“L’uomo bianco” di Ezio Mauro
- 25 Maggio 2020

“L’uomo bianco” di Ezio Mauro

Recensione a: Ezio Mauro, L’uomo bianco, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2018, pp. 144, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Elena Giacomelli

13 minuti di lettura

“Chi ha paura dell’uomo nero?” era la domanda che gridavano i bambini per dare inizio ad un gioco nel quale chi impersonava “l’uomo nero” doveva correre e provare ad acchiappare gli altri. Ezio Mauro, ne Luomo bianco uscito con Feltrinelli nell’ottobre 2018, si pone una domanda diversa, diametralmente opposta, ma affine all’ingenuo gioco dei bambini: “Chi deve avere paura dell’uomo bianco?”. Nella domanda dell’autore ritroviamo due termini che segnano il nostro tempo: la paura e il bianco. De-costruire questi concetti aiuta a capire come e perché stia cambiando la normalità italiana, quali mutamenti del nostro sentire, del nostro percepire l’Altro siano in atto e che ruolo abbia la (solitudine) politica in tutto questo. Il primo elemento è la paura, emozione primaria di difesa, presente nelle teorie politiche che si sono susseguite, da Machiavelli[1] ad Hobbes[2] fino ai giorni nostri. La paura rappresenta l’elemento centrale del potere assoluto del Leviatano, ma anche la virtù del principe capace di governarne gli effetti. Ezio Mauro riporta la paura al centro, sottolineando come questo sentimento stia alimentando e avvelenando la politica contemporanea. Secondo Ezio Mauro, la paura, in quanto sentimento, va contrastata non tanto con il ragionamento ma con un altro sentimento. La politica dovrebbe aiutare questo contrasto ed emancipare i cittadini da questa paura, ma l’autore sottolinea come certi politici “come monaci medievali” ci ricordano di avere paura. Questi “imprenditori della paura” usano strumentalmente spazi convenzionalmente politici non tanto per emancipare il cittadino nella sicurezza della libertà, quando per incatenarlo alla paura di ciò che è diverso e non prevedibile, come le migrazioni, l’incertezza del futuro, l’impoverimento. È qui che la paura diventa l’humus sociale delle forze populiste, che facilitate dalla miopia dei partiti tradizionali si propongono in protezione sociale ai ceti “aggrediti dalle diseguaglianze, sorpresi dai migranti, flagellati da imposte e corruzione, bisognosi di sicurezza, feriti dalla globalizzazione”. Di fatto la paura è un sentimento penetrato e penetrante nelle società occidentali che fa breccia nella “instabile fragilità dell’oggi”[3]: paura di orrori certificati della storia del nostro passato e paura dei rischi e di orizzonti incerti nel nostro futuro. Bauman nel suo libro La paura liquida osserva: “La paura più temibile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, libera, disancorata, fluttuante, priva di un indirizzo o di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. ‘Paura’ è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare”[4].

La paura viene capitalizzata e tradotta in rabbia e vendetta dalle forze populiste che la producono e se ne alimentano in un circolo vizioso. Questi partiti individuano nell’altro, nel diverso, nell’ultimo, il canale perfetto per indirizzare questo risentimento. Come evidenzia Alessandro Leogrande[5], il meccanismo del capro espiatorio[6], dell’ultimo arrivato, del diverso, c’è sempre stato: negli anni Novanta con gli “albanesi”, poi con l’arrivo dei “rumeni” e poi con quello degli “islamici”. Ciò che preoccupa adesso è che questo meccanismo sia diventato un elemento strutturale tanto nella società, quanto nel dibattito pubblico e che fatichi a trovare degli argini. Ancora più preoccupante è che questo ordine del discorso dilaghi anche nell’arena politica, alimentandosi di fake-news, razzismo e xenofobia. La paura è quando questi discorsi chiusi in sé, che non comunicano con la realtà ma solo con le percezioni, si fanno “cultura” ed iniziano ad avere base all’interno del tessuto legislativo che a sua volta è parte integrante nella costruzione del tessuto sociale di una civiltà. Non è necessario essere minacciati per sentirsi minacciati. Bauman in un’intervista del 2011[7], usando un gioco di parole definisce i migranti come “the redundant people”, le persone in eccesso, o ancora propone il concetto di “strangers are dangers”: l’altro, lo straniero, come portatore di pericolo, come problema. Il feroce scollamento tra percezione dell’immigrazione e realtà rappresentata dai dati statistici alimenta il dibattito pubblico e le retoriche dei partiti populisti trasformando i migranti da persone a corpi, da corpi a quantità, da quantità a rifiuti e da rifiuti ad esuberi: “Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono ad essere senza alcun diritto, schiuma della terra”[8].

