La jihad, la violenza e noi “Generazione Isis” di Olivier Roy
- 03 Luglio 2017

La jihad, la violenza e noi “Generazione Isis” di Olivier Roy

Scritto da Matteo Rossi

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Olivier Roy e l’islamizzazione della radicalità

La tesi fondamentale di Roy sul rapporto tra fondamentalismo religioso e radicalizzazione politica consiste nel considerare la fascinazione per morte e violenza come prioritaria rispetto alla dimensione religiosa. I terroristi si radicalizzerebbero politicamente prima della conversione religiosa: hanno una disponibilità alla violenza e un bisogno di morte che precede la fede. Sono le società contemporanee a produrre giovani alienati, disperati e violenti che non vedono altra prospettiva al di là della propria e altrui morte: lo jihadismo fornisce loro l’immaginario e la narrazione in cui inserire e con cui dare senso alla propria determinazione nichilista. Roy ribalta così i termini del dibattito pubblico contemporaneo: il problema sta nella società occidentale contemporanea molto più e molto prima che nell’Islam. Sintetizzando la tesi in una formula: “il terrorismo deriva non dalla radicalizzazione dell’Islam, ma dall’islamizzazione della radicalità” (p.14). Il fondamentalismo religioso non basterebbe di per sé a produrre violenza. I giovani jihadisti non sono religiosi praticanti che diventano violenti perché male interpretano i precetti dottrinali, ma sono individui violenti che trovano una razionalizzazione della propria disperazione in una forma distorta di religione. La radicalizzazione di individui e gruppi, infatti, precede cronologicamente la loro conversione religiosa e il loro reclutamento jihadista (p.50): sviluppano il proprio nichilismo violento prima di convertirsi alla fede.

«Non si radicalizzano perché hanno letto male i testi o sono stati manipolati: sono radicali perché vogliono esserlo, perché è solo la radicalità ad attrarli» (p.52).

La radicalizzazione sarebbe quindi sostanzialmente slegata da cause oggettive, come testimonierebbe, nelle rivendicazioni dei terroristi, l’assenza di un riferimento a conflitti concreti (scarsissimi i riferimenti alla causa palestinese, ad esempio), la sostanziale ignoranza della realtà mediorientale e l’invocazione delle sofferenze di una comunità musulmana globale sostanzialmente immaginaria (p.51-59).

Se la tesi sull’islamizzazione della radicalità e sulla priorità del fattore violento su quello religioso risulta convincente, occorre sottolineare l’assenza di una riflessione sulle cause del fenomeno. Roy rifiuta esplicitamente di affrontare il problema e si limita a sottolineare, come abbiamo visto, l’assenza di un legame tra periferie segregate e jihadismo. Tuttavia, descrivere il profilo dei jihadisti e analizzare la struttura di senso che attribuiscono alla propria azione senza riflettere sul perché le società europee li producano è molto limitante. Per quanto Roy rifiuti di individuare una genealogia coloniale del jihadismo, è difficile pensare che guerre occidentali e dominio coloniale in Medio Oriente non abbiano un ruolo in questi processi.

Un problema ulteriore è poi rappresentato dall’associazione tra radicalità (o radicalizzazione) e disponibilità alla violenza. L’equivalenza tra i due termini, molto diffusa a livello accademico, risulta a nostro avviso fuorviante: esistono radicali non violenti e violenti politicamente non radicali. Porre radicalità e violenza sullo stesso piano appare come un tentativo (politicamente in mala fede) di denotare con un’unica etichetta tutte le forme di contestazione. Ciò che conta nel profilo dei jihadisti è proprio la mancanza di legame tra il loro bisogno di violenza e qualsiasi consapevolezza politica: la loro violenza nasce nel silenzio, nell’impotenza, nell’incapacità di organizzare discorsivamente una radicalità politica.

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Scritto da
Matteo Rossi

Nato a Genova nel 1993, si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pavia, con una tesi sul rapporto tra esclusione e violenza politica, e si è diplomato in Scienze Sociali presso l’Istituto di Studi Superiori (IUSS) di Pavia. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna.

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