L’avvenire della memoria. Intervista a Antonio Calabrò
- 03 Giugno 2022

L’avvenire della memoria. Intervista a Antonio Calabrò

Scritto da Giacomo Bottos

16 minuti di lettura

In una fase di profonda incertezza, segnata dal concatenarsi di molteplici crisi è necessario interrogarsi sugli attori che possono produrre il cambiamento. Da questo punto di vista è significativa una riflessione sulla dimensione culturale dell’impresa, come soggetto che, oltre alla dimensione economica dell’attività, ha la potenzialità di produrre una sintesi tra memoria e innovazione, inserendosi nelle trasformazioni contemporanee a partire da un’idea di sviluppo che vada oltre le contraddizioni di un paradigma in via di superamento. In questa intervista Antonio Calabrò affronta questi temi a partire dal suo ultimo libro L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione edito da Egea. Antonio Calabrò è Senior vice president Affari istituzionali e cultura di Pirelli, Direttore della Fondazione Pirelli e Presidente di Museimpresa e della Fondazione Assolombarda. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Oltre la fragilità, L’impresa riformista, La morale del tornio e Il riscatto, tutti editi da Egea.


Da quali ragioni, riflessioni e istanze nasce la scrittura di questo libro? Qual è il percorso che ha portato a concepirlo?

Antonio Calabrò: All’origine di questo libro vi è la consapevolezza dell’incertezza dei tempi. Viviamo in un’epoca segnata da eventi come la pandemia, l’emergenza climatica, la guerra, i rancori derivanti dai disagi sociali. Avvengono trasformazioni determinate da spinte contraddittorie, radicali, spesso anche molto confuse. Un tempo del genere è denso sia di pericoli che, come succede sempre nelle crisi, di opportunità. Ho provato a concentrarmi su alcuni elementi positivi della trasformazione, cercando di saldare dentro questo ragionamento – che è un ragionamento aperto – una riflessione su alcune caratteristiche dell’identità italiana. Una identità molteplice, aperta, trasversale, polisemica, anche conflittuale. La nostra storia consente di identificare delle costanti di lungo periodo, la cui lettura è fondamentale nel momento in cui si tenta di delineare futuri possibili. Questo è tanto più importante in relazione a un discorso pubblico contemporaneo episodico, frammentato, vociante, privo di consapevolezza dello scorrere del tempo, ma pronto a cogliere per polemica contingente l’attimo della battuta. In questa situazione si perde lo spessore storico del lungo corso dei fenomeni. I fenomeni sociali – ci dice l’esperienza – sono derive lunghe. Ho provato a mettermi nell’ottica della storia non tanto per compiere una ricostruzione storica, quanto soprattutto per provare a immaginare il futuro. L’immagine con cui si apre il libro è quella dell’Angelo della Storia dipinto da Paul Klee e raccontato da Walter Benjamin: è un’immagine disperante con la tempesta che blocca le ali e lo sospinge verso il futuro, ma con lo sguardo rivolto alle macerie del passato. Ho provato a capire se fosse possibile far mutare direzione al volto dell’Angelo. Il libro nasce da questa intuizione, è tutto contenuto nel titolo. I miei libri quasi sempre nascono da un titolo. Se si trova il titolo si trova la sostanza del libro. 

 

Nel contesto di crisi molteplici che lei ha delineato – un contesto su cui ci siamo largamente soffermati su Pandora Rivista – è possibile riproporre un’idea di sviluppo? Quali caratteristiche deve avere e in cosa deve distaccarsi da una concezione di progresso che abbiamo conosciuto in passato e che oggi appare non più adeguata?

