La jihad, la violenza e noi “Generazione Isis” di Olivier Roy
- 03 Luglio 2017

La jihad, la violenza e noi “Generazione Isis” di Olivier Roy

Scritto da Matteo Rossi

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Jihadismo e nichilismo: la violenza come fine

Il jihadismo contemporaneo rappresenta un’innovazione dottrinale e una distorsione dell’idea tradizionale di jihad, che, da prescrizione collettiva e facoltativa propria di tempi di crisi, diventa un obbligo individuale e permanente, legato al sacrificio di sé dell’attentatore (pp.22-23). Jihad, in origine, non significa terrorismo e terrorismo non significa necessariamente azione suicida: come tutte le religioni monoteiste, infatti, anche l’Islam condanna il suicidio come una violazione del dono divino della vita (p.12).

Per Roy l’elemento più rilevante e innovativo del jihadismo e del terrorismo contemporanei è proprio la scelta sistematica e deliberata della morte in azione, anche laddove questa non sia necessaria per il successo dell’attacco: la morte in azione rappresenta il cuore e il significato principale dell’attentato (pp.9-10).

Questa dimensione funebre e suicida trasforma la violenza contro gli altri e contro se stessi in un fine in sé. L’unico obiettivo dei terroristi contemporanei sembra così essere la propria morte: la violenza jihadista rifiuta la politica (p.12).

«Il Califfato è un miraggio: è il mito di un’entità ideologica in continua espansione territoriale. La sua impossibilità strategica spiega perché coloro che con esso si identificano, anziché orientarsi verso gli interessi delle comunità musulmane locali, si identifichino in un patto di morte. Non esiste alcuna prospettiva politica, alcun avvenire radioso» (p.12).

È proprio questo che ci rende difficile comprendere il senso dell’azione terrorista: le sue caratteristiche mettono in crisi tutte le categorie teoriche con cui siamo abituati a studiare e pensare la violenza. Siamo abituati a interpretare la violenza politica come uno strumento di lotta politica messo in atto da un gruppo organizzato contro un avversario chiaramente identificato, come un mezzo per raggiungere obiettivi politici in termini di potere. Ciò che conta, in questa prospettiva, sono gli scopi politici dell’azione, mentre la violenza e la sua minaccia sono i modi per ottenerli, anche tramite processi di contrattazione.

La violenza jihadista, al contrario, non è violenza collettiva e organizzata: in molti casi gli attentatori agiscono autonomamente dalle organizzazioni a cui si ispirano idealmente, agiscono individualmente o in piccoli gruppi tra loro scollegati, in assenza di una strategia politicamente definita. La violenza jihadista non ha obiettivi politici definiti in termini di potere, né da parte degli attentatori né da parte di Isis e al-Qaeda, in quanto mancano richieste o minacce puntuali in seguito agli attentati. Le rivendicazioni sono sempre generalizzate e assolute, rendendo impossibile qualsiasi negoziato, anche laddove la controparte fosse disponibile a intavolarlo. Anche il nemico non è identificato, o meglio, è generalizzato al punto da essere astratto e indefinibile: tutti i governi e tutti i popoli occidentali.

Risulta in questo senso difficilmente condivisibile il parallelo che Roy istituisce tra jihadisti e militanti dell’estrema sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta. In primo luogo perché quei militanti erano utopisti molto più che nichilisti e nessuna organizzazione praticante la lotta armata di sinistra ha mai professato l’autolesionismo o il martirio, ma soprattutto perché in quei casi (Roy cita, tra gli altri, Che Guevara e le Brigate Rosse) erano presenti precisi obiettivi politici e le azioni violente erano finalizzate a ottenere risultati concreti e puntuali. Da questo punto di vista appare molto più rilevante accostare gli jihadisti con i giovani stragisti delle scuole americane. Si tratta in entrambi i casi di un bisogno profondo di violenza e autodistruzione, che nel caso del jihadismo trova un rivestimento ideale per collegarsi a un movimento internazionale, ma che nasce dalla stessa disperazione.

Secondo Roy, i giovani terroristi non troverebbero nel jihadismo quella che Renzo Guolo definisce “l’ultima utopia” dopo la fine delle utopie novecentesche, ma una narrazione nichilista che dà una risposta al loro bisogno senso. Anche coloro che partono per combattere nelle terre del Califfato in Siria e Iraq, «arrivano non per vivere ma per morire. Qui sta il paradosso: questi giovani radicali non sono utopisti, sono nichilisti in quanto millenaristi. Il domani non sarà mai all’altezza del crepuscolo. Si tratta della generazione no future. (…) La fascinazione per la morte è legata alla prospettiva dell’apocalisse in quanto non si crede all’avvenire radioso e la sola prospettiva è costituita dalla guerra, dalla morte e dal giudizio finale, prima per se stessi, poi per l’umanità» (pp.64-65). Il loro suicidio diventa quindi messianico, anticipa ciò che avverrà con l’apocalisse al resto dell’umanità, e rende collettiva la loro traiettoria nichilista (p.67).

Così, la violenza jihadista non è né razionale rispetto allo scopo, né razionale rispetto al valore. Per restare nello schema weberiano può al limite essere interpretata come azione affettiva. Gli jihadisti non uccidono in nome di ciò in cui credono, ma credono a causa dell’impulso a uccidere.

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Scritto da
Matteo Rossi

Nato a Genova nel 1993, si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pavia, con una tesi sul rapporto tra esclusione e violenza politica, e si è diplomato in Scienze Sociali presso l’Istituto di Studi Superiori (IUSS) di Pavia. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna.

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