 

Populismo e strategie del terrore

Ezio Mauro efficacemente analizza le dinamiche che si celano dietro le strategie del terrore dei due principali partiti populisti italiani, Lega e Movimento Cinque Stelle che, seppur in maniera differente, creano e fomentano questo sentimento. La Lega ha saputo sfruttare e manovrare questa paura, trasferendola da Roma a Bruxelles e (ri)tarando il nemico dai “terroni” ai “migranti”. Questo partito offre una visione della diversità come inquietante e delle differenze culturali come mero fenomeno naturale in grado di trascendere nel tempo e nello spazio, suggerendo una visione “naturalistica” dell’identità e vivendo le differenze come minaccia, che va a sfociare in varie forme di razzismo[9]. La Lega ha in questo modo proposto un cambio di direzione, anacronistico se vogliamo, promettendo la fine del cosmopolitismo e della globalizzazione, per un ritorno tra i confini statali, “come se il passato fosse il rifugio del futuro”. Il sistema giuridico e politico dello Stato-nazione viene richiamato a far fronte a sfide “globali”[10] – flussi migratori e finanziari, disoccupazione, terrorismo e crimini internazionali, etc. – che non è non in grado di affrontare all’interno dei propri confini. Il Movimento 5 Stelle si presenta come rottura con il passato e rispetto alla vecchia classe politica “elitaria”, proponendo un “disancoramento totale da ogni vincolo storico”. Nelle parole di Ezio Mauro, il Movimento 5 Stelle propone una eliminazione del passato e una non curanza del futuro, basta l’hic et nunc: “Noi non abbiamo un prima, e il dopo è irrilevante. Viviamo nell’oggi”. Riprendendo il filosofo tedesco Hermann Lübbe, il presente diventa quello spazio individuabile tra ciò che ancora non vale (il futuro) e ciò che non vale più (il passato). Con la promessa di un Anno Zero il partito si rivolge a tutti quei soggetti rimasti ai margini dei processi storico-culturali e politici, rimettendoli al centro, anzi, facendo di loro soggetti che possono essere il cambiamento politico, storico e culturale tanto bramato.

“Scegliere nell’indistinto, per dimostrare che anche l’uomo comune può prendere il comando se è sorretto dal fiume del sovvertimento […]. Già nel 2000 Bourdieu avvertiva che uno dei segreti della forza di questi uomini nuovi senza un passato da professionisti della politica sta proprio nella mancanza di requisiti specifici che normalmente definiscono la competenza. In sostanza: piacciono perché non sono conformi al linguaggio abituale e abusato degli esperti” (Mauro, 2018: 61).

Il paradigma populista del Movimento 5 Stelle si pone in contrasto con le riflessioni di Weber nella conferenza sulla “Politica come professione”[11] e propone di scardinare la vecchia e complicata élite con una “nuova”, “semplice” classe politica fatta di persone qualunque. Per Max Weber, una caratteristica ideale per chi vuole dedicarsi professionalmente alla politica è la complessità. Oggi, invece, il linguaggio diventa “rivelatore di fantasmi” e la sua semplificazione, insieme alla sua violenza, corrispondono ad un lento arretramento storico, culturale, identitario e valoriale. Alessandro Leogrande professava un bisogno di (ri)politicizzare le parole, un ritorno ad un lavoro di tutela, di protezione della dignità umana, di re-umanizzazione dell’altro, di (ri)pensare alla sacralità dell’essere umano[12]. La semplificazione del linguaggio corrisponde al perdere di vista le persone, che vengono ridotte a “nuda vita danti al potere sovrano”[13], la politica viene soppiantata dalla performance, il significato viene rimpiazzato dal gesto. Si viene così ad aprire un vuoto – un “buco” nelle parole di Lacan[14] – tra lo spazio sociale e politico e il caos emerso nel discorso e linguaggio pubblico e, di conseguenza, nel turbato stato mentale di ciò che si concentra nella sfera del “Politico”.

