La “banda della Uno bianca”. Intervista al magistrato Daniele Paci
- 25 Agosto 2021

La “banda della Uno bianca”. Intervista al magistrato Daniele Paci

Scritto da Alessandro Trabucco

13 minuti di lettura

In occasione dei 30 anni da alcuni dei più efferati crimini commessi dalla “banda della Uno bianca” ne ripercorriamo la storia con una lunga intervista al magistrato Daniele Paci. Esordita nel 1987 con rapine a caselli autostradali, supermercati ed estorsioni, la cosiddetta “banda della Uno bianca” è ricordata per i suoi numerosi ed efferati crimini fra cui la strage del Pilastro, il duplice omicidio di via Volturno e l’agguato di San Mauro a Mare, avvenuti trent’anni fa. Oggetto delle indagini del magistrato Daniele Paci e degli uomini del pool interforze, primi fra tutti i poliziotti Luciano Baglioni e Pietro Costanza, la banda, composta quasi per intero da membri della Polizia di Stato in servizio fra Bologna e la Romagna, venne assicurata alla giustizia nel novembre del 1994 dopo aver commesso in 7 anni di attività 103 fatti criminali, in gran parte rapine a mano armata, e causato 24 morti e 102 feriti.  

Nominato magistrato nel marzo 1990, Daniele Paci ha ricoperto il primo incarico, nella qualità di Sostituto Procuratore, presso la Procura della Repubblica di Rimini. Dal gennaio 1994 al novembre 1994 ha diretto l’indagine che ha portato alla cattura dei fratelli Savi e dei loro complici della “banda della Uno bianca”. Ha ricoperto il ruolo di Giudice presso il Tribunale di Pesaro dal 1999 al 2011. In servizio dall’ottobre 2011 al febbraio 2017 alla Procura della Repubblica di Palermo, attualmente ricopre l’incarico di Sostituto Procuratore della Repubblica ad Ancona dove è applicato alla Direzione Distrettuale Antimafia.uno bianca

 


Partiamo dall’inizio. Come si è formata la cosiddetta “banda della Uno bianca”? 

Daniele Paci: La Banda è nata da tre fratelli: il più grande, il poliziotto Roberto Savi, quello che aveva l’età di mezzo, il camionista e carrozziere Fabio Savi, e il più piccolo, il poliziotto Alberto Savi detto Luca. Loro ci hanno detto che è nata quasi “per scherzo”, perché ciascuno dei tre fratelli aveva un problema economico da risolvere: Roberto aveva acquistato la casa e aveva un problema di mutuo; Fabio aveva un credito che non riusciva ad esigere nei confronti di un suo fornitore che poi fallì; Alberto Savi, in servizio a Ferrara, aveva la fidanzata a Villa Verucchio, una frazione di Rimini, e non possedeva il denaro sufficiente per fare avanti e indietro. E quindi, quasi per scherzo, hanno detto: “Beh, come facciamo a trovare i soldi? Facciamo una rapina”. La prima è stata il 19 giugno del 1987 al casello di Pesaro, eseguita con armi che detenevano in maniera legittima e con l’autovettura di Alberto Savi, una Fiat Regata di colore grigio a cui avevano apposto dietro una targa di cartone. Così è nata la banda.

 

Quand’è che lei ha avuto a che fare per la prima volta con i crimini della nota banda? In che occasione ha ottenuto la direzione delle indagini di Rimini?

Daniele Paci: Io sono entrato in magistratura nel maggio del 1991 e le indagini sulla banda erano affidate a un collega più anziano che si chiamava Roberto Sapio. Egli andò in pensione il 31 dicembre del 1993 e io chiesi al Procuratore della Repubblica di avere il fascicolo processuale. Egli me lo consegnò e io il primo gennaio 1994 andai a prendere il fascicolo in ufficio, lo portai a casa e incominciai a studiarlo.

 

Questa occasione è stata anche la prima volta in cui ha sentito nominare la banda?

