Oltre la Repubblica degli Ayatollah: nascita e istituzione della Repubblica Islamica dell’Iran

La Rivoluzione Islamica, che nel 1979 ha detronizzato la famiglia Pahlavi sostituendo la monarchia con una repubblica islamica retta dal rahbar, la Guida Suprema, ha simboleggiato per molti la vittoria definitiva del fondamentalismo religioso contro i principi moderni e secolari che da così tanto tempo regnano stabilmente in Occidente, e che anche in Iran sembravano ormai consolidati.

La “Repubblica degli Ayatollah” viene spesso descritta da commentatori e analisti come un’entità oscura e indecifrabile, governata da leggi proprie estranee allo stato di diritto. Una rappresentazione distorta della realtà politica e sociale di questo Paese ha contribuito alla diffusa percezione che l’Iran abbia voluto abbandonare la strada della modernizzazione per imboccarne una di fondamentalismo tribale in cui la Sharia, la legge islamica, rappresenta l’unica forma di giurisprudenza esistente.

La realtà, come spesso accade, risiede nel mezzo. Contrariamente ai luoghi comuni, difatti, Renzo Guolo ci ricorda come quella iraniana non è stata tanto una “rivoluzione tradizionalista”, quanto una “rivoluzione contro la tradizione” che ha sconvolto profondamente le stesse strutture religiose sciite.

La spirale di manifestazioni, repressioni e nuove agitazioni risultarono nella fuga dello scià nel 1979 e, un mese dopo, nell’arrivo del leader della rivoluzione che aveva guidato e sostenuto l’insurrezione dall’esilio: Ruhollah Khomeini. L’Iran divenne ufficialmente una Repubblica Islamica il 1º aprile 1979, quando gli iraniani approvarono in larga maggioranza (secondo i dati governativi, il 98.2%) un referendum nazionale sulla forma di Stato, stravolgendo e delegittimando completamente il concetto tradizionale di quietismo sciita che aveva caratterizzato il secolare rapporto tra clero islamico e regnanti. Con la rivoluzione iraniana lo sciismo si trasformò essenzialmente in ideologia politica, assumendo una dimensione olistica che attraversava e inglobava sia la sfera pubblica sia quella privata.

La complessa sequenza di eventi che seguì la caduta della monarchia può essere divisa in due momenti: una prima fase di rivoluzione sociale in cui la distinzione tra i diversi attori sociali sembrò momentaneamente sfumata, e un secondo momento di sistematica repressione dei soggetti considerati ostili al nuovo regime e di consolidamento del potere economico e politico del clero, dei mercanti e dei proprietari terrieri. La coalizione precedentemente formatasi tra classe media tradizionale (clero e bazarì, usualmente uniti da legami matrimoniali) e moderna classe urbana fu sostituita da un nuovo conflitto in cui i secondi persero il momentaneo potere conquistato e furono marginalizzati dallo Stato, che incentrava la sua nuova retorica sulla classe lavoratrice, i “senza scarpe” a lungo ignorati dalla monarchia filoccidentale dei Pahlavi. Nel 1983 il Tudeh, il partito di ispirazione comunista che aveva fino a quel momento appoggiato la Rivoluzione ed il nuovo governo, fu bandito ed i suoi esponenti purgati. Il regime non aveva più bisogno dei suoi precedenti alleati e si concentrò sul rafforzare il potere del suo partito-ombrello, l’IRP (Islamic Republic Party).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Una “rivoluzione contro la tradizione”

Pagina 2: Il sistema politico della Repubblica Islamica

Pagina 3: Khomeini oltre la distinzione tra religione e identità nazionale


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Nata in Italia nel 1991 ma di origini iraniane, ha sempre viaggiato e vissuto tra i due paesi. Dottoranda in sociologia all'Università di Milano Bicocca con un progetto sui cambiamenti dei ruoli di genere tra i giovani in Iran. In precedenza ha studiato Studi Internazionali a Bologna e Studi Afro-Asiatici a Pavia. I suoi temi di ricerca principali sono l'Iran e il conflitto israelo-palestinese, le tematiche di genere e la condizione giovanile.

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