L’umanità a un bivio: il dilemma della sostenibilità. Intervista a Gianfranco Franz
- 30 Marzo 2022

L’umanità a un bivio: il dilemma della sostenibilità. Intervista a Gianfranco Franz

Scritto da Giacomo Bottos

10 minuti di lettura

Nel giugno 2022 ricorre il trentennale del Summit della Terra di Rio de Janeiro, la prima conferenza mondiale delle Nazioni Unite sull’ambiente, un momento cruciale nella riflessione sul nostro Pianeta. Per ripercorre le tappe principali e gli sviluppi del pensiero ecologista – affrontando anche criticamente alcuni concetti quali “sostenibilità” e “impronta ecologica” – e per riflettere sul ruolo che la cultura può giocare nel passaggio ad un paradigma alternativo, abbiamo intervistato Gianfranco Franz, a partire dal suo ultimo libro: L’umanità a un bivio. Il dilemma della sostenibilità a trent’anni da Rio de Janeiro (Mimesis 2022).

Gianfranco Franz, professore ordinario di Politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale presso l’Università di Ferrara, è docente del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione che ha contribuito a fondare nell’estate del 2021 dopo esserlo stato del Dipartimento di Economia e Management dal 2008 e della Facoltà di Architettura della stessa università dal 2001. E inoltre fondatore della rete universitaria Routes towards Sustainability e, con altri, del dottorato internazionale in Environmental Sustainability and Wellbeing.


Può ripercorre il percorso di ricerca e di studi che l’ha portata a scrivere questo libro? Quali sono stati i suoi presupposti?

Gianfranco Franz: Negli anni Novanta mi occupavo di piani urbanistici per amministrazioni locali in Emilia-Romagna e in Toscana mentre si affermava l’obiettivo dello sviluppo sostenibile. Nel 2001 ho iniziato a dirigere un master internazionale e multidisciplinare in progettazione di ambienti urbani sostenibili in collaborazione con università di Brasile, Argentina e Cile. Le esperienze condotte con i miei allievi in Italia e in America Latina dal 2001 al 2015 hanno cambiato i miei interessi ampliando il mio campo di studio. Nel 2007 mi sono trasferito dalla Facoltà di Architettura a quella di Economia e il master internazionale è evoluto verso le politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale. Nel 2012 il rettore dell’Università di Ferrara mi chiese di organizzare una rete internazionale di università: nacque così Routes towards Sustainability una comunità di dieci sedi, oggi cresciuta a 23, che va dal Giappone al Cile passando per l’Europa. Infine, nel 2019, ho partecipato alla scrittura e sono stato fra i 25 fondatori del programma di dottorato internazionale in Environmental Sustainability and Wellbeing e nel 2021 ho lasciato il Dipartimento di economia e management per partecipare alla fondazione del nuovo Dipartimento di scienze dell’ambiente e della prevenzione.

 

Quali sono state le prime tappe e gli sviluppi del pensiero ecologista?