Stato mentale, turbato e disturbato, che viene attraversato da onde emozionali irrazionali: la paura enfatizzata (irrazionale ma pur sempre reale) del non capire cosa sta succedendo, la rabbia di chi vuole difendere ciò che gli rimane o di chi non ha ormai più niente da perdere, la solitudine degli emarginati e degli esclusi, il rancore dell’incomunicabilità e dell’assordante silenzio politico[15]. Questi sentimenti in passato venivano arginati dalle grandi culture politiche, nelle quali i cittadini si sentivano rappresentati e partecipi, traducendo e convertendo queste paure, per liberare ed emancipare gli individui dai loro stessi demoni. Oggi, questi partiti populisti non compiono più questo processo di arginamento e di ascolto delle paure, anzi, “ci ricordano di avere paura” incatenandoci ai nostri timori più profondi. Negli ultimi decenni, il prevalere di questi sentimenti ed emozioni negative le ha rese le più diffuse e caratterizzanti Stimmungen[16] (“tonalità emotive”). Mair osserva come le vecchie classi politiche siano ormai disconnesse dal tessuto sociale, e non sembrino più in grado di sorreggere la democrazia nella sua forma attuale. I cittadini, non sentendosi ascoltati, hanno perso ogni fiducia nei vecchi partiti, soprattutto di sinistra, dai quali in passato si sentivano rappresentati. Parallelamente il disimpegno e la disaffezione dei cittadini sfocia nella ricerca di risposte distanti dall’attuale establishment[17]. L’autore individua nella sua analisi l’“appannaggio ereditario” come grande errore della sinistra italiana, “perché votare a destra sarebbe stato un’eresia impossibile ancor prima che un tradimento”. I cittadini vengono privati di punti di riferimento e si sta lentamente rompendo nelle società occidentali il meccanismo democratico costituito da un patto, nato nel post-seconda guerra mondiale, tra Stato sociale, capitalismo e sistema democratico, “un patto talmente costituente che quando va in crisi rischia di indebolire la stessa identità concettuale dell’Occidente”. In questo modo lo Stato e i cittadini diventano indifferenti nei confronti dell’altro, sconosciuti costretti ad una complessa convivenza. L’“abilità” sta nella stigmatizzazione dell’altro e nella riduzione della complessità umana, che ha (ri)portato al centro il colore: il bianco. Il colore della pelle torna ad essere determinate tra Noi e gli Altri. Il mito dell’identità e della razza, sul piano culturale, è rimasto e si è fatto sempre più strada, nonostante sul piano scientifico ne sia stata dimostrata l’inesistenza[18]. In Luomo bianco viene richiamato più volte il tema della (in)civiltà, dove la disumanizzazione dell’Altro si muove parallelamente ad una presunta superiorità dell’Occidente, dell’uomo bianco.

 

Chi ha paura delluomo bianco?

L’uomo bianco, protagonista del libro, non è un soggetto nuovo. Nasce e si alimenta da una metamorfosi culturale, politica e morale in corso, e viene analizzata nel libro su un doppio registro tra narrazione precisa e concitata di cronaca e profonda riflessione di tipo socio-politico. “L’uomo bianco è ciò che siamo ma che non ci siamo mai accontentati di essere”, caricandoci di sovra-strutture politiche, storiche e culturali e accumulando etichette. Siamo diventati qualcosa di più articolato e composito: italiano o francese, europeo o africano, cattolico o musulmano, credente o non credente. Etichette che rappresentano le nostre identità collettive, ciò che vogliamo proiettare di noi stessi all’esterno, ciò che abbiamo incontrato, ciò che abbiamo saputo costruirci, ciò che ci sta accanto. L’uomo bianco appare, invece, come una “spoliazione” di tutto questo, uno svincolarsi dalle identità collettive che negli anni ci siamo faticosamente incollati addosso. Nelle parole di Ezio Mauro corrisponde ad “un ritorno all’essenza primordiale. È un ritorno indietro, alla natura primitiva, biologica, fatta di carne, di sangue e di colore della pelle, dovuta soltanto alla scarnificazione delle paure e ritorno all’entità primordiale che ci fa vedere dell’altro soltanto la pelle e il sangue”[19]. Il riconoscersi attraverso il colore della pelle conduce alla negazione della diversità come valore: il criterio di esclusione diventa quindi la nascita dentro una pelle o l’altra, facendo diventare il peccato originale un peccato di origine. 

