L’economia italiana tra crisi e cambiamento tecnologico. Intervista a Salvatore Rossi
- 19 Luglio 2021

L’economia italiana tra crisi e cambiamento tecnologico. Intervista a Salvatore Rossi

Scritto da Giacomo Bottos

14 minuti di lettura

Se si intende interrogarsi sulla capacità dell’Italia di misurarsi con l’innovazione non si può non affrontare il tema delle caratteristiche e della struttura del suo sistema produttivo. La ridotta capacità di una parte significativa del sistema-Paese di far fronte al cambiamento tecnologico ha cause che vanno comprese anche alla luce della storia del Paese e del modo in cui esso ha affrontato i passaggi fondamentali degli ultimi decenni. Uno sforzo che diventa tanto più urgente in un momento in cui la crisi in cui siamo immersi pone la necessità di cambiamenti profondi e la trasformazione tecnologica sembra andare incontro a una nuova fase di accelerazione. Ne abbiamo discusso con Salvatore Rossi, attualmente Presidente di Telecom Italia, dopo una lunga carriera in Banca d’Italia, di cui è stato Direttore generale.


In un suo libro di qualche anno fa, scritto con Anna Giunta, nel titolo si poneva la domanda su ‘Che cosa sa fare l’Italia’, interrogandosi sull’economia italiana ‘dopo la grande crisi’. Oggi, dopo una crisi con caratteristiche molto diverse e di ampiezza ancora maggiore, questa domanda si ripropone con urgenza. Uno degli elementi di maggiore criticità che emerge nelle analisi dell’economia italiana riguarda lo scarso contenuto tecnologico di una parte molto significativa del nostro sistema produttivo. Quali sono le cause e i principali passaggi storici attraverso cui si è determinata questa situazione? 