Gianfranco Franz: Nel libro ricordo come un proto-pensiero ecologista fosse presente in alcune personalità che parteciparono all’epopea della costruzione degli Stati Uniti d’America; mi riferisco alla disputa fra Gifford Pinchot, promotore del parco di Yellowstone, il primo della storia, e John Muir, fautore della protezione della Valle dello Yosemite. La loro diversa concezione di tutela della Natura è alla base della nostra concezione di servizi ecosistemici. Non ho preso le parti di uno o dell’altro anche, se mi ritrovo più vicino alle posizioni di Muir, ma riflettendo sulle esperienze per la protezione dei centri storici italiani – l’unica politica urbanistica di successo condotta in Italia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso – ho proposto come dovremmo intendere il nostro rapporto con la Natura e i cosiddetti servizi ecosistemici. Se questi possono essere considerati contribuiti proto-ecologisti ai quali potremmo aggiungere quelli dell’inglese William Morris, socialista, artista, scrittore, designer della seconda metà del XIX secolo, un vero e proprio pensiero pro ambiente si forma a partire dall’opera della biologa statunitense Rachel Carson che pubblica alla fine degli anni Cinquanta un vero e proprio best seller: Silent Spring, il libro che portò alla messa al bando del DDT, il pesticida che aveva eliminato insetti e volatili dai campi di grano delle pianure americane. In pochi anni, fra il 1960 e il 1975, viene pubblicata una mole notevole di studi da parte di quelle che ho definito le beautiful mind del pensiero ecologico: ricordo qui il saggio di Edgar Morin intitolato Introduction à une politique de l’homme del 1965 seguito dall’articolo del 1967 scritto dallo storico medievista statunitense Lynn White sulle radici storiche della nostra crisi ecologica. Nel 1971 è la volta del famosissimo libro del biologo Barry Commoner, poi fra i fondatori e leader dei primi movimenti ecologisti negli Stati Uniti: The Closing Circle. Nature, Man and Technology. Solo un anno dopo uscivano due testi rivoluzionari: quello di Gregory Bateson, inglese trasferitosi in California, psicologo, cibernetico e studioso della teoria dei sistemi che ci illumina sul percorso verso “un’ecologia della mente” e il grande best seller mondiale tradotto in 30 lingue The Limits to Growth, scritto da un gruppo di scienziati del MIT di Boston coordinato da Donella Meadows, la seconda fondamentale figura femminile del pensiero sulla sostenibilità, e pubblicato dal Club di Roma fondato nel 1970 dall’industriale e manager visionario Aurelio Peccei.

 

Come si sviluppa a suo avviso la reazione nei confronti del pensiero ecologista e come questa si ricollega alla crescita di una nuova visione conservatrice?

Gianfranco Franz: Nel libro ho cercato di ricostruire come parallelamente allo sviluppo della cultura e della scienza per la protezione dell’ambiente inizi a formarsi un discorso di reazione al successo dei temi ecologisti. La prima conferenza ONU sull’inquinamento fu organizzata nel 1972, preceduta dalla straordinaria e autoconvocata conferenza del Dai Dong, entrambe organizzate in una Stoccolma preoccupatissima per le piogge acide che stavano distruggendo i boschi polacchi e scandinavi, e sempre nel 1972 esce il libro del Club di Roma che marca uno spartiacque. Proprio in quel anno nasce la Business Roundtable (BRT) l’associazione delle più grandi imprese nordamericane i cui documenti d’intenti preparano con grande anticipo quello che, più di recente, Luciano Gallino avrebbe definito come turbo-capitalismo. Fra il 1973 e il 1974, impegnato nella campagna elettorale per il suo secondo mandato e prima di essere travolto dallo scandalo Watergate, Richard Nixon cita con grande apprensione il libro del Club di Roma e la soluzione che gli viene prospettata da Henry Kissinger, una delle menti più acute del pensiero conservatore statunitense, è davvero straordinaria. Nel 1978, un anno prima della campagna per le presidenziali del 1980 che videro il trionfo di Ronald Reagan, contro la “cultura dei limiti” si aggiunge la voce autorevole e fortemente reazionaria di Francis Sandbach, storico e giornalista, che stila una vera e propria lista di libri da mettere all’indice criticando finanche uno dei pilastri della letteratura di quel Paese: il Walden, ovvero vita nei boschi, pubblicato da Henry David Thoreau nel 1854 e ancora oggi considerato “la bibbia” del sentimento americano per la wilderness. Insomma, mentre si formava un pensiero “ecologista” contestualmente cresceva un contro-pensiero “sviluppista in reazione a ogni discorso contro la crescita. In Italia il libro voluto da Peccei nel 1972 fu fortemente criticato tanto dalla Chiesa di Paolo VI, per l’allarme lanciato contro una crescita demografica fuori controllo, quanto da Gianni Agnelli, precedentemente datore di lavoro di Peccei. Alle critiche del Papa e del proprietario della FIAT si aggiunsero quelle del Partito Comunista Italiano, lontanissimo dalle sirene del pensiero ecologico perché ancora pervaso dalla cultura operaista e materialistica che sarebbe presto scomparsa.