Lo “spettro” dell’uomo bianco fa la sua (ri)comparsa per la prima volta nel 2010 a Rosarno, quando due persone, mai identificate, a bordo di un SUV sparano con un’arma ad aria compressa a tre persone di colore. Questo terrificante episodio ricorda immagini di Harper Lee ne Il buio oltre la siepe, romanzo che racconta l’America della segregazione razziale. Dagli avvenimenti di Rosarno l’uomo bianco compare come categoria nelle indagini di polizia. L’uomo bianco dei fatti di cronaca del febbraio 2018 è Luca Traini, ed Ezio Mauro accompagna il lettore attraverso le più recondite dinamiche psicologiche che stanno dentro e dietro il suo gesto a Macerata.

“Cammina in mezzo a noi, mimetizzato, protetto, anzi prodotto dall’apparente normalità di superficie del Paese. Naturalmente lo abbiamo visto comparire convocato dal fragore dei nove colpi di pistola a Macerata, tutti indirizzati contro “i negri”. Ma l’uomo che spara agli immigrati neri nel 2018 italiano, in mezzo all’Europa, nel cuore dell’Occidente, non è una manifestazione isolata di follia omicida e nemmeno l’insorgere di un raptus casuale, perché quegli spari raccolgono ed esasperano tutto ciò che si è seminato nel territorio più profondo del Paese in questi anni, e nel suo sentimento morale. Quell’uomo infatti è colui che invoca i muri contro gli altri, gli stranieri, i diversi, poi dentro quei muri si ritrova prigioniero, nel nuovo egoismo di una storia nazionale mutilata soltanto per sé, di una tradizione privatizzata e consumata a proprio uso, di una cultura svilita a strumento esclusivo di selezione e di separazione. Siamo noi che, lasciandoci via via rinchiudere nella corteccia psicologia e ideologica delle paure nostre e altrui, ci trasformiamo appunto come dei mutanti, fino a voler tornare a distinguerci in base alla pelle e al sangue, quindi a regredire nell’identità primitiva e biologica-corporea che a Macerata ha risvegliato lo spettro italiano dell’uomo bianco”.

Luca Traini si fa portavoce di un risentimento che nasce da una vendetta, rinunciando agli strumenti democratici d’intervento e di giustizia, e si converte in superuomo[20] per vendicare Pamela, ragazza che gli ricorda la sua fidanzata, uccisa dalla droga. L’uomo che ha tatuato sulle dita “outcast”, emarginato, rivendica la sua posizione di emarginazione sociale e di solitudine, fondamento delle sue paure, della sua rabbia. Si sono erosi gli ambienti sociali di coesione, l’individualizzazione, invocata da Mair[21], sta ad indicare la crescente indifferenza ed apatia dei cittadini rispetto alla “vecchia” politica e agli interessi collettivi, una disintegrazione del “demos”, causa per cui le persone come Luca Traini si sentono sempre più sole e, tuttavia, libere, in fondo alla loro solitudine, di oltrepassare i limiti della responsabilità collettiva di convivenza, in una (in)civiltà dove tutto è concesso. I meccanismi democratici si sono inceppati e contemporaneamente si è disgregata l’idea stessa di società, tanto che Alain Tourane ha parlato di “fine del sociale”[22]: in questa solitudine i cittadini sono rimasti soli con le loro paure, al punto da ingigantirle e, per eliminarle, compiere gesti irrazionali. Tutto ciò che è caratterizzato come sociale sembra oggi meno importante di ciò che è culturale, come la questione etnica, la religione e le differenze in generale, portando sempre più ad una frammentazione e una divisione tra Noi e gli Altri.

