L’Italia può sopravvivere al XXI secolo?

Italia può sopravvivere al XXI secolo?

Nel 1454 la pace di Lodi mise fine ad un cinquantennio di lotte intestine tra gli stati italiani, dando alla penisola un nuovo assetto territoriale capace di garantire per quarant’anni una sostanziale stabilità politica, grazie alla quale l’Italia divenne una delle zone più ricche e più sviluppate d’Europa: il nostro paese, anche se politicamente diviso e frastagliato, era il centro economico e culturale del mondo. Con la discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII (1494) si aprì invece un tormentato periodo della storia d’Italia, che coincise con l’inizio di una profondissima decadenza del nostro paese: devastazioni belliche, pestilenze, carestie, continue invasioni di eserciti stranieri, spostamento della maggior parte dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico in seguito alla scoperta dell’America. Nel quarto decennio del XVII secolo quasi tutta l’Italia era passata ad essere un’area con gravi problemi di sottosviluppo economico, politicamente amorfa, socialmente disgregata. Quello che era stato per tutta la seconda metà del XV secolo il Paese più sviluppato d’Europa di fatto era “sparito” dalle carte geografiche.

Un qualcosa di molto simile si sta nuovamente verificando oggi: l’Italia, che circa mezzo secolo fa, dopo la devastazione della guerra e la rovina del fascismo, aveva raggiunto la soglia che le consentì il salto in avanti nel gruppo dei paesi di testa, viene ora lentamente ma inesorabilmente risospinta all’indietro. Quello che stiamo vivendo è una crisi storica ed organica della “nazione” italiana, il concreto rischio di un cedimento strutturale di ciò che tiene insieme gli italiani: Nord e Sud, centro e periferia, dirigenti e diretti. Eppure, manca un progetto generale delle classi dirigenti, un progetto di futuro capace di radicarsi nel corpo profondo del paese. Certo: l’inadeguatezza delle proprie classi dirigenti è un male cronico italiano, ma quello che a questo punto è in gioco, forse mai come ora, almeno dai tempi della grande crisi del ‘600, è la stessa sopravvivenza dell’Italia. Nel XXI secolo esisterà ancora l’Italia come la conosciamo oggi? In quale quadro internazionale riuscirà a collocarsi? Il nostro Paese sarà capace di rimanere nel gruppo dei paesi di testa, o scivolerà inevitabilmente in una spirale regressiva verso il basso? Gli italiani riescono a percepire questo arretramento spaventoso e chiedono con sempre maggiore frustrazione e preoccupazione un cambiamento profondo da parte dei gruppi dirigenti nazionali.

Oggi non ci sono certo gli eserciti stranieri che dilagano per il territorio della nostra penisola, ma quello che è cambiato, proprio come avvenne con lo spostamento delle rotte commerciali dal Mediterraneo orientale all’Atlantico meridionale intorno al ‘500, è il quadro internazionale nel quale il nostro paese è inserito. Il dato fondamentale è questo: le condizioni che hanno garantito stabilità politica e crescita economica all’Italia per cinquant’anni, ovvero il “vincolo esterno” della Nato e la centralità strategica del nostro paese nello scontro bipolare della Guerra Fredda, non esistono più. Per un limite strutturale del proprio apparato produttivo e del suo capitalismo, “un capitalismo senza capitali”, fatto di piccole e medie imprese senza proiezione internazionale e visione strategica, l’Italia non riesce a reggere la competizione globale. L’impresa italiana, nell’ultimo quarto di secolo, non è stata capace di investire in innovazione, ricerca e nuove tecnologie: parte di essa, costruita per un mercato interno e non per reggere la competizione internazionale, ha puntato tutto sulla compressione dei diritti e dei salari e non sugli investimenti strategici. Questo avveniva mentre le classi dirigenti, completamente subalterne all’egemonia neoliberale, smantellavano l’industria di stato, le partecipate pubbliche e privatizzavano massicciamente i nostri asset strategici. Convinte, non a tutti i torti, della necessità fondamentale per l’Italia di agganciarsi ad un nuovo “vincolo esterno”, le classi dirigenti italiane hanno pensato di basare la propria strategia di ricollocamento dell’Italia nel quadro post-guerra fredda sull’adesione incondizionata, ma da una posizione di inferiorità, al progetto europeo ordo-liberista di Maastricht. L’agganciamento alla moneta unica, anziché rappresentare il raggiungimento di un quadro di stabilità finanziaria per il nostro paese, ha coinciso invece con la perdita anche della leva -pur problematica- della svalutazione competitiva delle moneta, rovesciando così interamente sulla deflazione salariale e sulla compressione dei diritti del lavoro il peso del deficit strutturale di competitività dell’apparato produttivo industriale italiano.

