Jean Monnet e l’arte della politica europea

Monnet

Quando si scrive un profilo di Jean Monnet, di solito, si comincia con l’elencare la lunga serie di successi e obiettivi raggiunti da questo brillante francese, tracciando anche un racconto quasi mitico della sua vita ed esperienza politica. Qui invece l’obiettivo è un altro. Questo testo vuole essere un breve viaggio alla conoscenza dell’uomo Monnet e delle sue idee, un’analisi dell’integrazione europea con al centro il suo forse più grande ispiratore, un uomo che, prendendo in prestito il lessico di Dimitrios Christoupulos[1], io definisco un “imprenditore politico”, cioè che davanti a sfide eccezionali spicca tra i suoi pari per il suo innato pensiero strategico e l’abilità di manipolare e dare forma ai processi storici.

Monnet il grande tessitore

In realtà nessuno, nella lunga serie di biografie e saggi pubblicati sulla sua vita, è riuscito a definire in modo netto l’occupazione di Jean Monnet, un titolo con cui descrivere il suo posto nel mondo, il che è un limite ma anche un’opportunità. Ci permette, cioè, di apprezzare maggiormente il modo in cui egli sia riuscito ad essere l’eminenza grigia dietro il processo di integrazione europea, senza però aver mai firmato un documento istituzionale o un trattato. Monnet non ricoprì mai un incarico politico, né fece mai parte di un partito, ma la sua capacità di dare forma agli eventi dell’Europa post-bellica non ne ha mai risentito. Ciò che gli dava potere era un’incredibile abilità di creare connessioni con figure chiave nelle amministrazioni dello spazio atlantico. Egli era al centro di un network sovranazionale nato soprattutto grazie alla sua incredibile abilità di ottenere l’attenzione dei leader occidentali, convincendoli dell’utilità delle sue idee e spesso persuadendoli ad adottarle in toto. Già, perché Monnet era principalmente un uomo di idee, oltre che di integrità, intelligenza e grande magnetismo. Lasciando parlare un altro grande architetto dell’integrazione europea, Robert Marjolin, “Monnet sapeva come combinare, quando necessario, il potere delle idee con il suo personale charme, la sua gentilezza e tatto che disarmavano le persone con cui si approcciava[2]. Grazie al suo carisma e anche al fatto che tutti sapevano che non ambiva a cariche pubbliche o riconoscimenti ufficiali (quindi, in pratica, non costituiva una minaccia per nessun uomo politico), riusciva ad attrarre e a far lavorare insieme i più abili politici europei e americani della sua epoca. Da studioso che non ha mai conosciuto, come spesso accade, il suo soggetto di ricerca, anche chi scrive rimane sempre più affascinato dal potere che Monnet riusciva ad ottenere grazie alla presa che egli aveva sulla persone che lo circondavano, persino i suoi nemici. Naturalmente un esercizio intellettuale molto ovvio e inevitabile è un confronto con un altro francese che costituisce una colonna portante del XX secolo: Charles de Gaulle. Le differenze di metodi, idee e fini aiutano anche a spiegare i diversi destini dell’Europa contemporanea e offrono anche una chiave di lettura al dibattito, soprattutto francese, attuale sull’Europa. Le divergenze più ampie tra i due erano nelle radici del loro potere. De Gaulle era un brillante militare e un leader naturale, un oratore di talento, un uomo che dello stato-nazione aveva fatto, come di norma per i politici francesi, un culto. Egli aveva un intuito quasi geniale nel gestire le crisi e la contingenza, cosa che lo rendeva vincente in un Francia da ricostruire dopo il disastro bellico. Al contrario Monnet faceva derivare la sua influenza e potere da quello straordinario tessuto di relazioni con ufficiali, politici, giornalisti del mondo occidentale, nato dal suo passato imprenditoriale. Il suo pragmatismo non era basato sul culto dello stato, ma sulla convinzione che l’economia, una forza di natura innovativa e riformatrice, era la più capace in quel momento storico di ottenere il cambiamento politico necessario all’Europa unita. Se De Gaulle, quindi, era più impegnato a capire cosa la Francia poteva ottenere dall’integrazione europea, Monnet era concentrato nel costruire un’ideale che costituiva allo stesso tempo la morte e la naturale evoluzione dello stato-nazione. Egli vedeva in ciò l’unico modo per rispondere in modo lucido e razionale ad un mondo sempre più connesso, complesso e globalizzato. Aveva capito che senza l’edificazione di una struttura sovranazionale superiore allo stato, la storia europea avrebbe di nuovo incontrato il caos e il disorientamento portato dal nazionalismo. Se volessimo far rientrare entrambi nella storia del pensiero politico francese (come ha cercato di fare lo storico Jean-Claude Casanova), De Gaulle rientrerebbe maggiormente nella tradizione filosofica di Rousseau, mentre Monnet somiglierebbe molto a Montesquieu, con la sua attenzione all’apertura, al dibattito politico e allo scambio.

Determinante, per Monnet, fu quello che Charles de Gaulle non riuscì mai ad ottenere, cioè un rapporto personale, professionale e profondo con membri dell’establishment americano. Il rapporto con gli Stati Uniti influenzò tutta la sua vita, comprese le sue idee, e aiutò come non mai la causa dell’integrazione europea. Avendo conosciuto l’America prima come venditore di cognac negli anni ’10, cominciò da subito a costruire relazioni con personalità in ascesa dell’ambiente diplomatico e del dipartimento di stato. Questo gli permise, durante la seconda guerra mondiale, di avere accesso, come consigliere dell’amministrazione Roosevelt inviato dal British Supply Council (Monnet fu uno degli artefici del piano industriale bellico che consentì agli alleati di riprendere l’offensiva già nel 1942), all’influente mondo dei circoli politici e legali di New York e Washington. Egli sapeva che la sua missione era di far comprendere alle élite americane che la prospettiva di un’unione di stati europei era funzionale come argine all’espansionismo sovietico e alla prospettiva di una nuova guerra, e avendo relazioni pregresse che andavano oltre l’ufficialità della politica transatlantica, il compito non gli risultò molto difficile. Monnet, un po’ lobbista, un po’ stratega politico, riuscì a diventare il centro di una rete di connessioni tra le due coste dell’Atlantico grazie alle sue abilità relazionali, facendo da “traduttore” delle istanze europee in America e viceversa. Tanto che, come Monnet stesso usò i suoi contatti nell’amministrazioni Roosevelt e Truman per nutrire e coltivare il supporto americano per la causa europea, così il dipartimento di stato a Washington si servì di lui per raggiungere i propri obiettivi diplomatici post-bellici. Si può ben dire, come negli anni ’80 dichiarò Alfred Grosser, che, dagli anni ‘40 fino a quando Charles de Gaulle non prese il potere nel 1958, agli occhi degli americani esisteva solo l’Europa di Jean Monnet.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Monnet e la teoria politica


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Classe 1990. Dottorando in storia contemporanea presso l’Università di Bologna. Dopo aver studiato presso l’Università Federico II di Napoli, l’Università di Bologna e la Paris I Sorbonne di Parigi, ha lavorato a Londra. Si occupa di storia europea, relazioni transatlantiche e storia di genere

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