Salvatore Rossi: Dobbiamo, a mio avviso, partire mettendo a fuoco la differenza tra crisi del 2008 e quella attuale. Quella di allora fu una crisi finanziaria globale, endogena al sistema, generata da errori commessi in una parte geograficamente determinata di esso, ovvero gli Stati Uniti d’America. Per via della globalizzazione – in particolare di quella finanziaria – la crisi si propagò con molta rapidità in tutto il mondo. Dal settore della finanza si trasferì al resto dell’economia e della società. L’economia italiana fu incolpevole di quella crisi, per il nostro Paese la crisi fu esogena, ma l’economia e la società italiana ne vennero travolte. Nel libro a cui fa riferimento ci interrogavamo su come il Paese avesse reagito e se questa crisi potesse rappresentare per l’economia italiana un danno grave oppure anche un’opportunità. La crisi attuale è, invece, per tutto il mondo completamente esogena. È l’equivalente di un meteorite precipitato sulla terra. Forse è un evento anche peggiore, perché un meteorite cade in un punto, che subisce i danni maggiori. Un virus è un disastro naturale che si origina anch’esso in un punto geografico preciso ma diventa rapidamente un problema di tutto il mondo. Tuttavia, dal punto di vista italiano entrambe le crisi sono state esogene. Nel libro che ho scritto insieme ad Anna Giunta, riflettendo sulle conseguenze della crisi del 2008, ponevo l’attenzione su un modello interpretativo della crisi italiana su cui lavoro da vent’anni, riproponendolo, elaborandolo e raffinandolo. Il dato dal quale, a mio avviso, occorre prendere le mosse è che negli anni Novanta è cambiato a livello globale il paradigma tecnologico dominante, cioè la tecnologia di uso generale che pervade la vita degli esseri umani e il modo in cui si producono i beni e i servizi in tutto il mondo. Per oltre un secolo il paradigma prevalente era stato quello elettrico: era l’elettricità l’elemento che uniformava il sistema economico e animava dall’interno ogni attività umana e produttiva. Negli anni Novanta quel paradigma è stato sostituito da un altro: il paradigma delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Information and Communication Technology, ICT). L’effetto principale dell’introduzione delle tecnologie di informazione e comunicazione è stato l’abbattimento dei costi della trasmissione a distanza dei dati – e quindi del pensiero. Questo cambio di paradigma ha trovato il sistema produttivo italiano impreparato e incapace di usare tutte le opportunità offerte delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in termini di efficienza produttiva. A differenza degli Stati Uniti d’America e di molti altri Paesi avanzati come la Germania, la Francia e i Paesi scandinavi, l’Italia non ha saputo affrontare pienamente questa transizione ed è rimasta attardata. La spiegazione principale è che la struttura del sistema produttivo italiano si era frammentata negli anni Settanta, un periodo di svolte per la società e per l’economia italiana, quando le imprese italiane, indipendentemente dal loro settore di appartenenza, andarono incontro, nel loro complesso, ad una riduzione dimensionale media. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia aveva molte grandi imprese, situate anche alla frontiera della tecnologia, ma le ha in massima parte perse, in gran parte per ragioni politiche e sociali. In un clima nel quale emergevano fenomeni come il terrorismo, le imprese capirono che conveniva essere più piccole. Fu allora che prevalse l’ideologia del ‘piccolo è bello’: come tutte le ideologie, venne elaborata a partire dalla realtà di fatto ma solo per giustificarla e abbellirla agli occhi di chi la guardava. Il problema, però, è che le tecnologie ICT sono più adatte alle grandi organizzazioni produttive che a quelle di ridotte dimensioni. Ad esempio, un barbiere ha sicuramente la disponibilità economica che gli permette di acquistare un personal per sostituire l’agenda cartacea con una elettronica. Questo consente un guadagno di efficienza, ma si tratta di un guadagno molto limitato. Quando una grande impresa acquista un software gestionale e lo applica a tutti i processi aziendali, ottiene guadagni di produttività formidabili in tutti i campi, dalla logistica, alla fornitura, alla produzione. Maggiore è la dimensione aziendale maggiore è il beneficio che si trae dall’introduzione di queste nuove tecnologie. Il paradigma dell’elettricità, che aveva governato in precedenza le economie di tutto il mondo, era neutrale rispetto alla dimensione delle imprese: l’impresa otteneva un miglioramento passando dal lavoro manuale o dal vapore al motore elettrico indipendentemente dalla grandezza. Nel caso delle tecnologie informatiche non è più così. Questo è alla base del modello interpretativo che io propongo, che spiega perché le statistiche di dinamica della produttività abbiano cominciato a divergere in modo drammatico fra il caso italiano e quello di tutti gli altri Paesi industriali avanzati. In particolare, quella componente della produttività che dipende dall’abilità di combinare i fattori produttivi, cioè di combinare capitale e lavoro, è dipendente dalla tecnologia, è essa stessa una tecnologia. Questo tipo di efficienza tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio degli anni Duemila è sceso, mentre negli altri Paesi aumentava. Prima della crisi del 2008, si stava a stento recuperando parte del divario, ma, essendo già fragili, è stato ancora più pesante l’effetto della crisi, che da finanziaria si è rapidamente trasformata in recessione e quindi in crisi produttiva. Alla tipica difficoltà di offerta di cui soffrivamo si è aggiunta una difficoltà di domanda, che ha aggravato ulteriormente la situazione.

 

Come lei sottolineava, tra i principali driver del cambiamento nell’ultimo quarantennio vi sono state le nuove tecnologie ICT. Da questo punto di vista ritiene che siamo immersi in un nuovo cambiamento di fase, già avviato prima della crisi? Quarta rivoluzione industriale, intelligenza artificiale, Big Data, Internet delle cose, robotizzazione: questi termini delineano i contorni di un salto di qualità ulteriore nei processi di digitalizzazione? Dal punto di vista della struttura del sistema produttivo italiano e della sua organizzazione, quale potrà essere l’impatto?