Antonio Calabrò: Vorrei partire dall’idea di progresso. Il Novecento pensa il progresso come un percorso lineare, sempre in crescita. Questa concezione deriva in buona parte da due diverse idee del futuro, implicite nella grande cultura cattolica da un lato e nella grande cultura marxista dall’altro. “La storia ci darà ragione”, secondo il marxismo. “Avremo il paradiso, risorgeremo”, secondo la cultura cattolica. Tutto quello che è davanti a noi è positivo. E questo tratto, per fortuna, in ultima analisi segna il Novecento, nonostante gli allarmi che vengono da Spengler e da Nietzsche. Sono contento che le cose siano andate in questo modo, che gli elementi di crisi siano stati affrontati insistendo molto sugli aspetti positivi della trasformazione. Tuttavia, a un certo punto vi è stata una sottovalutazione del carattere di conflittualità della trasformazione. E ci siamo ritrovati impigliati nelle contraddizioni dello sviluppo. Provo a guardare la questione da un altro punto di vista: la globalizzazione appariva come il futuro, il progresso, le cose andavano bene, si aprivano i mercati, centinaia di milioni di persone entravano dentro i nuovi flussi del benessere, della globalizzazione. Era finita la realtà del mondo bipolare, vi era un solo modello, un solo paradigma si era affermato; si andava avanti in questa direzione, sottovalutando però gli elementi di frattura. I processi sociali sono derive lunghe, ma sono anche conflittuali. Ci siamo ritrovati nel cuore di una crisi, nella quale affidandosi ai soli elementi quantitativi non è più possibile dare risposte sufficienti alle nuove emergenze sociali, ai nuovi divari. Abbiamo attraversato il passaggio del secolo e del millennio immersi nell’ossessione della crescita quantitativa, dell’aumento del PIL. Ci siamo dimenticati – per riprendere il titolo di un libro di Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi – di “misurare ciò che conta”. Conta il benessere diffuso, contano quelle che Amartya Sen e Martha Nussbaum chiamano capabilities, cioè le capacità di valorizzare le caratteristiche e le potenzialità delle singole persone e di accrescerne i diritti e la qualità della vita. Per esempio, abbiamo insistito sulla ricchezza, perdendo di vista la salute. Ma non si può costruire ricchezza senza condizioni di salute diffusa. Personalmente continuo a pensare che il PIL sia una misura importante, ma non l’unica: il capitalismo deve produrre ricchezza e benessere, ma questa tensione deve essere riequilibrata con una forte attenzione alla dimensione sociale. Continuo cioè a pensare che la grande lezione keynesiana, liberata dalle distorsioni dell’assistenzialismo che hanno caratterizzato purtroppo una stagione del Welfare State, sia ancora valida. E infatti oggi, per fortuna, Keynes viene riletto, ristudiato, attualizzato. Detto questo, come dev’essere lo sviluppo? Equo e sostenibile, socialmente e ambientalmente. Il capitalismo del BES (Benessere equo e sostenibile), non soltanto quello del PIL. Il BES misura una serie di variabili come la scolarità, la partecipazione al lavoro, i diritti, i doveri, la salute, il senso civico. Un insieme di valori, non solo il valore economico, che pure è fondamentale. Al tempo stesso, la tesi del mio libro va in una direzione esattamente contraria rispetto a quella proposta delle teorie della decrescita felice. Ritengo che la decrescita non possa che essere profondamente infelice: se non si cresce non vi è ricchezza da distribuire, nulla che possa alimentare il sistema fiscale che consente gli investimenti pubblici. Quindi la crescita è necessaria, ma dev’essere felice, ovvero sostenibile. Per pensare questa prospettiva dobbiamo rileggere, oltre a Keynes, anche un grande classico dell’economia italiana, le Lezioni di economia civile di Antonio Genovesi. Genovesi era un illuminista napoletano della metà del Settecento, che, più ancora degli illuministi lombardi, dei Verri e dei Beccaria, era di casa nei grandi salotti dell’illuminismo francese. L’abate Ferdinando Galiani e Genovesi sono ben conosciuti da Diderot, D’Alambert e Montesquieu. Antonio Genovesi viene letto attentamente anche da Adam Smith, che lo considera uno dei suoi maestri. Questa rilettura viene effettuata sapientemente, per esempio, da Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. La rilettura di Genovesi ci consente oggi di dire che l’economia civile e l’economia circolare, “l’economia giusta” di cui parla Papa Francesco, si inscrivono dentro i processi contemporanei della sostenibilità e sono profondamente radicate nell’esperienza culturale storica italiana. Dobbiamo anche recuperare la grande lezione civile di Federico Caffè, come modo intelligente di leggere Keynes e di formare classi dirigenti, fino a Mario Draghi.

