavoratore accanto a quelli della produzione. Gli edifici intorno alle officine Olivetti sono dunque case popolari, centri per i servizi sociali, centri di ricerca e di loisirs. La prospettiva umanista dell’Olivetti, che si è fatta documento politico nel 1953 nel Manifesto Programmatico di Comunità, si ispira più al socialismo utopistico dei Fourier e dei Saint Simon che non al socialismo scientifico di Marx e Engels. Al punto numero 1 del Manifesto, troviamo la seguente dichiarazione:

L’azione programmatica del Movimento Comunità esula infatti dai limiti tradizionali della «politica» intesa come rapporto di forze, e si fonda su una diversa moralità sociale: «politica» è per noi la possibilità dell’uomo di armonizzare e sintetizzare esigenze e vocazioni diverse, e azione politica è lo sforzo di creare istituzioni che rendano operante tale possibilità. Politica è rapporto attivo, consapevole, armonioso tra l’uomo e l’ambiente del suo operare quotidiano, e azione politica è la ricerca delle condizioni in cui questo rapporto possa avere vita. Di qui, in via d’esempio, il grande valore «politico» che ha per noi l’urbanistica[1].

Si evincono qui due aspetti degni di nota. Il primo, come si accennava, è la rivendicata prossimità del discorso di Olivetti alle utopie moderne, il cui proposito, come riconosciuto anche da Engels nell’Antiduhring, era condurre l’uomo a compiere la sua natura personale e sociale, attraverso la realizzazione di condizioni cooperative nel lavoro, nell’abitare, nel tempo libero e nella gestione degli impegni familiari. In presenza di determinati impegni morali assunti dalle parti sociali, insomma, il conflitto, come elemento di negoziazione tra le stesse, poteva essere evitato. Il secondo aspetto qualificante del pensiero e dell’opera utopica dell’Olivetti sta nella centralità assoluta della riforma spaziale, architettonica ed urbanistica. Anche questo è un tratto che può essere derivato dal socialismo utopistico e, più in generale, dai razionalisti ottocenteschi, come i già citati Saint-Simon e Fourier, ma anche l’inglese Owen, o il teorico del falansterio francese Considérant, accomunati dall’esigenza di intervenire sul piano urbanistico e architettonico per affrontare il degrado crescente delle città industriali. Gli stessi elementi materiali del progresso capitalista, come l’acqua e il vetro, l’aria e la luce, il metallo e il mattone, dovevano essere ricombinati e ridisposti in modo da rispondere «all’architettonica umana, calcolata sulle esigenze dell’organizzazione dell’uomo, in quanto risponde all’integralità dei suoi bisogni e dei suoi desideri matematicamente riferiti alle caratteristiche primordiali della sua costituzione fisica»[2].

Sono intuizioni di questo tipo ad essere rinnovate e attualizzate dall’Olivetti, il quale ha realizzato l’insieme degli edifici che compongono la «sua» città industriale con la collaborazione di architetti e urbanisti di tutt’Italia, adottando, potremmo dire, un atteggiamento sostanzialmente razionalista e progressista. Rimangono così oggi due tracce decisive dell’utopia olivettiana: una immateriale, rappresentata dal corpus originale di pensieri e valori, e uno materiale: la città industriale. Tanto l’una quanto l’altra rischiano di essere disperse e segregate in un passato che parla solo di se stesso, privo di agganci con l’attualità. C’è da augurarsi che la scelta dell’Unesco di tutelare la città industriale di Olivetti agisca contro tale tendenza. Ciò che ora vogliamo tuttavia discutere è la novità, per l’Italia, rappresentata dalla scelta di introdurre un’area industriale, ampiamente dismessa, tra i siti mondiali Unesco.