 

Quali sono a suo avviso i limiti del concetto di sostenibilità?

Gianfranco Franz: Il limite e l’errore del concetto di “sviluppo sostenibile” fu sottolineato – proprio nel 1992, l’anno del Summit della Terra di Rio de Janeiro, di cui questo giugno ricorre il trentennale – da Wolfgang Sachs, uno dei più autorevoli scienziati mondiali, oggi direttore del Wuppertal Institute for Climate, Environment and Energy. La critica radicale era indirizzata al termine “sviluppo”, ormai esaurito e svuotato di significato. Il limite della definizione formulata da Gro Harlem Brundtland, la terza e fondamentale figura femminile della sostenibilità, prima donna al mondo a ricoprire la carica di primo ministro (in Norvegia), fu nel ridurre la sostenibilità a semplice aggettivazione di uno sviluppo inceppato, incapace ormai di produrre redistribuzione e benessere ma solo crescita diseguale. Il Summit di Rio ebbe il pregio di presentare al mondo la definizione di “sviluppo sostenibile” facendola diventare paradigma d’azione per molti Paesi e per molte politiche settoriali ma il difetto di non liberarci dalla schiavitù dello sviluppo, nel frattempo sequestrato e preso in ostaggio dal concetto-mantra di “crescita”.

 

Qual è l’importanza del concetto di impronta ecologica?

Gianfranco Franz: L’impronta ecologica è un indicatore statistico e come tutti questi strumenti anch’esso deforma la realtà, ne rappresenta solo una parte, esattamente come accade all’indicatore ben più famoso e dannoso: il PIL (prodotto interno lordo) che media e politica utilizzano senza la prudenza suggerita dal suo stesso inventore, l’economista statunitense di origine bielorussa Simon Kuznets, al governo americano di Franklin Delano Roosevelt che glielo aveva commissionato. L’impronta ecologica raffigura ciò che consumiamo (individui, città, regioni, nazioni) e si basa su approssimazioni concettuali e di calcolo. Cionondimeno è uno strumento utilissimo ai fini della battaglia della sostenibilità come il PIL lo è ai fini di quella per la crescita. L’importante è esserne consapevoli mentre a volte le opinioni pubbliche assumono numeri e grafici come un oracolo. A me preme svelare il carattere distorsivo dell’impronta ecologica riconoscendone tuttavia l’estrema utilità in termini di comunicazione e di sensibilizzazione.

 

Come nasce e perché è rilevante il concetto di “antropocene”?

Gianfranco Franz: È un gran bel concetto e per questo è molto discusso e controverso. Nel libro spiego come esso ci arrivi dalla fervida mente dell’abate Antonio Stoppani. Stoppani – risorgimentale, geologo e colui che canonizzò il termine “Belpaese” – propose il termine di “Antropozoico” al Congresso internazionale di geologia di Bologna del 1885; era una straordinaria intuizione, quasi una preveggenza rispetto al potere della tecnica che proprio nel XIX secolo stava liberando la sua forza immensa, capace di modificare gli equilibri naturali. Quel concetto rimase in sonno fino agli anni Ottanta del Novecento, quando fu ripreso con scarsa fortuna dal biologo statunitense Eugene Filmore Stoermer. Si dovette aspettare l’olandese Paul Crutzen, importante figura di scienziato trans-disciplinare, ingegnere, poi chimico, presidente dell’Accademia Pontificia delle Scienze, che lo propose nel 2002. I tempi erano maturi per il successo del concetto (malgrado le critiche dei geologi, unici scienziati titolari della definizione di epoche ed ere geologiche della Terra) e del suo postulato principale: per la prima volta da millenni l’Umanità non è più un piccolo mondo ospitato in un grande Pianeta ma si è trasformata in un “grande mondo che opprime un Pianeta sempre più piccolo”. Sottolineo come questa efficace immagine retorica sia stata colta da un filosofo ben prima che dagli scienziati: mi riferisco all’ungherese György Lukács che, fra le due guerre, nel suo Teoria del romanzo formulava questo pensiero nel confronto fra le visioni del mondo degli antichi greci e della modernità.