 

Abbiamo parlato della globalizzazione e delle sue contraddizioni. Oggi stiamo vivendo una fase che alcuni definiscono di crisi o di fine della globalizzazione. Senza necessariamente condividere questa tesi, occorre però dire che ci troviamo quantomeno in un momento di ridefinizione della globalizzazione. Stiamo vivendo una profonda riorganizzazione economica, segnata da intensi processi di digitalizzazione, da una riarticolazione delle catene del valore, che interagiscono con questo cambiamento della globalizzazione e con la definizione degli equilibri tra grandi aree sullo scacchiere internazionale. In che modo questo insieme di trasformazioni in cui siamo immersi ridisegna il paesaggio produttivo? Quali sono le tendenze principali di questa trasformazione?

Antonio Calabrò: C’è una teoria che sostiene che ci troviamo nell’epoca della fine della globalizzazione. Io non credo che le cose stiano così. Il mondo è, da lunghissimo tempo, così profondamente interconnesso da rendere difficile pensare che i legami si spezzino completamente e ci si possa rinchiudere nella provincia del mercato e dell’anima. Siamo, però, sicuramente in una fase di ripensamento dei criteri di fondo della globalizzazione. Qualcuno parla di “ri-globalizzazione selettiva”. E probabilmente è proprio questo il tema su cui ragionare. Abbiamo vissuto una globalizzazione che ha prodotto effetti positivi, ma anche altissimi costi sociali e squilibri ambientali. La riflessione critica è fondamentale. In questo quadro, il paesaggio produttivo si modifica. Abbiamo scoperto, con la pandemia, ma in realtà già in precedenza, che le catene lunghe di fornitura non funzionano, sono fragilissime. Ci siamo resi conto – e in questo la pandemia ha agito da grande acceleratore – che bisogna andare oltre la fragilità. Il punto di partenza, però, è prendere atto della fragilità come condizione normale, lasciando da parte il delirio di onnipotenza, lavorando per costruire equilibri possibili, che consentano di unire in modo innovativo le possibilità offerte dalle interconnessioni mondiali con la valorizzazione delle “catene corte” di produzione e consumo. Queste ultime sono il risultato del processo che chiamiamo backshoring o reshoring, il ritorno alla produzione in prossimità dei mercati di sbocco. Quando parliamo di prossimità non dobbiamo immaginare lo spazio ristretto regionale e provinciale, ma il mondo largo dell’Europa. Al centro di questo processo vi sono i grandi continenti che al loro interno ricostruiscono, in condizioni più sicure, parte delle catene di fornitura, parte delle catene del valore. Questo reshoring è un fenomeno estremamente importante perché riporta la manifattura a ridosso dei mercati di riferimento, consentendo di premiare le imprese che hanno delocalizzato produzioni e servizi non per inseguire basso costo del lavoro, vantaggi fiscali, assenza di regolazione, ma per produrre local for local, per essere a servizio dei mercati in crescita. Pirelli in questo è un caso esemplare: parliamo di un’impresa multinazionale con diciotto stabilimenti in tutto il mondo, che servono i diversi mercati. Invece di esportare, la produzione avviene prevalentemente in loco. La stessa dinamica viene seguita dall’industria automobilistica: non si esporta in Brasile o in Argentina, ma la produzione avviene direttamente sul posto, magari come punto di partenza per ulteriori interconnessioni. Per esempio la produzione che avviene in Messico, attraverso il corridoio NAFTA, serve anche i mercati statunitense e canadese. Il local for local segue una logica molto diversa rispetto a quella della delocalizzazione: non cerca le condizioni di vantaggio, ma si mette a disposizione dei mercati locali. Dentro questo processo, che ha un carattere molto positivo, si nasconde un rischio, presente in un’espressione che percorre una parte del discorso pubblico negli Stati Uniti: il friendship shoring. Ovvero l’orientamento a commerciare solo con i Paesi amici. Si tratta di una tentazione pericolosa, perché equivale a introdurre in un fenomeno positivo rischi di protezionismo. Vorrebbe dire tagliare fuori la Cina e tagliarsi fuori dalla Cina. Come ricordato, se il friendship shoring è un rischio da guardare con attenzione, il reshoring è invece un fenomeno molto interessante. Ci troviamo in una fase di trasformazione importante: possiamo introdurre elementi di sostenibilità, rendere i processi economici più vicini alle esigenze diffuse delle persone, ridurre i divari, legare crescita economica e valorizzazione elementi che hanno a che fare con la tutela ambientale, far vivere i criteri ESG.