Salvatore Rossi: Questo punto è molto importante e molto dibattuto. Ci si interroga se quello che stiamo adesso attraversando sia un altro cambio di paradigma tecnologico oppure no. In realtà le tecnologie dominanti hanno la proprietà di restare centrali per un lungo periodo. L’elettricità, ad esempio, ha avuto un ruolo trainante per più di un secolo. Se adesso stessimo vivendo una ulteriore rivoluzione tecnologica, dopo quella che avvenne negli anni Novanta, sarebbero passati solo trent’anni. Penso che siamo ancora dentro il paradigma delle ICT ma questo sta avendo una evoluzione ad albero: dal tronco delle ICT si stanno diramando molti rami. Fondamentalmente il principio alla base delle ICT – la forte riduzione dei costi di trasmissione dei dati anche a distanza molto grande – rimane tuttora valido e resta alla base di tutti gli sviluppi tecnologici recenti, dall’Internet of Things alle biotecnologie, che, per quanto sembrino distanti da ciò di cui stiamo parlando, sono esse stesse figlie della possibilità di scambiarsi dati in quantità enorme e a costi limitatissimi. I laboratori biotecnologici sono infatti inseriti in una rete di conoscenze che si fonda sulla ricerca di base, che è prevalentemente accademica e quindi pubblica in senso angloamericano. Siamo dunque a mio avviso pienamente dentro questo paradigma che possiamo chiamare digitalizzazione, nel quale la conoscenza e le idee si presentano tutte in una forma digitale e trasmissibile. Dopo essere stato in Banca d’Italia per tantissimi anni attualmente sono Presidente di TIM, che si trova al centro di questo sistema di trasmissione dei dati e mi confronto spesso con i tecnici di TIM sul modo in cui inseguono le novità in questo ambito. Ad esempio il 5G, che rappresenta la quinta generazione tecnologica per la trasmissione mobile, è un passo fondamentale lungo la strada che porta ad una trasmissibilità e ad una connettività sempre più rapide, sia per quanto riguarda la quantità di dati trasmessi che per la latenza, ovvero il tempo di risposta tra segnali di andata e ritorno, che viene ridotto praticamente a zero. La latenza, che sembrerebbe un elemento di scarso rilievo, è in realtà fondamentale, ad esempio, per le macchine a guida autonoma, per le quali è necessaria la possibilità di percepire un pericolo in tempo reale: un’attesa anche soltanto di qualche frazione di secondo sarebbe fatale. Se dunque ci troviamo nel paradigma della digitalizzazione, l’Italia continua ad avere un problema, che è innanzitutto relativo alla dimensione media delle sue imprese, che continuano ad essere troppo piccole, con le dovute eccezioni. Un’azienda considerata media in Italia ha dimensioni assolutamente ridotte nella competizione internazionale. Gli italiani sono molto bravi a sfruttare le occasioni, offerte dal mercato ma anche dalla tecnologia. Ci inventiamo nicchie, di successo ma molto piccole. È in questo modo che le esportazioni negli ultimi tre o quattro anni hanno potuto tenerci a galla, ma non può essere una strategia di lungo termine.

 

La crisi innescata dalla pandemia di Covid- 19 ha rappresentato, dal punto di vista economico, uno shock di enormi proporzioni. Quali sono stati, per come si possono osservare finora, i principali effetti sull’economia italiana?