Ezio Mauro propone una trasformazione del concetto di libertà, da emancipazione a licenza: “(ego)libertà”[23] come essere liberi dai legami con gli altri, non come espressione delle proprie facoltà e dei propri diritti. La condizione di solitudine e l’emarginazione sociale, acutamente descritte nel libro, portano alla creazione dei “forgotten men”, che non rappresentano un nuovo movimento coeso di classe, “perché isolati come sono non hanno elaborato sentimenti collettivi strutturati e interessi organizzati, né politici, né tantomeno ideologici: vivono dispersi, con frustrazioni individuali e paure personali che faticano a sommarsi, e certo non riescono a raccogliersi in una forma visibile di rappresentanza”. I nuovi populismi precedentemente descritti hanno come target elettorale proprio i “forgotten men”, non a caso Donald Trump li ha riconosciuti, li ha individuati e li ha intercettati. Ezio Mauro riporta come spaventosamente rivelatorio il primo discorso di Trump nel giorno della vittoria nel quale non ringrazia l’establishment, Washington o il suo partito, ma si rivolge ai “forgotten men” e promette loro che non saranno mai più lasciati soli. Questi uomini bianchi e pieni di paura, minacciati dall’emarginazione, ritrovano nei partiti populisti qualcuno che non solo li riconosce ma li rende protagonisti. Era nell’ambito della politica intesa come (con)vivere, come scienza delle relazioni umane e dei rapporti sociali che già Spinoza inserì il tema della solitudine: “L’uomo che è guidato da ragione è più libero nello Stato, dove vive secondo un decreto comune, che nella solitudine, dove obbedisce soltanto a se stesso”[24]. L’abbandono della Ragione corrisponde all’abbandono dello Stato e ad un lasciarsi trasportare dalla sfiducia e dalla paura contrapponendole all’innato bisogno umano di protezione sociale. L’umano deserto[25] come esperienza di solitudine porta l’uomo bianco di Ezio Mauro a (ri)cercare una “sicurezza fai-da-te” a costo dell’incolumità altrui. La solitudine nella massa[26] porta ad una alienazione da se stessi[27] e arriva attraverso un naufragio intellettuale all’“esaurimento delle energie utopiche”.[28] Riprendendo Weber, ogni forma sociale conosciuta nella storia ha richiesto e ha prodotto le proprie forme di autorità politica[29]. Questo è quello che Ezio Mauro più volte riprende attraverso i suoi complessi ragionamenti e approfondimenti sulla situazione odierna, caratterizzata da un’evaporazione del senso stesso dell’agire politico e della politica in sé. Ezio Mauro ne Luomo bianco ci aiuta ad osservare da vicino la profondità delle molteplici trasformazioni in corso, l’inadeguatezza delle vecchie categorie analitiche e la regressione nell’insostenibilità dell’esclusione. La magistrale e audace messa a fuoco della metamorfosi culturale, valoriale ed ideologica fa trasparire come la solitudine politica e sociale sia fatale. Questo libro ci dà l’opportunità di riflettere, come cittadini, sulla necessità del “prendere posizione”, del non diventare neutri osservatori individuali di un cambiamento collettivo, del non giustificare la violenza, dei vari posizionanti e dei possibili cammini da (ri)prendere.


[1] Machiavelli, N. (2008). Il Principe, Milano, Feltrinelli.

[2] Hobbes, T. (1997). Il Leviatano, Roma-Bari, i Robinson / Letture, Editori Laterza.

[3] Bauman, Z. (2005). Vita liquida, Roma-Bari, i Robinson / Letture, Editori Laterza.

[4] Bauman, Z. (2008). Paura liquida, Roma-Bari, i Robinson / Letture, Editori Laterza.

[5] Leogrande, A.(2015). La frontiera, Milano, Feltrinelli.

[6] Girard, R. (1982). Le bouc émissaire, trad. it. (a cura di) Christine Leverd C. e Bovoli F. (1987), Il capro espiatorio, Milano, Adelphi.

[7] Intervista a Bauman, Z. (2011), “The Ambiance of Uncertainty”.

[8] Arendt, H. (1996), Le origini del totalitarismo, trad. it. di A. Guadagnin, Milano, Edizioni di Comunità.

[9] Wierviorka, M. (2007). Linquietudine della differenza, Milano, Mondadori.

[10] Ibidem.

[11] Titolo originale “Politick als Beruf”, conferenza tenuta da Max Weber a Monaco nel 1919. Weber gioca con le parole dove Beruf, in tedesco significa “professione”, anche “vocazione”.

[12] Weil, S. (2012), La persona e il sacro, Milano, Biblioteca Minima, Adelphi.

[13] Agambem, G. (2008). Che cos è il contemporaneo?, Roma, Nottetempo.

[14] Clemente, L. F. (2018). Jacques Lacan e il buco del sapere, Salerno, Orthotes. Riprendendo il concetto di ‘buco’ del sapere in Lacan J. (2014). Il mio insegnamento e io parlo ai muri, Roma, Astrolabio.

[15] Revelli, M. (2019). La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Torino, Einaudi.

[16] Rosa, H. (2016). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Torino, Einaudi.

[17] Mair, P. (2013). Ruling the void: the hollowing of Western democracy, London, Verso.

[18] Intervista a Ezio Mauro e Aboubakar Soumahoro, presso La Feltrinelli di Roma.

[19] Ibidem.

[20] Nietzsche,F. (1986). Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Piccola Biblioteca, Milano, Adelphi.

[21] Mair, P. (2013). Ruling the void : the hollowing of Western democracy, London, Verso.