 

Nel libro si rappresenta l’impresa come fondamentale attore sociale di cambiamento, nel quale avviene una sintesi tra memoria e innovazione e che si pone come centro di un fascio di relazioni che hanno come terminale la società e il territorio. Che cos’è l’impresa oggi e quali obiettivi deve porsi? Che cos’è e a cosa serve la cultura d’impresa?

Antonio Calabrò: L’impresa a lungo è stata fatta coincidere con l’esclusiva dimensione del profitto. Certo, la dimensione della produzione di valore è importante, l’impresa è una realtà che investe per produrre ricchezza e reddito; ma non è solo questo. Anche per conseguire l’obiettivo economico, per poter essere un attore in grado di produrre ricchezza e benessere, l’impresa deve essere molto di più, deve essere un attore sociale del cambiamento, valorizzando al suo interno – ed è il passaggio culturale in corso – non soltanto la redditività, ma anche le relazioni con le comunità di riferimento. Sono queste relazioni positive che creano la legittimazione che consente all’impresa di produrre reddito. Questo vale moltissimo per l’impresa italiana, per la quale rappresenta una caratteristica distintiva, un elemento competitivo particolare. Le imprese nel nostro Paese sono sempre state, per la loro storia, fortemente legate ai territori. Si ricordi la frase di Carlo M. Cipolla: «Gli italiani sono abituati, fin dal Medioevo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo». Una produzione legata ai territori, di qualità, con uno sguardo internazionale. Il passaggio culturale di cui stiamo parlando è quello che va dal paradigma dello shareholder value, incentrato sulla massimizzazione del profitto e dei rendimenti di borsa, a quello degli stakeholder values, che mette al centro i valori delle comunità di riferimento dell’impresa: dipendenti, fornitori, clienti, territori su cui l’impresa incide. In questo grande passaggio teorico si consuma la fine del primato della Scuola di Chicago e la ripresa della riflessione su Keynes. In questo passaggio sta il nodo dello sviluppo possibile, un’opportunità di rilegittimazione del capitalismo. Come dicono alcuni economisti, occorre salvare il capitalismo da se stesso, o anche salvare il capitalismo dai capitalisti. In altre parole: salvare il capitalismo, meccanismo di produzione legato alla libertà di mercato e alla competizione, dalla rapacità finanziaria e dall’ossessione della ricchezza. Dobbiamo tornare all’economia civile di Genovesi, all’economia giusta di Papa Francesco, alle teorizzazioni di Stiglitz, Fitoussi, Sen, e per gli italiani, Modigliani e Caffè. L’impresa è un attore sociale costituito da persone, incarna una voglia di incidere positivamente sulla storia, una capacità di introdurre prodotti e servizi che prima non c’erano, una tensione al miglioramento della qualità della vita delle persone. Occorre consentire non soltanto all’imprenditore, ma alle persone che lavorano nell’impresa, di esprimere le proprie qualità, le caratteristiche distintive o, come si dice nel linguaggio contemporaneo, i loro talenti.