Daniele Paci: No, ma all’epoca sentivo parlare dei crimini di queste persone e, vivendo ancora a Rimini, avevo ben presente quello che stava accadendo, a partire dalla strage del Pilastro fino a tutto ciò che avevano compiuto a Rimini. È per questo che chiesi al procuratore di avere le indagini.

 

Leggendo i numerosi scritti o guardando gli svariati documentari sul tema, si accenna spesso a dei fattori di novità che lei ha avuto il merito di apportare nelle indagini rispetto a chi l’aveva preceduta. Quali sono questi fattori, questi elementi vincenti, che ha portato con sé e che hanno permesso di ottenere progressi nelle indagini fino ad allora mai ottenuti?

Daniele Paci: Intanto in tutte le indagini bisogna fare fatica, ma bisogna anche avere fortuna. La mossa più intelligente che secondo me abbiamo fatto è stata quella di costituire un pool interforze composto da polizia e carabinieri che si occupava soltanto di questo fenomeno. Questa secondo me è stata l’idea giusta. Con questi nove tra poliziotti e carabinieri che avevano l’ufficio esattamente affianco al mio abbiamo ripreso in mano tutti i fatti criminali che erano attribuiti alla banda della Uno bianca.

 

Quindi già all’epoca si sapeva che era una sola entità a compiere questi fatti o ancora si ipotizzava potessero essere più elementi disgiunti?

Daniele Paci: Noi prendevamo in esame i fatti successivi al duplice omicidio nell’armeria bolognese di via Volturno del 2 maggio del 1991, perché fu grazie ai riferimenti balistici raccolti in quell’occasione che si capì di avere a che fare con un’unica entità. Che i Savi avessero iniziato nel 1987 l’abbiamo scoperto solo quando li abbiamo arrestati. Noi del gruppo interforze abbiamo ripreso in mano tutti i fatti commessi dopo il 2 maggio del 1991, abbiamo risentito tutti i testimoni e abbiamo organizzato degli appostamenti negli istituti di credito a Rimini che ritenevamo potessero essere oggetto di attenzione da parte di questi rapinatori. Pensavamo di poterli individuare nel momento in cui facevano i sopralluoghi. Questa era la ragione per cui i poliziotti Luciano Baglioni e Pietro Costanza, anche dopo lo scioglimento del pool, si trovavano di fronte a una banca. Perché aspettavano un possibile sopralluogo dei rapinatori.

 

Come mai la banda ha colpito proprio quegli istituti di credito? Che cos’è che li differenziava dagli altri?

Daniele Paci: Noi avevamo constatato che prendevano di mira sempre istituti di credito che fossero vicini a vie di comunicazione significative, che non avessero la guardia giurata davanti, e che, in alcuni casi, avessero anche la porta di accesso per i disabili, perché questa consentiva loro di entrare più agilmente quando prendevano in ostaggio il direttore. Prendendo questo insieme, avevamo individuato nel territorio di Rimini cinque o sei banche e periodicamente i poliziotti e i carabinieri addetti al pool della Uno bianca effettuavano degli appostamenti.

 

Quali sono state a suo parere le principali ragioni che hanno portato alla cattura della banda solo dopo anni e anni di delitti? Crede che godessero di qualche copertura? Per esempio, mi vengono in mente le false rivendicazioni della Falange Armata. Si è trattato di errori o sviste nelle prime fasi delle indagini? Oppure qualcos’altro?