Si potrebbe riassumere quello che è successo così: anziché affrontare i veri nodi del paese, con un profondo progetto di riforma del proprio sistema produttivo, le classi dirigenti italiane hanno puntato tutto sul ricollocamento dell’Italia dall’egida del vincolo esterno atlantico a quella del progetto europeo. Con la fondamentale differenza che, mentre il vincolo atlantico era saldo ed inossidabile, perché garantito dalla logica dei blocchi contrapposti, il progetto federalista europeo si basava su delle fondamenta, prima ancora che politiche, direi, concettualmente fragilissime. Vent’anni dopo, la crisi dei debiti sovrani, un decennio di austerità, la crisi dei migranti e le spinte centrifughe stanno assestando i colpi finali a quello che ancora resta del progetto federalista europeo.

La grande crisi ha rappresentato una vera e propria amputazione per il nostro paese, che ha perso circa un quarto della sua capacità produttiva: -10% del reddito nazionale, -30% investimenti, -30% capacità manifatturiera, con una disoccupazione strutturalmente al 13%. Sono numeri che parlano di un fenomeno enorme. Le grandi imprese in Italia o sono scomparse o vengono acquistate dagli stranieri. La situazione è ancora più critica nel Sud Italia, dove attualmente interi territori sono sotto il controllo delle mafie e la presenza dello Stato è praticamente inesistente. In 150 anni di storia nazione unitaria non siamo riusciti a colmare quel divario strutturale che è sempre esistito tra la parte settentrionale dell’Italia, ricca e con una proiezione mitteleuropea, ed un meridione cronicamente sottosviluppato. Il differenziale non è mai stato annullato, ma il Sud è sempre cresciuto e dal 1950 al 1975 anche a ritmi sostenuti. Ma intorno alla metà di quel decennio, a causa dell’arresto dell’onda lunga del miracolo economico in Italia e delle grandi trasformazioni economiche internazionali, il balzo in avanti del Sud subì una brusca frenata, dopo la quale si aprì una fase di regressione più o meno continuata fino ai giorni nostri. In uno degli ultimi suoi rapporti, l’istituto SVIMEZ ha dichiarato che il Sud Italia, negli ultimi dieci anni, ha registrato una crescita economica pari alla metà di quella greca. L’occupazione è scesa sotto la soglia dei sei milioni, mentre procedono inarrestabili fenomeni di desertificazione industriale e si estendono a macchia di leopardo povertà ed illegalità. Secondo il trend attuale, tra cinquant’anni il Mezzogiorno perderà circa 5 milioni di abitanti, ovvero un terzo della sua attuale popolazione. E’ evidente che non parliamo più di un Paese a due velocità, ma di due Italie, sempre più distanti e sempre più fragilmente tenute insieme. E’ la stessa forza dell’unità nazionale ad essere ormai seriamente in crisi.

Ma l’emergenza in Italia non è solo economica: altri fenomeni impressionanti sono la perdita dei capitale umano e la crisi demografica. Nel 2015 il saldo naturale della popolazione in Italia è stato negativo per quasi 100 mila unità. Se questa tendenza non si rovescerà, tra cinquant’anni l’Italia avrà ancora a mala pena sessanta milioni di abitanti, ma con una componente di quindici milioni di stranieri. Quindi è già in corso un cambiamento di identità, culture e valori, cosa che avrà conseguenze enormi ed imprevedibili. Per non parlare dell’emergenza rappresentata dalla questione giovanile: stiamo assistendo ad un nuovo vero e proprio esodo migratorio delle giovani energie ed intellettualità italiane, che emigrano all’estero perché nel proprio paese non trovano prospettive esistenziali soddisfacenti o opportunità di lavoro. La disoccupazione giovanile in Italia è oltre il 40%, nel Mezzogiorno supera in alcune zone particolarmente sottosviluppate il 60%. Oltre l’80% dei giovani italiani ritiene che il proprio Paese non offra loro prospettive di futuro credibili. La percentuale per i corrispondenti coetanei tedeschi si attesta appena intorno al 10%. Inoltre, l’intero settore universitario italiano arretra: gli immatricolati si riducono del 20%, ovvero di 66 mila unità, passando da 326mila a circa 260mila; i docenti passano da poco meno di 63mila a meno di 52mila (-17%). Il fondo di finanziamento ordinario dell’università diminuisce, in termini reali, del 22,5%. Mentre la voce di bilancio italiano per l’università e la ricerca si contraeva del 22%, quella tedesca cresceva del 23.