Città industriale del XX secolo

L’Unesco è un’istituzione che tutela, patrocina e supporta luoghi. Non è banale, soprattutto per un Paese come l’Italia, segnato dalla presenza di patrimoni monumentali di inestimabile valore storico, estetico culturale, che venga inserito in Lista una città industriale. Già nel 1903, lo storico dell’arte viennese Alois Riegl distingueva i monumenti «voluti» da quelli «non voluti»: gli archi di trionfo, gli obelischi, le colonne, ma anche gli aspetti delle piazze o di altri elementi funzionali della città e del paesaggio destinati ad una fruizione strettamente estetica o celebrativa, fanno parte dei primi. I secondi sono costituiti potenzialmente da qualsiasi elemento o complesso di elementi non designati per essere monumentali, ma che tali verranno considerati dai posteri. La città industriale, con il suo corredo di elementi architettonici e funzionali sviluppati intorno alle fabbriche, è sicuramente un buon esempio di «monumento non voluto», allo stesso modo di qualsiasi altro luogo concepito innanzitutto in funzione del suo ruolo sociale ed economico. In effetti, anche il centro medievale perfettamente conservato di una città, come San Gimignano, oppure delle abitazioni, come i Trulli di Alberobello, sono, per così dire, dei monumenti non voluti, nel senso che le funzioni sociali per cui sono stati costruiti erano prevalenti rispetto alla caratterizzazione estetica e monumentale.

Bisognerebbe certamente chiedersi se lo stesso concetto di «valore estetico-monumentale», in quanto analiticamente distinto dalla funzione sociale e dall’impiego collettivo di un determinato luogo o manufatto, non sia una costruzione del moderno. In effetti, ancora la nostra sensibilità è portata ad apprezzare esteticamente più oggetti privi di fini diversi da quelli della pura fruizione estetica e del puro apprezzamento di gusto. Ed è forse questa la differenza principale tra la città industriale e il centro storico di San Gimignano. Sebbene, in quanto centro di una città, quest’ultimo non abbia mai perduto le proprie dimensioni più strettamente funzionali, provenendo da un tempo molto lontano e precedente l’industrializzazione, esso si presta ad un apprezzamento estetico, per così dire, puro, che prescinde cioè dall’uso vitale e comunitario degli spazi. Un esempio lampante di questa separazione tra apprezzamento estetico e mondo della vita è Atene: sotto, il caos brulicante della Plaka, l’assolato bazar sviluppato tra le stradine della bassa città, teso e contraddittorio e miasmatico; appena sopra, indifferente ed olimpica, l’Acropoli, bianca ed eterea, isolata da qualsiasi funzione sociale contemporanea che non sia quella della fruizione puramente estetica delle sue meravigliose rovine.

Ora, indicare Ivrea, città industriale del XX secolo, nel Patrimonio Unesco significa riconoscerla, sotto il profilo dell’interesse storico, estetico e culturale, affine al centro storico di San Gimignano, all’Acropoli greca. Ciò ha implicazioni sostanziali: l’ambiente industriale, soprattutto se dismesso, nella misura in cui diventa rappresentativo di un contesto sociale e funzionale che non esiste più come tale e dunque si fa traccia di una civilizzazione che non è più, può essere apprezzato in quanto paesaggio. Non si tratta in effetti di una novità assoluta, in quanto la categoria dei «paesaggi culturali», tra i quali quelli industriali, viene introdotta tra le categorie Unesco nel 1992. Prima di allora, alcuni paesaggi industriali tipici erano già stati iscritti, ma tutti aventi a che fare con attività di prima industrializzazione in paesi fortemente deindustrializzati: Ironbridge e la sua valle in Gran Bretagna, Roros Mining Town in Norvegia, le Miniere di Rammelsberg nell’Alto Harz e il suo peculiare sistema di gestione idraulica[3]. In ogni caso, l’ingresso di una città industriale in una Lista, per quanto prestigiosa a livello mondiale, di luoghi da tutelare in quanto patrimonio storico-culturale, implica nello stesso tempo un elemento di progressiva distanza, di reciproca estraneità, tra ciò che quella città era ed ha significato sotto il profilo sociale e comunitario, e gli stili di vita e le forme produttive dell’attualità.