Daniele Paci: Tenderei ad escludere l’esistenza di copertura per ragioni logiche. Ovviamente la certezza nessuno può averla, però, per quella che è stata la nostra esperienza, non appena abbiamo avuto degli elementi che portassero a individuare questi soggetti c’è stata, dentro la Polizia di Stato, che è la forza di polizia con cui sono stati individuati, una “gara” a chi svolgeva maggiori indagini per svelare questi retroscena. Non abbiamo mai avuto nessuna pressione al fine di elidere quelle che potevano essere le ripercussioni negative nei confronti della Polizia di Stato. Quindi la Polizia di Stato no, la Guardia di Finanza non si è mai occupata di queste indagini, i Carabinieri avevano 5 morti e più feriti, sicuramente non è possibile che costoro potessero averli coperti. Alle indagini lavoravano tre procure, una decina di Sostituti Procuratori della Repubblica e un centinaio di poliziotti e carabinieri. È difficile mettere a tacere tante persone. Per quanto riguarda la Falange Armata, ho analizzato gli episodi in cui questa sigla ha rivendicato i fatti riminesi e in un caso, dopo l’omicidio dei due ragazzi senegalesi di San Mauro a Mare, c’era stata una loro rivendicazione in cui si diceva che la colonna romagnola della Uno bianca era stata dismessa. Evidentemente era una cosa priva di fondamento perché i fratelli Savi hanno continuato a sparare e uccidere per altri tre anni. Ci sono stati però alcuni errori. Per esempio, era stato interrogato un paio di volte Fabio Savi perché aveva acquistato dei proiettili 9×19, utilizzati esclusivamente dalle forze dell’ordine. In quell’occasione Savi si era giustificato affermando di recarsi al poligono con i fratelli polizotti e le investigazioni non andarono avanti. Col senno di poi però è facile. In realtà questi soggetti erano molto scaltri, basti pensare che, per evitare di essere ripresi dalle telecamere di sorveglianza, non hanno mai utilizzato i caselli autostradali nei giorni in cui hanno commesso una delle loro rapine. In 102 episodi criminosi Fabio Savi ha lasciato solo un’impronta e una fotografia tratta dalle riprese di una telecamera di sorveglianza durante la rapina del 25 novembre 1992 all’agenzia Stadio di Cesena. Questa è stata l’unica volta in cui non hanno asportato le registrazioni delle riprese effettuate all’interno degli istituti di credito rapinati. Questo perché era una delle loro prime rapine. Successivamente hanno imparato il meccanismo e non hanno più lasciato il nastro delle registrazioni. Noi infatti avevamo solo quella fotografia, senza la quale però non li avremmo mai presi.

 

Si è spesso sentito dire che la banda agiva non solo con l’obiettivo di rubare ma anche con quello di intimorire l’opinione pubblica e certe categorie di lavoratori, per esempio i direttori di banca o delle poste, come nel caso di Aniello di Martino. Il tutto in funzione non solo della rapina in corso ma anche di quelle future o, addirittura, in ossequio a una strategia eversiva di stampo terroristico voluta dall’alto al fine di infrangere la cosiddetta “vetrina rossa”, cioè l’Emilia-Romagna. Si è anche sentito dire che i suoi membri in realtà fossero tutti componenti di Gladio, come nel caso della banda belga Brabante-Vallone. Qual è la sua opinione in merito a queste tesi? Rapinatori che agivano con metodi terroristici o terroristi che compivano delle rapine?

Daniele Paci: Partendo da Gladio, gli elenchi degli appartenenti all’organizzazione sono pubblici e non ci sono i fratelli Savi, anche perché erano troppo giovani per quest’organizzazione. Si è detto, ma non si è avuta la prova, che il padre, Giuliano, avesse qualche collegamento. Per quanto riguarda la vicinanza con forze della destra parlamentare, l’unico elemento di riscontro è che per qualche anno Roberto Savi è stato un simpatizzante del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Altri elementi non c’è ne sono. Nell’imputazione che venne contestata a Rimini per l’associazione a delinquere c’era scritto che loro agivano con modalità terroristiche. A mio giudizio adottavano tali modalità per facilitare l’esecuzione di ulteriori rapine. Per esempio, Aniello di Martino, direttore delle poste di Riccione, nel corso di una rapina non si era piegato al volere della banda e di conseguenza l’hanno “fatta pagare” a lui e al figlio Luca sparandogli sotto casa. Questo ci rivela come loro volessero prevaricare tutte le persone con cui si incontravano e ciò creava certamente apprensione fra chi lavorava negli istituti di credito o fra i benzinai. Anche perché uccidevano per poche centinaia di migliaia di lire. Io, invece, non credo che avessero una finalità eversiva dell’ordine democratico come loro primo obiettivo. Creavano apprensione e destabilizzazione ma era, secondo me, il frutto delle loro azioni più che una finalità di ordine politico. Che il fenomeno della banda della Uno bianca fosse avvenuto in Emilia-Romagna, dove ci sono state le più gravi stragi del dopoguerra, imponeva che la pista dell’eversione venisse studiata, percorsa, investigata. È una pista però che, per quello che abbiamo accertato all’epoca – e nei trent’anni successivi – non ha trovato riscontro.