 

Perché il ruolo della cultura è cruciale e perché a suo avviso è sottovalutato? Perché ritiene che un approccio tecnologico non sia sufficiente per la risoluzione dei problemi in questione? Quali modelli alternativi di sapere si confrontano e quali sono le loro radici filosofiche e culturali?

Gianfranco Franz: Nel libro ho adoperato uno strattagemma narrativo per dare il giusto peso alla dimensione culturale della sostenibilità (e dell’insostenibilità): ho opposto i termini di “misura” e “cultura”, essendo consapevole che le scienze esatte sono parte integrante della cultura e del pensiero umani. Mi serviva l’espediente del duello per rappresentare da una parte la fallacia con cui ci affidiamo alla tecnologia come a qualcosa di taumaturgico capace di risolvere ogni nostro problema. Da una parte questo atteggiamento ci deresponsabilizza, dall’altra consente agli enti di governo di sovra-finanziare solo ciò che è considerato ricerca, quindi ciò che ha a che fare con i numeri, la misura, le metriche e gli indicatori, sotto-finanziando e mortificando l’unico vero strumento di modificazione del pensare e dell’agire umano da millenni: le narrazioni, i racconti, il pensiero fine a sé stesso, le arti visive e performative, dal cinema alla fotografia, fino al marketing pubblicitario che, appunto, è narrazione. L’ambiente e la sostenibilità non hanno goduto della stessa attenzione. Artisti, scrittori, poeti, registi cinematografici o teatrali hanno iniziato a parlare di crisi ecologica solo negli ultimi quindici anni e con una produzione la cui massa critica è ancora insufficiente al fine di incidere sul pensiero dell’Umanità, che continua a rimanere affascinata come per un sortilegio dalla tecnologia. Nessuno – e meno che mai gli economisti – ricorda invece che la tecnologia spesso aggrava i problemi che vuole risolvere, com’è dimostrato dal paradosso formulato nel 1865 dall’economista inglese William Stanley Jevons, che contraddice la convinzione di innovazione tecnologica come soluzione ai singoli problemi del nostro operato.

 

Perché l’integrazione dei saperi rappresenta per lei una sfida importante?

Gianfranco Franz: Un padre gesuita, nel 2003, all’Università Cattolica di Cordoba in Argentina, mi regalò un grande insegnamento: “dobbiamo navigare un oceano di conoscenza profondo dieci centimetri”. Non me lo sono mai scordato. Tutti i grandi pensatori ecologici hanno attraversato le discipline senza accontentarsi dell’interdisciplinarità, peraltro, importantissima per avanzare verso la sostenibilità. Nel libro è rimasta solo la citazione di Fernand Braudel mentre ho dovuto tagliare su indicazione dell’editore, riservandole per il prossimo libro a cui sto già lavorando, le citazioni dei grandi storici francesi fondatori della rivista delle Annales, Lucien Febvre e Marc Bloc. Sono stati gli storici francesi ad insegnarci, già negli anni Trenta del Novecento, l’importanza della multi-disciplinarità. Nel prossimo libro ricorderò Franz Boas laureato in Fisica a Kiel nel 1881 e diventato, per percorsi straordinari, geografo, linguista e fondatore da tutti riconosciuto dell’Antropologia americana e della scuola archeologica messicana. Qualcosa d’impensabile oggigiorno. Lo stesso Edgar Morin da 70 anni insegna come pensare il generale e il generico, termini di cui la nostra cultura utilitaristica ha orrore, pur avendo essi la stessa radice etimologica del termine generare. La mia non è una battaglia contro la specializzazione scientifica: non ho la vocazione donchisciottesca di combattere contro i mulini a vento scambiandoli per giganti. Abbiamo bisogno di specializzazione ma anche di un pensiero che abbracci quanta più conoscenza possibile, perché la Natura è un unicum complesso, il tutto di cui già Lukács capiva non essere noi più in grado di possedere. È uno sforzo difficilissimo perché va contro la corrente dominante che premia specialismo e settorializzazione, perché si oppone all’egemonia del pensiero economicistico e utilitaristico di matrice anglo-americana. Dico sempre che avremmo bisogno di più pensiero francese e meno inglese. In questa sfida si misurarono, fallendo, i grandi pensatori post-modernisti, soprattutto francesi, ma anche gli italiani Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti con la formulazione di “pensiero debole”, qualcosa di osceno in un mondo sempre più machista e violentemente governato dalla brama di profitto, dalla brutalità insostenibile della globalizzazione e dal trionfo del dio denaro. Il Covid-19 e la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina ci dicono che abbiamo bisogno di un altro pensiero e un po’ più debole rispetto a quello dominante non guasterebbe.