Salvatore Rossi: In primo luogo occorre approfondire, dal punto di vista economico, cosa abbia rappresentato finora la crisi innescata dal Covid-19. Quando è scoppiata l’epidemia, in Italia e in tanti Paesi del mondo, la conseguenza economica immediata è stata il collasso della domanda. Questo è avvenuto perché le persone, a causa del lockdown, hanno smesso di consumare se non generi essenziali. Vi si è accompagnato il collasso dell’offerta produttiva, perché cedeva la domanda ma anche perché molte realtà produttive venivano chiuse per frenare l’epidemia. Il collasso dell’offerta è stato di dimensioni impressionanti. È stato come se si fosse spalancato un abisso sotto i nostri piedi. Un abisso nel quale saremmo potuti precipitare. Ho ritenuto fin da subito che il compito preciso di chi detiene responsabilità pubbliche in tutto il mondo fosse di gettare un ponte su quell’abisso e traghettare l’intera società e la comunità internazionale, sperando che l’altra sponda fosse vicina e che il tempo d’eruzione violenta dell’epidemia non fosse più lungo di qualche mese. Così apparivano le cose lo scorso anno e così hanno reagito quasi tutti i governi. La reazione dei governi è stata incentrata su una strategia di sussidio e ‘ristoro’ generalizzato nei confronti di tutte le categorie: lavoratori, piccole imprese, partite IVA, commercianti… Quali risorse hanno reso possibile tutto ciò? Le persone tendono a dimenticarselo, ma prevalentemente queste risorse sono state fornite dalle banche centrali di tutto il mondo, che hanno creato denaro dal nulla, essendo l’unico soggetto esistente al mondo in grado di farlo. Cosa impedisce dunque alle banche centrali di agire sempre in questo modo? Secoli di storia passata ci hanno insegnato che quando si esagera nel creare denaro, andando molto al di là dei bisogni dell’economia, il prezzo che si paga è l’inflazione, che diventa endemica. L’inflazione è un mostro sociale e, anche se è da 15 anni che è praticamente scomparsa in Europa, non può dirsi mai del tutto debellata. Bisogna quindi essere cauti nel creare denaro. Nel caso di cui stiamo parlando, però, non si doveva essere affatto cauti, perché si era di fronte ad una epidemia mondiale che aveva ridotto la domanda del 30, 40, 50%, proporzioni da guerra mondiale. L’unica soluzione era quella di stampare denaro. Fin qui l’emergenza. L’anno scorso sembrava che, superata la metà di maggio, ci si avviasse pian piano a tornare alla normalità. Ci si era illusi che con l’estate si fosse già superata la fase critica. Invece è arrivata la seconda ondata e poi la terza, e nel momento in cui parliamo ci troviamo tuttora nell’emergenza sanitaria. Occorre però distinguere due momenti che per via di questa situazione rischiano di confondersi: quello dell’emergenza economica, in cui la strategia è incentrata sul sussidio, e quello della ricostruzione, in cui al centro vi è l’investimento, per ridare alle aziende la possibilità e la capacità di far fronte alla nuova domanda che sta ripartendo. L’Unione Europea ha avuto l’intelligenza, impensabile fino a qualche anno fa, di dare forma ad un grande piano per la ripartenza e la ripresa dell’economia europea. Si tratta di un piano di enormi dimensioni, costituito circa per metà da risorse erogate a fondo perduto, e per l’altra metà da prestiti a lungo termine, con un tasso di interesse molto basso. Soprattutto, il piano è finanziato in parte con titoli comuni, il che aveva rappresentato un grande tabù fino a quel momento. Come dicevo, in questa fase si tende a confondere l’emergenza con la ripartenza. Si afferma quindi che le risorse europee vengano erogate troppo lentamente. Va invece ribadito che è giusto che sia così, perché i tempi del piano europeo di ripresa sono di medio termine. È un piano che serve per investire in una prospettiva futura. Per le emergenze continua ad esserci la copertura delle banche centrali. È un punto di cui occorre essere consapevoli. L’Italia si trova in una situazione simile a quella di quasi tutti gli altri Paesi per quanto riguarda l’emergenza. Il nostro problema specifico arriverà nel momento in cui si tratterà di passare alla seconda fase, quando occorrerà fare investimenti produttivi. In quel momento l’Italia si troverà in una fase decisiva, e sarà di fronte a un grande rischio ma anche ad una opportunità. Il rischio sarà quello di ricadere nei ‘peccati’ dei trent’anni precedenti, ma questa volta avverrebbe in condizioni molto peggiori. L’opportunità è quella di attuare lo sforzo di modificare la struttura della nostra economia, facendo in modo di avere un numero sufficiente di imprese di dimensioni tali da poter competere realmente con il resto del mondo avanzato. Io confido molto che questo governo sia consapevole dell’importanza della sfida e della necessità di presentare in Europa veri piani di investimento.

 

Se la globalizzazione è stata un altro fattore decisivo nel segnare le varie fasi di crescita e declino dell’economia italiana, siamo ora di fronte a un mutamento di fase anche da questo punto di vista? Che scenari si aprono per un Paese che ha visto negli ultimi anni un grande contributo da parte delle imprese esportatrici?

Salvatore Rossi: La globalizzazione, dal mio punto di vista, va considerata innanzitutto come una conseguenza del cambio di paradigma tecnologico. Nel momento in cui trasmettere dati diventa molto più semplice, permettendo di creare le cosiddette catene globali del valore – e cioè frammentando la produzione e dislocandola in tutti gli angoli del mondo – lo scambio commerciale viene globalizzato in modo definitivo. Da questo punto di vista va sottolineato come l’epidemia abbia paralizzato gli scambi di persone, ma non abbia paralizzato i movimenti delle merci. I servizi, legati alle persone fisiche e che sono sempre stati meno oggetto di scambio internazionale rispetto alle merci potrebbero essere maggiormente penalizzati, ma le merci no. Sappiamo bene come l’anno scorso il fatturato di Amazon sia aumentato del 40%. L’Italia negli ultimi cinque anni ha registrato un forte dinamismo sul fronte delle esportazioni, recuperando la capacità esportatrice che ha sempre segnato l’economia italiana. L’Italia è un Paese privo di materie prime e quindi è costretto a esportare per poter importare le materie prime di cui ha bisogno. Sono un po’ incerto nel dire che cosa possa implicare l’epidemia per la nostra capacità di esportazione, e ancora forse è presto per dirlo. Quello che, nel frattempo, si può sicuramente affermare è che l’epidemia non ha bloccato gli scambi delle merci, ma li ha spinti e promossi.