[22] Touraine, A (2003). The Decline of the Social, in Sociology and Ideology, Brill, Leiden- Boston, pp.41-52.

[23] Termine provvisorio proposto nell’intervista ad Ezio Mauro e Aboubakar Soumahoro (vedi cit.11) per concettualizzare questa nuova condizione.

[24] Spinoza, B. (1988). Etica, (trad. it.) di E. Giancotti, Roma, Editori Riuniti.

[25] Termine utilizzato da Paolo Cristofolini, per indicare la condizione di solitudine riportata da Spinoza, in Cristofolini, P. (2002). ‘La paura della solitudine’ in Id, Spinoza edonista, Pisa, Edizioni ETS, pp. 17-23.

[26] Basili, E. (2005). “La solitudo in Spinoza”, Università di Urbino Carlo Bo. Disponibile a questo link.

[27] Rosa, H. (2016). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. (trad. it.) di E. Leonzio, Torino, Einaudi.

[28] Habermas, J. (2000). Après l’État-nation: Une nouvelle constellation politique, Paris, Fayard.

[29] Vilanova, P. (2019). ‘Rimpiangendo Max Weber’, MicroMega – Per una sinistra illuminata, 1/19, Roma, MicroMega.


Bibliografia

Agamben, G. (2008). Che cos è il contemporaneo?, Roma, Nottetempo.

Agamben, G. (1995). Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi.

Aime, M. (2016). Contro il razzismo. Quattro ragionamenti., Torino, Einaudi.

Arendt, H. (1996), Le origini del totalitarismo, trad. it. di A. Guadagnin, Milano, Edizioni di Comunità.

Bettini, M. (2016). Radici, Bologna, il Mulino.

Basili, E. (2005). La solitudo in Spinoza, Università di Urbino Carlo Bo.

Bauman, Z. (2000). La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli.

Bauman, Z. (2008). Paura liquida, Roma-Bari, i Robinson / Letture, Editori Laterza.

Bauman, Z. (2005).Vita liquida, Roma-Bari, i Robinson / Letture, Editori Laterza.

Camus, A. (2012). Il futuro dea civiltà europea, Roma, Castelvecchi.

Clemente, L. F. (2018). Jacques Lacan e il buco del sapere, Salerno, Orthotes.

Cristofolini, P. (2002). ‘La paura della solitudine’ in Id, Spinoza edonista, Pisa, Edizioni ETS, 17-23.

Girard, R. (1982). Le bouc émissaire, trad. it. (a cura di) Christine Leverd C. e Bovoli F. (1987), Il capro espiatorio, Milano, Adelphi.

Habermas, J. (2000). Après l’État-nation: Une nouvelle constellation politique, Paris, Fayard.

Han, B. C., (2016). Psicopolitica. Roma, Nottetempo.

Hobbes, T. (1997). Il Leviatano, Bari, i Robinson / Letture, Editori Laterza.

Lacan J. (2014). Il mio insegnamento e io parlo ai muri, Roma, Astrolabio.

Leogrande, A.(2015). La frontiera, Milano, Feltrinelli.

Machiavelli, N. (2008). Il Principe, Milano, Feltrinelli.

Mair, P. (2013). Ruling the void: the hollowing of Western democracy, London, Verso.

Morfino, V. (2009). ‘Che cos’è la moltitudine?’, in Del Lucchese, F. (a cura di), Storia politica della moltitudine. Spinoza e la modernità, Roma: DeriveApprodi.

Nietzsche, F. (1986). Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Piccola Biblioteca, Milano, Adelphi.

Revelli, M. (2019). La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Torino, Einaudi.

Rosa, H. (2016). Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. (trad. it.) di E. Leonzio, Torino, Einaudi.

Sofsky, W. (2005). Rischio e sicurezza, Torino, Einaudi.

Spinoza, B. (1988). Etica, (trad. it.) di E. Giancotti, Roma, Editori Riuniti.

Touraine, A (2003). The Decline of the Social, in Sociology and Ideology, Brill, Leiden- Boston, pp.41-52.

Vilanova, P. (2019). ‘Rimpiangendo Max Weber’, MicroMega – Per una sinistra illuminata, 1/19, Roma, MicroMega.

Weil, S. (2012), La persona e il sacro, Milano, Biblioteca Minima, Adelphi.

Wierviorka, M. (2007). Linquietudine della differenza, Milano, Mondadori.

Žižek, S. (2007). La violenza invisibile, Milano, Rizzoli.

Scritto da
Elena Giacomelli

Dottoranda nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]