 

Qual è l’importanza di raccontare la crisi ecologica?

Gianfranco Franz: Dobbiamo raccontare cosa è successo. Io lo faccio con i miei studenti, con quelli dei licei e con i nonni dell’Università della terza età. Racconto la bellezza dello sviluppo, il miracolo del benessere ma associandolo ai suoi costi sia in termini di benessere individuale (milioni e miliardi di persone che lavorano sottopagate e sfruttate), sia in termini di sconvolgimento della Natura. Dobbiamo raccontare che viviamo in un’eterna primavera perché abbiamo manomesso il funzionamento meccanico del “clima gentile dell’Olocene”, come lo ha definito lo storico indiano Dipesh Chakrabarty, ma questa eterna primavera si trasformerà nel corso di tre o quattro decenni in una fornace per molti dei nostri figli e nipoti. Non bastano i bei documentari sulla natura selvaggia che vediamo nelle televisioni, dobbiamo dire ai giovani che i mammiferi selvatici sul pianeta sono solo il 4% di tutti i mammiferi mentre gli animali di allevamento sono il 60% e gli umani il 36%. Raccontare tutto questo evitando il ruolo di Cassandra perché come ci ha insegnato Bateson il nostro cervello cancella tutto ciò che ci disturba interiormente, quindi privilegiando miti, immagini e racconti rispetto ai numeri.

 

Qual è il bivio che l’umanità ha davanti? Quali azioni è necessario intraprendere per cambiare paradigma?

Gianfranco Franz: Il bivio è rappresentato da un cambiamento radicale e drastico di direzione rispetto alla strada che abbiamo percorso negli ultimi 150 anni. La differenza con il passato è che adesso siamo consapevoli di ciò che accadrà senza un’inversione di rotta. Con tre studentesse stiamo lavorando sui problemi della scala, del limite e sui concetti di decrescita e di giustizia ambientale e alimentare. Io non amo particolarmente il concetto di decrescita o meglio l’aggettivazione di “felice”. La decrescita difficilmente può essere felice, come ci stiamo accorgendo da vent’anni in Italia e come apprenderemo fra qualche anno a causa del drammatico calo demografico. Ma certo dobbiamo ripensare l’idea di sviluppo, svincolarla da quella malata di crescita, anche perché non saremo più noi a crescere, dopo 200 anni di inarrestabile corsa ma altri Paesi. Fermare la crescita per rallentare il riscaldamento climatico. Non c’è molto tempo ma per vincere dobbiamo partire dalle parole: le parole poi le cose. Dobbiamo restituire senso a termini come parsimonia, sobrietà, liberarci della dittatura della velocità, che ha trionfato negli ultimi tre decenni a favore di una vita più lenta; dobbiamo liberarci da un eccesso di cultura del lavoro, ampliando il tempo di vita, far crescere il piacere intangibile a scapito di quello materiale. È una sfida epocale ed è squisitamente culturale, non tecnologica.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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