 

Pagine molto interessanti del libro sono dedicate, anche in una chiave storica, ai complessi rapporti tra cultura e impresa. Questi rapporti sono stati segnati nel nostro Paese da esperienze di grande interesse come le riviste «Pirelli», «Civiltà delle Macchine», «Comunità», «Gatto selvatico» da grandi protagonisti come Leonardo Sinisgalli, ma anche da una reciproca diffidenza, sia da parte della cultura che del mondo economico. Oltre a ripercorrere alcuni passaggi di questo rapporto, ritiene che ci siano gli estremi per pensare, pur nella differenza dei tempi, a una nuova stagione che possa promuovere un rinnovato dialogo tra cultura e mondo economico?

Antonio Calabrò: Sono convinto che vi sia qui una duplice sfida, non di tipo economico, ma di tipo civile. Una grande sfida culturale che riguarda l’impresa, che deve imparare ad aprirsi e a raccontarsi, ma anche a farsi raccontare. Non bisogna limitarsi allo storytelling, che può persino essere fastidioso, apparendo come mera propaganda aziendale. Il racconto dell’impresa che si apre e si fa raccontare è – se vogliamo porla in termini molto alti – un elemento del passaggio dalla dialettica dell’Illuminismo alla dialettica digitale della contemporaneità. Forze diverse possono trovare nell’impresa un attore in grado di tenere insieme innovazione e inclusione sociale, competitività e solidarietà. Questa è la sfida che riguarda l’impresa, ma anche il mondo della cultura in generale. Parte del nostro mondo culturale, anche per l’eredità delle grandi correnti del pensiero cattolico e del pensiero marxista, ha guardato all’impresa con sospetto, riducendola alla dimensione del profitto, all’ossessione del fare soldi. Si è spesso guardato alla cultura d’impresa come a una cultura contaminata, a una cultura di secondo piano. Secondo questa visione vi sarebbe la grande cultura, fatta dagli intellettuali puri, e poi una cultura di secondo piano, realizzata dagli intellettuali minori, al servizio dell’impresa. Questa cultura sarebbe un elemento del produttivismo, da cui deriverebbero gli sconquassi ambientali e molti altri mali. Io credo che questa visione in termini di conflittualità radicale vada superata, perché credo che l’impresa abbia di fronte, soprattutto in questo momento, una sfida straordinaria: la possibilità di incidere positivamente sull’ambiente, valorizzando le capacità delle ragazze e dei ragazzi che in essa possono trovare il luogo ideale per affermare la propria capacità di trasformazione. Quando parlo d’impresa penso anche all’industria propriamente detta. Sono un uomo di fabbrica, perché credo che la caratteristica dell’Italia sia quella di essere un grande Paese industriale e manifatturiero, con una spiccata vocazione alla qualità e alla sostenibilità, maggiore di quella di altre parti d’Europa e del mondo. Questo emerge anche dalla frase di Cipolla richiamata in precedenza. Questo tipo di impresa merita un racconto. Ma l’impresa non è soltanto interlocutore della cultura, è essa