L’Ivrea di Olivetti Patrimonio Mondiale Unesco

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Ivrea e il futuro delle aree interne

Sotto questo aspetto, insomma, l’iscrizione alla Lista Unesco è la certificazione di una perdita; una perdita, beninteso, che non dipende dalla tale iscrizione, bensì dalla crisi dell’industrializzazione moderna, una concentrazione della produzione di valore in pochi centri finanziari globali e in pochi luoghi produttivi ad altissima specializzazione tecnologica, una corrispondente crisi delle aree interne in tutte le regioni d’Europa. E tuttavia, la perdita di una civiltà e la sua messa a distanza dall’attualità è nello stesso tempo la condizione per una ripresa:

Accade tutto come se non fosse necessario essere affaccendati al lavoro per essere in grado di cogliere visivamente il paesaggio come tale. Come se fosse necessario mettere il mondo a distanza, o più esattamente mettersi a distanza dallo spazio terrestre per coglierlo nella sua dimensione di paesaggio (…) non bisogna più appartenere a un luogo per vederlo. (…) Per accedere alla natura come paesaggio bisogna prepararsi a andare alla natura per contemplarla liberamente, con atteggiamento disinteressato, cioè senza l’intromissione di considerazioni pratiche e utilitarie[4].

La contemplazione estetica, ed insieme storica e culturale di un paesaggio che pure non corrisponde ai canoni classici della fruizione del bello (l’opera industriale) è dunque una possibilità che si offre solo a partire dallo smantellamento della precipua dimensione funzionale dello stesso. Ciò solleva, infine, una questione politica di grande importanza per il destino delle nostre aree interne. È possibile prefigurare, in terre segnate dalla crisi economica, occupazionale e identitaria della deindustrializzazione, una ripresa a partire dalla loro riconfigurazione paesaggistica? Potranno, le nuove consapevolezze estetiche rese possibili dalla deindustrializzazione, sviluppare nuove economie della fruizione sensibile, attraendo turisti, visitatori, centri di ricerca e di tecnologia, storici dell’arte, architetti, ingegneri e urbanisti?

Appare improbabile che tale potenziale, d’altronde ancora largamente inesplorato, possa giungere a competere nell’ambito dei grandi flussi turistici globali fino al punto da recuperare tutta l’occupazione perduta nella deindustrializzazione; tuttavia esso può rappresentare una componente significativa del rilancio delle aree interne, insieme con altri tipi di riprese, segnatamente quella delle attività connesse al settore primario, alla cura del verde, dei boschi e della montagna.

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[1]    Cfr. http://www.sintesidialettica.it, Manifesto programmatico di Movimento di Comunità, approvato a Roma nel gennaio del 1953.

[2]    V. Considerant, Description du phalanstère, 2° ed., Paris 1848, traduzione mia.

[3]    Cfr C. Natoli, M. Ramello (a cura di), Strategie di rigenerazione del patrimonio industriale, Edizioni Firenze, Firenze 2018, p. 77.

[4]    J.-M. Besse, Vedere la Terra, trad. it. a cura di P. Zanini, Mondadori, Milano 2008.


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28 anni. Dottorando di filosofia presso il Consorzio FINO (Università di Torino, Vercelli, Pavia e Vercelli); i suoi studi vertono sulla questione del riconoscimento in particolare alla luce del dibattito francese che si svolge a cavallo tra la filosofia e le scienze sociali. Attualmente è segretario provinciale del Partito Democratico Biellese e svolge l'incarico di consigliere comunale della Città di Biella.

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