 

Come abbiamo visto, la ridotta dimensione d’impresa e la frammentazione del sistema produttivo rappresenta nella sua analisi uno dei principali problemi dell’economia italiana. Se nella stagione della fortuna dei distretti questa caratteristica veniva talvolta presentata come un punto di forza, in seguito si è dimostrata essere per lo più un limite. Per quali ragioni? Il modello delle ‘multinazionali tascabili’ può rappresentare una parziale risposta?

Salvatore Rossi: I distretti industriali nacquero negli anni Settanta come reazione al generale fenomeno di rimpicciolimento delle imprese e sono stati un modo di ovviare agli inconvenienti di quel fenomeno. In un distretto industriale le imprese continuano a farsi concorrenza, collaborando però al tempo stesso in alcune fasi, come il reclutamento della manodopera, i contratti collettivi e la fornitura. Questa simultaneità fra concorrenza e collaborazione era tipica di alcune aree del Paese nelle quali per ragioni sociali, storiche e culturali era possibile. Altrove non lo è stato. Da questa realtà si sono sviluppate una corrente di pensiero e di analisi e una ideologia. Credo però che vadano trasformandosi. Può essere accaduto che un’impresa dominante abbia inglobato le altre, così da ridurre il distretto ad un’impresa sola – e questa è l’evoluzione che può essere considerata più fisiologica e salutare – oppure che i distretti si siano frammentati, anche in relazione ad una frammentazione del settore di appartenenza. Per quanto riguarda le multinazionali tascabili continuo a non credere che possano rappresentare una risposta pienamente sufficiente ai problemi dell’economia italiana. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un second best, al segno di un’economia non in grado di produrre una grande impresa produttiva in un settore nuovo. Il piccolo è bello è tramontato per sempre.

 

Il quadro di specializzazione dell’economia italiana sta cambiando? Stanno emergendo elementi nuovi?

Salvatore Rossi: Sì, perché i settori cosiddetti tradizionali – l’abbigliamento e il mobile – che rappresentavano la forza trainante del modello italiano dagli anni Sessanta agli anni Novanta a un certo punto hanno cominciato a perdere di importanza, perché si sono ridotti i potenziali guadagni in quegli ambiti. In Italia per fortuna sono emersi settori molto più tecnologici, al confine tra manifattura e servizi. Oramai il confine tradizionale fra manifattura e servizi si va quasi annullando, restando quasi solo nel discorso pubblico e nelle analisi degli studiosi, perché le statistiche si muovono con grande difficoltà e lentezza. Se pensiamo al cellulare, parliamo di un oggetto fisico, ma il cui valore è in realtà per il 90% intangibile, cioè fatto di software e applicazioni. Una decina di anni fa un economista e ingegnere cinese si divertì a fare il reverse engineering di un iPhone Apple, cercando di capire quale fosse la provenienza e il valore delle componenti fisiche, e scoprì che le componenti fisiche valevano un decimo del totale, mentre il resto era rappresentato da servizi che venivano acquistati da Apple presso moltissime aziende in tutto il mondo. Sul retro degli iPhone vi è una dicitura particolare significativa: progettato in California, assemblato in Cina. È una dicitura che cattura molto della fase che abbiamo vissuto.

 

Pensa che meccanismi efficaci di trasferimento tecnologico potrebbero ovviare ad alcuni dei limiti del sistema economico italiano? A che punto è il nostro sistema-Paese da questo punto di vista? 