stessa cultura. Occorrono occhi nuovi per vedere, direbbe Marcel Proust. Un contratto di lavoro è cultura, perché definisce le relazioni tra parti che si impegnano in una sorta di patto civico finalizzato alla crescita economica, al benessere delle maestranze, alla remunerazione dell’investimento, al miglioramento complessivo della vita associata. Un brevetto è cultura. Scrivere un bilancio è un atto culturale, perché in esso viene fatto il resoconto di una serie di decisioni e tracciato un progetto per l’avvenire. La formula chimica di un nuovo composto farmaceutico per affrontare il diabete o il cancro è cultura. Una lega realizzata con un materiale speciale è cultura. E potrei continuare a lungo. In questa riflessione ho due riferimenti, entrambi di Primo Levi. Il primo sono le conversazioni di Libertino Faussone, formidabile metalmeccanico, ne La chiave a stella. Il secondo è una pagina de Il sistema periodico, nel quale si legge che «il sistema periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo». Occorre sempre ricordare che Levi era un chimico. Di lui si sono storicamente molto apprezzati La tregua e Se questo è un uomo, testimonianze esemplari dell’orrore dell’Olocausto. Ma La chiave a stella e Il sistema periodico sono anch’essi testi importantissimi, che raccontano della trasformazione della fabbrica e del lavoro. Il lavoro è cultura, le relazioni di lavoro sono cultura: non a caso per la Costituzione la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. Questo è un nodo che gran parte della cultura italiana non capisce, che non elabora. Spesso prevalgono la retrotopia, il canto della bellezza del mondo contadino e l’ostilità nei confronti dell’impresa, persino da parte di una persona che l’impresa la conosceva bene e nell’esperienza più avanzata, la Olivetti. Parlo di Paolo Volponi, con Le mosche del capitale. È come se ci fosse nella letteratura italiana il rifiuto della contaminazione. Eppure non so pensare la cultura senza contaminazione, senza accettazione della sfida del confronto tra linguaggi diversi. Che cos’è il progresso se non relazione costante tra le differenze? Le differenze sono ricchezza, perché consentono sintesi che altrimenti non sarebbero state possibili. Altrimenti si sfocia in un dialogo ad alta voce con se stessi, con il narcisismo che diventa elemento fondante dei processi sociali. Non è questo l’esito che si deve ricercare. Tra i tanti contributi della Scuola di Francoforte che meritano di essere riproposti, vi è la valorizzazione della dialettica e del confronto delle diversità, che porta a esiti inaspettati, che determina quella eterogenesi dei fini che segna la storia. L’impresa è un luogo in cui questo accade costantemente: si parte in un modo e si finisce in un altro. Per fortuna l’impresa è sorprendente: è al tempo stesso il luogo della pianificazione degli investimenti e il luogo delle sorprese. Se c’è un luogo in cui l’eterogenesi dei fini si vede, diventa evidente, questo è proprio l’impresa. 

