“Janesville. Una storia americana” di Amy Goldstein
- 04 Agosto 2020

“Janesville. Una storia americana” di Amy Goldstein

Recensione a: Amy Goldstein, Janesville. Una storia americana, prefazione di Ferdinando Fasce, LUISS University Press, Roma 2019, pp. 297, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Cattani

10 minuti di lettura

Quella della “Rust Belt” è una storia americana nota ai più. Una storia che racconta l’ascesa e il declino delle città di quegli Stati del Midwest vicini alla regione dei Grandi Laghi. Lo schema di questo processo è altrettanto conosciuto. Allo sviluppo economico trainato dal settore manifatturiero segue una fase di deindustrializzazione, che porta gravi conseguenze per il tessuto sociale delle città che un tempo prosperavano e ora devono affrontare problemi molto pressanti, dagli elevati tassi di disoccupazione allo spopolamento. Di grande notorietà è certamente il caso di Detroit, che ha di recente dichiarato bancarotta e la cui amministrazione ha accumulato debiti che sfiorano i 20 miliardi di dollari. Altrettanto emblematiche sono anche le vicende della città di Gary, in Indiana, la cui popolazione si è più che dimezzata negli ultimi cinquant’anni, passando da 175mila abitanti nel 1960 a meno di 80mila nel 2010.

Una storia simile ha avuto luogo anche nella cittadina di Janesville, in Wisconsin, che fino al 2008 ospitava il più antico stabilimento di assemblaggio della General Motors. Sono proprio le vicende successive alla chiusura dello stabilimento ad essere oggetto di Janesville. Una storia americana, edito in Italia da Luiss University Press, di Amy Goldstein, firma di punta del «Washington Post» e vincitrice nel 2002 del premio Pulitzer. Janesville è la storia dello sgretolamento della classe media e delle conseguenze dell’aumento delle disuguaglianze.

Storica città industriale, Janesville si distingue, fra le altre cose, per il suo forte senso civico e le relazioni industriali particolarmente virtuose. Durante la crisi del ’29 la fabbrica della GM rimase chiusa per un anno e riaprì senza che vi fosse bisogno di scioperi violenti o occupazione delle fabbriche, a differenza di quanto stava accadendo nel resto del Paese.

Nel 2008 la GM arrestò la produzione dello stabilimento mettendolo in “stand-by”, per poi chiuderlo definitivamente nel 2015, e comprensibilmente il tasso di disoccupazione crebbe velocemente. In seguito alla perdita di posti di lavoro della GM e nell’indotto e agli effetti della crisi che colpirono anche altre fabbriche del territorio, a Janesville il tasso di disoccupazione arriverà intorno al 12%.

Il libro di Goldstein indaga gli sforzi fatti dalla comunità di Janesville tramite uno studio etnografico di lungo periodo che permette di osservare molto da vicino le reazioni e i sacrifici compiuti per superare la crisi. Come è stato anticipato, il libro mostra le conseguenze dell’erosione del ceto medio e dell’azione delle disuguaglianze e in questo senso il caso di Janesville è particolarmente significativo. La città infatti non ha seguito lo stesso percorso intrapreso da altri centri urbani della Rust Belt. Il tasso di disoccupazione è oggi molto basso, meno del 4%. Un risultato che è soprattutto dovuto all’iniziativa della comunità di tutta la Rock County, di cui Janesville fa parte, che sin dalla chiusura dello stabilimento della GM si è subito mossa per pensare a come attrarre nuove aziende sul territorio, superando un modello di sviluppo basato unicamente sul settore automobilistico.

Paul Ryan, nato e cresciuto a Janesville dove la sua famiglia vive da generazioni , ha elogiato la capacità con cui la comunità ha saputo dare fondo alle sue energie per risollevarsi. Dopo la campagna per le presidenziali del 2012 Ryan tenne un discorso in cui disse che Janesville “è una comunità straordinaria […] Mi guardo attorno, in questa città, e vedo persone che stanno qui letteralmente da generazioni. I sociologi la chiamano società civile. Io la chiamo Janesville, Wisconsin”.

Il libro di Goldstein fa emergere però un pezzo di realtà che in molti casi è stato ignorato quando si è parlato di Janesville, quello relativo all’aumento delle disuguaglianze. L’autrice parla infatti di come nel tempo siano venute a crearsi due città diverse. Una Janesville che riesce a prosperare e guarda al futuro con l’ottimismo e il senso civico che l’ha sempre contraddistinta, un’altra che invece ha peggiorato la qualità della propria vita ed è convinta che anche il futuro non sarà migliore.