Salvatore Rossi: Il trasferimento tecnologico è fondamentale nelle economie moderne, è diventato il centro e il cuore dell’economia. L’innovazione tecnologica e di marketing è ora importantissima. Non è più possibile ciò che avveniva un secolo fa, quando un calzolaio o anche un industriale siderurgico potevano fabbricare lo stesso prodotto per tutta la vita, continuando a venderlo con successo. Adesso il consumatore, ma anche l’acquirente business, di un prodotto o di un servizio vuole essere continuamente sorpreso da nuove innovazioni. Se si vuole competere e avere successo si deve innovare continuamente e per innovare bisogna fare ricerca e sviluppo. Ricerca e sviluppo, quindi, sono diventate il cuore di qualunque impresa voglia imporsi sul mercato. Fare ricerca è tanto più facile quanto maggiori sono le dimensioni aziendali perché un’impresa piccola non si può permettere un laboratorio di ricerca e sviluppo, una grande impresa sì. Una impresa piccola o media, invece, può ricorrere a chi fa ricerca al di fuori di essa, a un laboratorio pubblico o privato. Il trasferimento tecnologico consiste quindi nel fare sì che le idee maturate in ambito accademico possano trovare un’applicazione tecnologica di mercato. Negli Stati Uniti questo avviene da cento anni, in Italia siamo molto indietro, anche se qualcosa si sta muovendo. Ci sono centri, soggetti e politiche pubbliche di promozione degli spin off universitari. Io personalmente mi trovo ad essere Presidente della Federazione tra Scuola Superiore Sant’Anna, Scuola Normale Superiore e Scuola Universitaria Superiore IUSS. Queste tre scuole superiori sono centri di eccellenza per la ricerca. La Normale fa più ricerca di base, mentre Sant’Anna e IUSS fanno più ricerca applicata. Tra queste il Sant’Anna ha sviluppato maggiormente la capacità di fare trasferimento tecnologico, è un po’ più vicina alle esigenze degli imprenditori, più capace di capirli e di orientare la propria ricerca applicata verso usi industriali imprenditoriali. Io assisto con entusiasmo a questa faticosa avanzata, che però avviene lentamente.

 

Rispetto a molti dei processi che abbiamo affrontato emerge nella sua analisi un deficit di capacità da parte del sistema-Paese nel sostenere lo sviluppo e promuovere strategie che facciano emergere soluzioni rispetto ai problemi evidenziati. Quali sono a suo avviso le principali politiche e strategie che dovrebbero essere impostate?

Salvatore Rossi: Il problema che si è determinato nel momento in cui le imprese negli anni Settanta decisero di rimpicciolirsi o di non crescere non è ancora stato risolto. È innanzitutto un problema di regole e modelli culturali. Regole significa norme, diritto, framework giuridico. Tutto questo in Italia si è sviluppato in modo anomalo rispetto a quanto è avvenuto nel resto del mondo, anche rispetto a quella parte dell’Europa continentale che appartiene allo stesso ceppo di cultura giuridica, basato sulla civil law. La Germania e la Francia presentano comunque sistemi giuridici diversi da quello italiano, che è particolarmente ostile all’economia di mercato. Ostile, non semplicemente indifferente: è strutturato in modo da ostacolare chi voglia intraprendere e concorrere sul mercato. Si tratta di qualcosa che va cambiato, come alcuni illustri giuristi italiani, tra cui Sabino Cassese, vanno predicando da molti decenni. È una battaglia innanzitutto culturale che è opportuno che venga portata avanti innanzitutto da giuristi perché il cambiamento deve avvenire all’interno di quella branca, non può essere imposto dall’esterno e nemmeno stimolato, perché in quel caso sarebbe facile innescare una reazione di chiusura corporativa. Questo è il nodo fondamentale che frena tutta l’economia. Più in generale, un imprenditore, anche quando ha l’opportunità di far crescere molto la sua azienda, spesso non la coglie per paura o dei lacci burocratici, o della reazione possibile della sua comunità di appartenenza o per inadeguatezze personali. Bisogna rendere l’intero ecosistema – dentro al quale le aziende rappresentano il motore dell’economia di mercato – favorevole alla crescita, perché soltanto crescendo si può aumentare l’efficienza, grazie alle nuove tecnologie, studiando, ricercando e innovando. Tutto è legato alla dimensione: se si rimane asfittici e piccoli nulla è possibile nella stessa misura degli altri e quindi l’economia declina.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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