 

Se nel senso comune l’impresa viene spesso associata all’elemento della tensione al cambiamento e verso il futuro, è interessante la sottolineatura che viene fatta nel suo libro sul rapporto dell’impresa con la memoria storica, anche ragionando sull’importanza dei musei d’impresa. Come si declina questo rapporto? D’altra parte, quanto lei ha detto rimanda alla questione delle due culture. Se da un lato vi è la necessità di rilanciare la ricerca, anche pura, occorre dall’altro trovare il modo per costruire forme di dialogo tra cultura scientifica e cultura umanistica. Quali sono le vie per fare questo?

Antonio Calabrò: Il percorso dell’impresa non è un percorso lineare, come, peraltro, lo è nessuno dei percorsi umani. L’impresa, come l’uomo, è “legno storto”. La relazione tra l’impresa e il mondo è una relazione densa di ombre, di disgrazie e di errori. Questo è vero ancora oggi, basti pensare ai morti sul lavoro. Avendo fatto per più di trent’anni il giornalista, conosco le ombre, politiche, sociali e criminali di questo Paese. Gli errori dell’ILVA sono un’ombra gigantesca. La sottovalutazione fatta da una parte del mondo dell’impresa dei rischi legati agli impatti ambientali negativi rappresenta un’altra ombra. La memoria storica consente di avere coscienza delle ombre e degli errori ed è fondamentale da questo punto di vista. Io non ho scritto né in questo libro né in quelli precedenti – Oltre la fragilità, L’impresa riformista, La morale del tornio, Il riscatto – l’elegia dell’impresa, il canto acritico sulla bellezza dell’impresa. Nella vita ho fatto per più di trent’anni il giornalista, non scrivo libri di teoria economica, scrivo cronache, metto insieme fatti e ragionamenti sui loro contesti. Questo consente di collocare le cose nella loro corretta prospettiva, sapendo che nel corso del tempo l’impresa si è profondamente evoluta ed è in grado – soprattutto l’impresa manifatturiera italiana – di reggere le sfide della realtà più di altri settori sociali. Aiuta in questo la capacità di avere all’interno dell’impresa sintesi culturali originali. Per affrontare poi il tema del rapporto tra le due culture occorre fare un passo indietro nella storia italiana. Pensiamo a Leon Battista Alberti: le sue opere sono cantieri, grandi fabbriche edili. Leon Battista Alberti è un letterato, un umanista o uno scienziato? Questa domanda sarebbe stata incomprensibile per lui. Leonardo da Vinci è uno scienziato o un umanista? Per l’Umanesimo e il Rinascimento la dicotomia non sussisteva. La bottega di Antonello da Messina era una bottega chimica, in cui si sperimentava copiando le tecniche degli smalti imparate nei laboratori dei pittori fiamminghi: la forza dei colori dell’Annunciata o i colori della Crocifissione stanno in quel preciso smalto, in quel composto chimico preparato nella bottega, che restituisce il senso della corposità della luce sul volto dell’Annunciata. Piero della Francesca è un fantastico matematico, che studia il senso della prospettiva. Chiunque di loro non avrebbe capito la domanda, concependo insieme umanesimo e scienza. Pensiamo allo stesso Galileo Galilei. Il Novecento esaspera la frattura tra le “due culture”, Charles C. Snow la fotografa, l’impresa progressivamente la ricompone. Il senso del bello non ha a che fare solo con l’estetica, è qualità, è funzionalità. Sono gli elementi alla base del design italiano. In questa idea di proporzione e bellezza, la cultura umanistica e le conoscenze scientifiche si fondono. Sono stato per molti anni Vicepresidente di Assolombarda e ancora oggi sono il Presidente della sua Fondazione. Le discussioni su questi temi ci hanno portato ad aggiungere all’acronimo STEM (science, technology, engineering and mathematics) una vocale, la A di Arts. Da STEM a STEAM, dando in questa formula il senso di un processo di integrazione. Questa tendenza coinvolge la formazione contemporanea. Nei Politecnici di Milano e Torino si studia filosofia da moltissimi anni, perché è fondamentale capire il senso di quello che si fa, avere gli strumenti per sapere governare la complessità. Questo è necessario per diventare ingegneri e non essere solo dei tecnici. Nelle grandi scuole tecniche francesi – l’École Polytechnique e l’École Centrale di Parigi –, fondate da Napoleone per formare la classe dirigente francese, si insegnano scrittura, teatro e filosofia, perché occorre avere gli strumenti per capire la complessità, tradurla in processi industriali e di servizi, averne chiaro il senso e orientarne la direzione. Non a caso nel libro ci sono due espressioni ricorrenti, ossia “cultura politecnica” e “umanesimo industriale”; elementi che connotano profondamente la nostra esperienza manifatturiera, che si esprime nelle riviste che lei ha citato, e anche nel rapporto con l’arte contemporanea. Pensiamo a progetti come l’HangarBicocca di Pirelli, all’affidamento a grandi architetti della progettazione dei nuovi stabilimenti industriali – Michele De Lucchi per Zambon, Renzo Piano per Pirelli, tanto per fare solo degli esempi – nella consapevolezza che la “fabbrica bella”, cioè sicura, trasparente, inclusiva, sostenibile, con basso impatto ambientale, ben progettata, in mezzo al verde, sia un elemento di competitività. La qualità del lavoro incide sulla produttività e sulla competitività. Non si può produrre il meglio del Made in Italy in un sottoscala. La “fabbrica bella” spinge di per sé a pensare al miglior prodotto possibile. La scelta estetica delle imprese è produttiva. 