Karl Polanyi sostiene che a seguito delle crisi economiche sono i costi sociali ad essere i più pesanti, non quelli economici. Goldstein mette in luce proprio questo aspetto, studiando in che modo la comunità di Janesville ha reagito dopo la chiusura dello stabilimento. Nel fare ciò porta all’attenzione del lettore le storie di cittadine e cittadini di Janesville. Persone che, ad esempio, lavoravano alla GM oppure alla fabbrica che produceva i sedili per le automobili, la Lear, o ancora che lavoravano in uno storico stabilimento per la produzione di penne stilografiche, la Parker Pen.
Queste storie evidenziano quale sia stato il “prezzo” della resilienza della comunità. Un prezzo che non si sostanzia solo su una dimensione economica, in termini di perdita di reddito, ma anche e soprattutto sociale. A seguito della perdita del posto di lavoro, i protagonisti del libro dovranno infatti affrontare conseguenze di vario genere: la depressione, l’obbligo di trasferirsi a lavorare lontano dalle proprie famiglie, la necessità di fare più lavori per poter pagare le rette universitarie, ecc. Il libro permette di capire quali siano le conseguenze concrete della crisi sulle vite degli individui e cosa significhi nei fatti vivere in una società più diseguale che in passato.

Ad esempio, Barb Vaughn quando perde il lavoro alla Lear coglie l’opportunità di tornare a studiare. Diplomata in giustizia criminale, troverà lavoro come guardia carceraria, che dovrà abbandonare dopo essere caduta in depressione per motivi legati al nuovo impiego. Capirà in seguito che la sua vera passione è aiutare le persone “prima che commettano un crimine” e, dopo aver preso la laurea specialistica, diventerà assistente sociale, anche se pagata meno.

Un’altra storia simile è quella di Alyssa e Kayzia Whiteaker, il cui padre Jerad svolgerà una serie di lavori per salari pari a meno della metà dei 28 dollari l’ora della GM. Alyssa e Kayzia, nel 2008 studentesse delle superiori, inizieranno a fare più di due lavori a testa per aiutare la famiglia mentre studiano. Diplomatesi fra le migliori della loro scuola, per permettersi di andare al college le due sorelle, oltre a continuare a fare due o tre lavori, dovranno chiedere ogni anno prestiti per studenti da restituire con tassi d’interesse in alcuni casi anche dell’11%.

Di grande rilevanza è anche la storia di Matt Wopat che come altri, di fronte alla consapevolezza che ritornare a studiare non avrebbe portato a lavori con una retribuzione pari a quella percepita dalla GM, scelgono di accettare la proposta di lavorare in stabilimenti General Motors a centinaia, a volte anche migliaia, di chilometri da Janesville pur di preservare le condizioni di vita della loro famiglia. I cosiddetti “nomadi di Janesville” saranno costretti a tornare a casa una volta a settimana o una volta al mese e nel migliore dei casi dovranno sostenere solo il peso di pagare un secondo alloggio, nel peggiore si troveranno costretti ad accettare di lavorare per la GM a salario ridotto.

Queste non sono le uniche vicende esposte da Goldstein, ma hanno il merito di far capire al lettore con grande chiarezza cosa abbia comportato lo scoppio della crisi per questa comunità.
Nelle prossime righe verranno esposte brevemente alcune delle vicende che coinvolgono le persone che Goldstein ha seguito nel suo lavoro sul campo durato cinque anni. In particolare, verranno approfonditi due temi specifici affrontati dall’autrice: la formazione e il ruolo del terzo settore e del volontariato.

Formazione e riqualificazione: due promesse mancate
Goldstein afferma che allo scoppio della crisi uno dei punti su cui si registrava un consenso bipartisan era l’utilizzo della formazione come strumento con cui i lavoratori avrebbero potuto aggiornare le loro competenze, o acquisirne di nuove, per trovare nuovi lavori. Nel caso di Janesville, Goldstein mostra al lettore come i dirigenti dell’istituto che ha ricevuto la maggior parte di lavoratori disoccupati, il Blackhawk Technical College, abbiano dovuto costruire l’offerta didattica immaginandosi quali sarebbero stati i corsi che avrebbero aumentato le probabilità di trovare lavoro in totale autonomia, senza coordinarsi con altre istituzioni, a partire dalle imprese. Molti operai decisero infatti di iscriversi ad un corso sulla distribuzione dell’energia elettrica. Questa scelta era stata fatta perché l’età media dei lavoratori di un’azienda della zona, l’Alliant Energy, era alta e presto molti dei dipendenti sarebbero andati in pensione. Tuttavia, si capì ben presto che in seguito allo scoppio della crisi il turnover sarebbe stato molto più contenuto del previsto, visto che una quota rilevante di quei lavoratori avrebbe deciso di rimandare la propria pensione e continuare a lavorare per l’azienda. Molti degli operai si trovano quindi di fronte alla scelta di continuare a studiare sapendo che una volta usciti non vi sarebbero state garanzie di trovare un lavoro in tempi rapidi o invece di diventare “nomadi”. È questa la situazione di Matt Wopat, a cui il suo insegnante confida che non sono tanti i suoi studenti che sono riusciti a trovare lavoro nel settore per cui erano tornati a studiare.

