L’Ivrea di Olivetti Patrimonio Mondiale Unesco
- 11 Luglio 2018

L’Ivrea di Olivetti Patrimonio Mondiale Unesco

Scritto da Paolo Furia

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Ivrea città industriale del XX secolo

L’Unesco è un’istituzione che tutela, patrocina e supporta luoghi. Non è banale, soprattutto per un Paese come l’Italia, segnato dalla presenza di patrimoni monumentali di inestimabile valore storico, estetico culturale, che venga inserito in Lista una città industriale. Già nel 1903, lo storico dell’arte viennese Alois Riegl distingueva i monumenti «voluti» da quelli «non voluti»: gli archi di trionfo, gli obelischi, le colonne, ma anche gli aspetti delle piazze o di altri elementi funzionali della città e del paesaggio destinati ad una fruizione strettamente estetica o celebrativa, fanno parte dei primi. I secondi sono costituiti potenzialmente da qualsiasi elemento o complesso di elementi non designati per essere monumentali, ma che tali verranno considerati dai posteri. La città industriale, con il suo corredo di elementi architettonici e funzionali sviluppati intorno alle fabbriche, è sicuramente un buon esempio di «monumento non voluto», allo stesso modo di qualsiasi altro luogo concepito innanzitutto in funzione del suo ruolo sociale ed economico. In effetti, anche il centro medievale perfettamente conservato di una città, come San Gimignano, oppure delle abitazioni, come i Trulli di Alberobello, sono, per così dire, dei monumenti non voluti, nel senso che le funzioni sociali per cui sono stati costruiti erano prevalenti rispetto alla caratterizzazione estetica e monumentale.

Bisognerebbe certamente chiedersi se lo stesso concetto di «valore estetico-monumentale», in quanto analiticamente distinto dalla funzione sociale e dall’impiego collettivo di un determinato luogo o manufatto, non sia una costruzione del moderno. In effetti, ancora la nostra sensibilità è portata ad apprezzare esteticamente più oggetti privi di fini diversi da quelli della pura fruizione estetica e del puro apprezzamento di gusto. Ed è forse questa la differenza principale tra la città industriale e il centro storico di San Gimignano. Sebbene, in quanto centro di una città, quest’ultimo non abbia mai perduto le proprie dimensioni più strettamente funzionali, provenendo da un tempo molto lontano e precedente l’industrializzazione, esso si presta ad un apprezzamento estetico, per così dire, puro, che prescinde cioè dall’uso vitale e comunitario degli spazi. Un esempio lampante di questa separazione tra apprezzamento estetico e mondo della vita è Atene: sotto, il caos brulicante della Plaka, l’assolato bazar sviluppato tra le stradine della bassa città, teso e contraddittorio e miasmatico; appena sopra, indifferente ed olimpica, l’Acropoli, bianca ed eterea, isolata da qualsiasi funzione sociale contemporanea che non sia quella della fruizione puramente estetica delle sue meravigliose rovine.

Ora, indicare Ivrea, città industriale del XX secolo, nel Patrimonio Unesco significa riconoscerla, sotto il profilo dell’interesse storico, estetico e culturale, affine al centro storico di San Gimignano, all’Acropoli greca. Ciò ha implicazioni sostanziali: l’ambiente industriale, soprattutto se dismesso, nella misura in cui diventa rappresentativo di un contesto sociale e funzionale che non esiste più come tale e dunque si fa traccia di una civilizzazione che non è più, può essere apprezzato in quanto paesaggio. Non si tratta in effetti di una novità assoluta, in quanto la categoria dei «paesaggi culturali», tra i quali quelli industriali, viene introdotta tra le categorie Unesco nel 1992. Prima di allora, alcuni paesaggi industriali tipici erano già stati iscritti, ma tutti aventi a che fare con attività di prima industrializzazione in paesi fortemente deindustrializzati: Ironbridge e la sua valle in Gran Bretagna, Roros Mining Town in Norvegia, le Miniere di Rammelsberg nell’Alto Harz e il suo peculiare sistema di gestione idraulica[3]. In ogni caso, l’ingresso di una città industriale in una Lista, per quanto prestigiosa a livello mondiale, di luoghi da tutelare in quanto patrimonio storico-culturale, implica nello stesso tempo un elemento di progressiva distanza, di reciproca estraneità, tra ciò che quella città era ed ha significato sotto il profilo sociale e comunitario, e gli stili di vita e le forme produttive dell’attualità.

Ciò che è accaduto con l’Acropoli di Atene o con i borghi medievali prima, sta cominciando a capitare oggi con il patrimonio industriale. Prima, cifra di una modernità promettente e contraddittoria, che, da Considerant a Olivetti, richiedeva accorgimenti di tipo politico, sociale e spaziale per poter essere condotta nel senso della realizzazione dell’uomo. Oggi, segni abbandonati e disfatti (ecco perché talvolta si preferisce, al termine «patrimonio industriale», il più provocatorio e meno progressivo «archeologia industriale») di una civilizzazione conclusa, e che come tale merita di entrare nei libri di storia, a disposizione non più degli operai e degli imprenditori, bensì degli studiosi, degli architetti, degli archeologi e, perché no, degli speculatori immobiliari, sotto lo sguardo sempre più distante delle nuove generazioni che si avvicendano.

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Paolo Furia

28 anni. Dottorando di filosofia presso il Consorzio FINO (Università di Torino, Vercelli, Pavia e Vercelli); i suoi studi vertono sulla questione del riconoscimento in particolare alla luce del dibattito francese che si svolge a cavallo tra la filosofia e le scienze sociali. Attualmente è segretario provinciale del Partito Democratico Biellese e svolge l'incarico di consigliere comunale della Città di Biella.

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