 

Abbiamo parlato molto di impresa. D’altra parte è da tempo in corso un dibattito sul ruolo del settore pubblico e un eventuale ritorno dello Stato, nel quale si è di recente autorevolmente inserito il Presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato con il libro Bentornato Stato, ma… Lei propone la formula “più Stato e più mercato”. Che cosa intende?

Antonio Calabrò: Anche in questo caso occorre uscire dalle false dicotomie che hanno segnato il dibattito contemporaneo. Abbiamo bisogno di uno Stato estremamente efficace – non ho usato la parola efficiente – nella destinazione della spesa pubblica per investimenti sui grandi processi. Non si può investire in ricerca e sviluppo appena poco più dell’1% del PIL, di cui peraltro buona parte proviene dalle imprese private. Serve un grande investimento pubblico e privato sulla ricerca di base. Giuliano Amato lo dice bene. Più Stato significa facilitare il meccanismo di concorrenza e di selezione, creare un sistema di regole e di trasparenza, in cui possano emergere prodotti e servizi migliori, dentro una cornice di diritto, non di ossessione delle regole, ma di rispetto delle regole. Il mercato non è il Far West. Più Stato significa destinare più risorse alla sicurezza energetica e tecnologica, a un welfare che accompagni, anche con la formazione di lunga durata, le modifiche dei processi del lavoro, a una pubblica amministrazione che non ostacoli il miglioramento del benessere sociale, a processi di integrazione delle nuove competenze che vengono dall’immigrazione, alla difesa europea, all’autonomia energetica su scala comunitaria, a una giustizia efficace, a una scuola che formi cittadini capaci di capire l’evoluzione dei processi economici e sociali e di farsi carico della complessità della loro trasformazione, a un sistema sanitario che affronti in modo profondamente equilibrato i processi della salute con un concetto più largo di sanità, a una legislazione efficace e chiara. L’elenco potrebbe continuare molto a lungo. Intendo dire che lo Stato non deve essere gestore, se non in momenti radicali di crisi. Più mercato significa, d’altra parte, più competizione, più trasparenza, più valorizzazione delle spinte innovative degli attori sociali, più spazio all’impresa privata e al dialogo tra privato e pubblico – penso alla sanità, ma anche alla cultura.

 

Per concludere: il nostro Paese si trova in una fase di grande cambiamento, della quale abbiamo delineato diversi tratti, che porta con sé rischi e opportunità importanti. Quali pensa che debbano essere le priorità per un ripensamento e un rilancio delle prospettive del Paese?

Antonio Calabrò: Io credo che una delle priorità fondamentali sia promuovere un grande investimento di lungo respiro sulla formazione. Stanno cambiando i contesti economici, le conoscenze, le competenze che occorrono per stare dentro i processi di trasformazione. Occorre un intervento sulla formazione che abbia come orizzonte non soltanto la scuola fino all’università, ma la vita intera, il lifelong learning. Dobbiamo imparare a imparare. Questo è un investimento fondamentale, che deve mettere insieme pubblico e privato, l’investimento pubblico sulla formazione ma anche gli investimenti privati, con un sostegno in termini di agevolazione fiscale. Si può pensare al modello interessante delle fondazioni private degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), per fare soltanto un esempio. D’altra parte, il nome stesso del piano Next Generation EU indica quale debba essere la priorità con cui questi fondi, raccolti in buona parte sul mercato, debbano essere spesi. Questo vale anche per gli altri fondi che saranno destinati a interventi in materia di energia e difesa. Questi fondi devono produrre ricchezza e benessere. È un compito che devono perseguire lo Stato e l’Unione Europea, in rapporto dialettico, chiaro e produttivo con i privati. In questo sta la nuova dimensione del capitalismo riformista. È attraverso questa strada, per chiudere il cerchio della discussione che abbiamo fatto, che possiamo recuperare quei grandi elementi di valore già propri del pensiero di Genovesi e di Keynes.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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