Questa vicenda mostra come la formazione non possa essere un efficace trampolino per l’occupazione se non è coordinata con il mercato del lavoro. In generale, secondo i dati raccolti da Goldstein, si può dire che la formazione sia stata un esperimento fallimentare a Janesville. Nel 2011, dei lavoratori licenziati che si sono iscritti al Blackhawk ha trovato lavoro circa il 61%, contro il 71% dei lavoratori che invece non si sono riqualificati. Quest’ultimo gruppo ha avuto anche più successo nel trovare un lavoro fisso, contrariamente ai lavoratori riqualificati che si sono suddivisi più o meno equamente fra chi ha trovato un lavoro fisso e un lavoro intermittente.

L’idea di pagare un disoccupato affinché vada a studiare è indubbiamente ragionevole, ma sembra difficile che la formazione possa avere successo se le istituzioni educative/formative vengono lasciate sole nell’organizzazione della didattica, soprattutto quando non si parla di formare giovani studenti ma di riqualificare lavoratori adulti rimasti senza lavoro. C’è la necessità di mettere in atto un’azione di coordinamento extra mercato con le imprese, lo Stato, le comunità del territorio e i loro rappresentanti per capire quali sono le reali potenzialità possedute da un programma di riqualificazione. Non c’è solo bisogno che i lavoratori acquisiscano nuove conoscenze, ma anche che le aziende si interroghino su come lavoratori provenienti da settori diversi potrebbero contribuire ad accrescere e potenziare la creazione di valore. Senza questo approccio la formazione è molto spesso uno strumento poco utile e pare difficile che possa incidere nella creazione di nuovi posti di lavoro, tanto meno di posti di lavoro di qualità. È questa una realtà che trova sostanziale conferma dai dati forniti da Goldstein che mostrano come nessun lavoratore iscritto al Blackhawk abbia beneficiato dei programmi di formazione una volta conclusi. Ognuno di questi lavoratori ha infatti trovato un lavoro pagato meno di quello precedente.

Relativamente alla formazione si registra anche un’ulteriore criticità, riguardante i criteri con cui le persone scelgono i percorsi formativi da intraprendere. In questo senso, il caso di Barb Vaughn e Kristi Beyer è molto esemplificativo. Entrambe diplomatesi con ottimi voti in giustizia criminale, una volta trovato lavoro come guardie carcerarie vivranno situazioni molto difficili. Barb Vaughn si renderà conto che la sua vocazione sarebbe stata quella di diventare assistente sociale, un obiettivo che le avrebbe richiesto di tornare a studiare giustizia criminale per ottenere una laurea specialistica. Kristi Beyer invece intraprenderà una relazione con un detenuto e, una volta messa sotto indagine dopo che la storia divenne pubblica, si suiciderà. La scelta del campo di studio in cui specializzarsi è molto importante, specialmente nel caso di lavoratori adulti. Lasciare che la singola persona faccia questa scelta senza aiuto o supervisione di alcun tipo può avere conseguenze dannose per l’individuo. Naturalmente, ciò non significa che quello che è successo a Vaughn e Beyer sia l’esito più comune, ma non sembra sbagliato affermare che le persone debbano essere seguite sia nella scelta dei corsi più adatti a loro, sia durante la fase di inserimento in un nuovo lavoro.

Povertà e volontariato
Da diversi anni esponenti della destra si sono interessati alla riduzione della povertà. È il caso di David Cameron, che alle elezioni del 2010 parla di come il Partito Conservatore abbia ignorato per troppo tempo il tema. Nella soluzione proposta da Cameron il ruolo del governo centrale è quello di finanziare il terzo settore senza dover spendere risorse per le politiche sociali, dal momento che sui territori esistono già attori che possono combattere la povertà. Questa idea è analoga a quella di Paul Ryan, che parla di “idea americana”. Goldstein definisce questo concetto come “il nuovo modo con cui Paul esprime la sua convinzione che le persone che hanno bisogno di aiuto dovrebbero rivolgersi non al governo, come incoraggiavano a fare il New Deal e la Great Society, ma alla generosità e alle risorse interne delle proprie comunità”.