Ma il problema maggiore rimane il deficit di classi dirigenti all’altezza delle sfide: il declino può essere fermato solo se esse sono in grado di dare agli italiani un più alto sentimento nazionale e una maggiore consapevolezza della posta in gioco. Non c’è una classe dirigente in grado di guardare all’intera traiettoria dello sviluppo storico italiano, alle sue gravi distorsioni ed alle nuove realtà geo-politiche e geo-economiche che ci sfidano. Né la consapevolezza che il punto centrale dell’intera questione sta nell’insostenibile ristrettezza e nella incongruenza del blocco sociale di potere che ci governa, e quindi ancora nel rapporto tra dirigenti e diretti: il 20% della popolazione italiana detiene il 60% delle ricchezze. E mentre il debito pubblico italiano ha superato i duemila miliardi di euro (per l’ammontare quindi di circa 36mila euro pro capite), la metà del corpo elettorale non va più a votare, contribuendo ad aggravare la ormai pressoché totale disarticolazione del nostro sistema politico e dei partiti. Anche la stessa democrazia italiana, storicamente “difficile” ed incompleta, sta regredendo ad uno stato embrionale: ad una condizione, cioè, in cui la democrazia sostanziale si svuota completamente di significato, assieme alla partecipazione popolare ed alla distruzione dei corpi sociali intermedi, mentre ciò che conta davvero è l’impianto burocratico procedurale. Infine, anche se il nostro paese non è mai stato una grande potenza, risulta evidente la drastica diminuzione del peso geopolitico dell’Italia, ormai afona in tutti i teatri internazionali, incapace neppure di difendere i propri interessi nazionali strategici.

Ma in quale quadro geopolitico possiamo pensare di ricollocare il nostro paese? Il crollo del progetto europeo rischia di sospingere l’Italia verso una condizione di “africanizzazione” ed isolamento. Abbiamo bisogno di un agganciamento internazionale nell’ambito del quale esercitare un ruolo: il vincolo esterno del patto atlantico non basta più in un mondo globalizzato e sempre più multipolare, dove l’Europa acquista progressivamente un peso sempre più marginale. La soluzione è una sola: e cioè che non tutti i 28 stati dell’Unione, e nemmeno tutta la zona euro, ma solo quei pochi paesi veramente intenzionati a procedere all’integrazione politica verso una federazione si mettano insieme e vadano avanti fino all’obiettivo. L’Italia dovrebbe lottare per non essere lasciata fuori da questo club ristretto. E sebbene l’ingresso nella zona euro, area valutaria non ottimale profondamente asimmetrica, si sia rivelata, nei termini in cui è stata compiuta, un grave errore, qualsiasi velleità sovranista ed isolazionista (l’idea di Italia come “grande Belgio”) non regge in un mondo dominato da una logica ormai globale in cui l’Europa, sebbene sia ancora la zona più ricca e sviluppata del pianeta, rappresenta solo il 7% della popolazione mondiale.

Dovesse fallire anche questo piano B, o dovesse il nostro Paese rimanere escluso da questo club d’èlite, le prospettive sarebbero fosche, per l’Italia e per l’Europa: la storia virerebbe definitivamente in un’altra direzione, trasformando l’Europa in una piccola periferica appendice del grande continente asiatico. Diventeremmo un continente museo, un po’ come la Grecia sotto il dominio romano: culturalmente influenti, ma politicamente irrilevanti, o, per l’appunto, come la penisola italiana dopo lo spostamento delle rotte commerciali verso l’Atlantico. E’ già successo altre volte (alla stessa Europa dopo la caduta dell’Impero di Roma, alla Cina degli imperatori, ai Califfati islamici, ecc). Non bisogna sfidare le dure repliche della storia: siamo arrivati sul bordo del precipizio.

In Italia c’è bisogno di una grande stagione di rinnovamento profondo del tessuto nazionale: di una nuova classe dirigente all’altezza di una crisi storica che mette in discussione il destino del nostro paese: un gruppo dirigente che si ponga a capo di un grande movimento di trasformazione con un riformismo radicale. Gli italiani sono un popolo profondamente corrotto dalla loro storia recente, ma, proprio nei momenti più tragici della nostra storia, quando sembravamo ridotti ad una folla cenciosa, sono stati in grado di ritrovare la virtù e la sapienza dello spirito profondo di questo paese: solidarietà, sacrificio, spirito di abnegazione ed intelligenza delle cose. Negli ultimi trent’anni si è riaffacciata con forza e sotto forme diverse una tradizionale narrazione di matrice azionista che vorrebbe ridurre l’Italia ad una nazione insussistente popolata da persone inadeguate. Non è così: l’Italia è un grande paese, che riveste un ruolo di importanza immensa nella storia del mondo, ma è tempo di invertire drasticamente la rotta se si vuole sopravvivere alle sfide del nuovo secolo.


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Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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