Ciò che è accaduto con l’Acropoli di Atene o con i borghi medievali prima, sta cominciando a capitare oggi con il patrimonio industriale. Prima, cifra di una modernità promettente e contraddittoria, che, da Considerant a Olivetti, richiedeva accorgimenti di tipo politico, sociale e spaziale per poter essere condotta nel senso della realizzazione dell’uomo. Oggi, segni abbandonati e disfatti (ecco perché talvolta si preferisce, al termine «patrimonio industriale», il più provocatorio e meno progressivo «archeologia industriale») di una civilizzazione conclusa, e che come tale merita di entrare nei libri di storia, a disposizione non più degli operai e degli imprenditori, bensì degli studiosi, degli architetti, degli archeologi e, perché no, degli speculatori immobiliari, sotto lo sguardo sempre più distante delle nuove generazioni che si avvicendano.

Ivrea e il futuro delle aree interne

Sotto questo aspetto, insomma, l’iscrizione alla Lista Unesco è la certificazione di una perdita; una perdita, beninteso, che non dipende dalla tale iscrizione, bensì dalla crisi dell’industrializzazione moderna, una concentrazione della produzione di valore in pochi centri finanziari globali e in pochi luoghi produttivi ad altissima specializzazione tecnologica, una corrispondente crisi delle aree interne in tutte le regioni d’Europa. E tuttavia, la perdita di una civiltà e la sua messa a distanza dall’attualità è nello stesso tempo la condizione per una ripresa:

Accade tutto come se non fosse necessario essere affaccendati al lavoro per essere in grado di cogliere visivamente il paesaggio come tale. Come se fosse necessario mettere il mondo a distanza, o più esattamente mettersi a distanza dallo spazio terrestre per coglierlo nella sua dimensione di paesaggio (…) non bisogna più appartenere a un luogo per vederlo. (…) Per accedere alla natura come paesaggio bisogna prepararsi a andare alla natura per contemplarla liberamente, con atteggiamento disinteressato, cioè senza l’intromissione di considerazioni pratiche e utilitarie[4].

La contemplazione estetica, ed insieme storica e culturale di un paesaggio che pure non corrisponde ai canoni classici della fruizione del bello (l’opera industriale) è dunque una possibilità che si offre solo a partire dallo smantellamento della precipua dimensione funzionale dello stesso. Ciò solleva, infine, una questione politica di grande importanza per il destino delle nostre aree interne. È possibile prefigurare, in terre segnate dalla crisi economica, occupazionale e identitaria della deindustrializzazione, una ripresa a partire dalla loro riconfigurazione paesaggistica? Potranno, le nuove consapevolezze estetiche rese possibili dalla deindustrializzazione, sviluppare nuove economie della fruizione sensibile, attraendo turisti, visitatori, centri di ricerca e di tecnologia, storici dell’arte, architetti, ingegneri e urbanisti?

Appare improbabile che tale potenziale, d’altronde ancora largamente inesplorato, possa giungere a competere nell’ambito dei grandi flussi turistici globali fino al punto da recuperare tutta l’occupazione perduta nella deindustrializzazione; tuttavia esso può rappresentare una componente significativa del rilancio delle aree interne, insieme con altri tipi di riprese, segnatamente quella delle attività connesse al settore primario, alla cura del verde, dei boschi e della montagna.


[1]    Cfr. http://www.sintesidialettica.it, Manifesto programmatico di Movimento di Comunità, approvato a Roma nel gennaio del 1953.

[2]    V. Considerant, Description du phalanstère, 2° ed., Paris 1848, traduzione mia.

[3]    Cfr C. Natoli, M. Ramello (a cura di), Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale, Edizioni Firenze, Firenze 2018, p. 77.

[4]    J.-M. Besse, Vedere la Terra, trad. it. a cura di P. Zanini, Mondadori, Milano 2008.

Scritto da
Paolo Furia

28 anni. Dottorando di filosofia presso il Consorzio FINO (Università di Torino, Vercelli, Pavia e Vercelli); i suoi studi vertono sulla questione del riconoscimento in particolare alla luce del dibattito francese che si svolge a cavallo tra la filosofia e le scienze sociali. Attualmente è segretario provinciale del Partito Democratico Biellese e svolge l'incarico di consigliere comunale della Città di Biella.

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