Janesville vanta effettivamente un’importante storia di volontariato e beneficienza. Tuttavia, la crisi che colpisce la città mostra chiaramente come queste non possano essere soluzioni per combattere la povertà. Goldstein parla di HealthNet, clinica medica gratuita il cui budget è costituito soprattutto da donazioni, sia in denaro che in materiale medico, che ha dovuto “tagliare il numero di nuovi pazienti che può accettare ogni mercoledì”. L’autrice dedica un importantissimo paragrafo a HealthNet e parla della vicenda di Sue Olmsted, che veniva pagata 15,50 dollari l’ora per occuparsi del controllo di qualità in una fabbrica di componenti automobilistici e industriali con polvere di metallo. Come molti altri si è iscritta al Blackhawk ma i suoi studi non procedevano bene e quando si presenta alla visita da HealthNet non era ancora riuscita a trovare lavoro. Olmsted ha alcuni problemi di salute, in particolar modo ai polmoni ed è stata spesso ricoverata per polmonite. Dopo l’ultimo ricovero ha dovuto pagare 15mila dollari attingendo dal suo fondo pensione. Nonostante sia divorziata, il suo ex marito è tornato a vivere con lei dopo che ha perso la casa in cui viveva e per questo motivo HealthNet non può erogarle assistenza sanitaria gratuita, dal momento che il suo reddito non è considerato sufficientemente basso. Goldstein parla di come i volontari di HealthNet non riescano a fare un’eccezione alla regola perché fondi e donazioni sono stati tagliati e i dirigenti della clinica sono costretti a ricavare 54mila dollari dal budget. Come afferma l’autrice, i dirigenti hanno dovuto tagliare “le spese mediche dai 35mila dollari dell’anno scorso a 9mila, sperando che alcuni pazienti riescano ad accedere ai programmi di assistenza privata delle case farmaceutiche per poveri. Hanno smesso di pagare per le radiografie, sperando che il Mercy e un altro ospedale […] intervengano e facciano la loro parte”.

Quello di HealthNet non è l’unico caso di crisi del volontariato. Goldstein afferma come ECHO, principale colletta alimentare della città, sia “talmente a corto di fondi che ultimamente ha limitato la distribuzione di cibo alle prime quaranta persone in fila all’apertura delle porte, e solo se non si sono già presentate da almeno un mese”. Anche Project 16:49, un progetto mirato a costruire case per ospitare il crescente numero di adolescenti senza dimora di Janesville, fatica a trovare finanziamenti e nel momento in cui è stato pubblicato il libro era riuscito a costruire solo una struttura per le ragazze, mentre per i ragazzi stavano ancora raccogliendo fondi.

Conclusioni
Nonostante Janesville abbia saputo riprendersi dalla crisi oggi è sicuramente più fragile di come era prima del 2008. Il racconto delle due Janesville mostra infatti che la crisi può essere stata superata in termini di disoccupazione ma che l’aumento delle disuguaglianze e l’erosione del ceto medio hanno portato ad una forte polarizzazione.

Una polarizzazione i cui effetti si vedono anche nei risultati elettorali. Alle ultime elezioni presidenziali Clinton ottiene il 52% dei voti, un risultato poco soddisfacente se si pensa che nel 2012 Obama ottenne circa dieci punti in più, senza dimenticare che nel ticket repubblicano di quell’anno figurava Paul Ryan, nato e cresciuto a Janesville. Goldstein afferma inoltre che il risultato del 2016 non è tanto dovuto ad elettori democratici che hanno deciso di votare Trump, quanto dalla maggiore astensione dell’elettorato democratico, simbolo di un senso civico indubbiamente in crisi. A tutto questo si aggiunge il declino della sezione locale dello United Automobile Workers (UAW), il sindacato degli operai del settore automotive.

I temi discussi si intrecciano con le vite delle persone protagoniste del libro di Goldstein. Da questi episodi è possibile trarre diverse conclusioni valide per molte altre situazioni. Da un lato l’idea di Paul Ryan di combattere la povertà con le sole forze della comunità sembra mostrare tutte le sue debolezze. Certo, le politiche industriali, sociali e del lavoro non possono ignorare il diverso potenziale dei territori, però l’intervento dello Stato sembra essere una precondizione fondamentale se si è interessati non solo ad aumentare il tasso di occupazione, ma anche ad assicurarsi che il benessere delle persone più vulnerabili, inteso a tutto tondo, non solo nella sua accezione economica, non venga intaccato. Questo tema si intreccia con quello della persona e di come la politica e le istituzioni dello Stato debbano occuparsene. Fabrizio Barca parla della necessità di declinare il ruolo della persona all’interno di un’ottica collettivista. Le vicende di Janesville offrono importanti spunti per riflettere su come poter portare a compimento quest’operazione.

Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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