 

Quindi, entrando più nel particolare, su quali motivazioni si basavano i loro delitti? Quali metodologie adottavano?

Daniele Paci: La motivazione principale era far quattrini, come per tutti i rapinatori. Loro però hanno commesso anche dei delitti che non hanno nulla a che fare con motivi di lucro. Basti pensare all’attacco al campo nomadi di via Gobetti a Bologna del 23 dicembre 1990 o all’omicidio dei due operai senegalesi a San Mauro a Mare del 18 agosto 1991. Questi erano sicuramente tutti episodi di stampo razzista. Se loro avessero potuto scegliere se sparare a una persona di carnagione bianca o a una di carnagione nera, avrebbero preferito farlo nei confronti della seconda. C’è da dire che l’attacco al campo nomadi trovava la sua ragione, dal punto di vista della loro mentalità criminale, nel fatto che la banda intendesse rafforzare l’idea che a Bologna fosse in attività un gruppo che mirava a commettere dei reati nei confronti dei nomadi. Quindi, secondo me, l’attacco al campo nomadi, nella mente soprattutto di Roberto, era stato costruito come un depistaggio

 

Concentriamoci brevemente su di un personaggio che ha svolto un ruolo centrale nella vicenda e nei processi. Come può essere interpretata la figura dell’ex compagna di Fabio Savi, Eva Mikula?

Daniele Paci: Io ho conosciuto Eva Mikula subito dopo l’arresto di Fabio Savi. Lo svolgimento dei fatti è abbastanza semplice: la sera del 21 novembre 1994 viene arrestato Roberto Savi alla questura di Bologna e, come d’accordo con il fratello Roberto, Fabio Savi scappa con la Mikula fin quando non vengono presi in un autogrill vicino il Tarvisio. Fabio Savi, che aveva ancora con sé una delle pistole rapinate in via Volturno, venne subito arrestato, processato e condannato dal tribunale di Udine per detenzione d’arma illegale. Era stata arrestata anche Eva Mikula ma venne immediatamente liberata, dato che Fabio si era assunto la piena responsabilità della detenzione di quell’arma, e portata a Rimini la sera stessa. Qui io la interrogai subito e lei immediatamente ci aprì la strada al fatto che i fratelli Savi non solo erano quelli della Uno bianca ma erano anche quelli della “banda delle Coop” e quelli che avevano commesso le rapine ai caselli. Inoltre ci disse che il terzo componente della banda dei fratelli Savi era il fratello Alberto detto Luca. Quindi, Eva Mikula inizialmente ha dato un contributo molto importante per sgretolare quel sistema di omertà che c’era intorno ai fratelli Savi.

 

Quindi senza Eva Mikula alcuni elementi della banda non sarebbero mai stati scoperti?

Daniele Paci: Forse poi li avrebbero rivelati i fratelli Savi. All’inizio della sera, prima di sentire Eva Mikula, avevamo arrestato Pietro Gugliotta e già lui aveva messo a verbale di aver preso il posto di Luca, cioè Alberto Savi. Quindi noi avevamo già un elemento che veniva da Gugliotta il quale ci diceva che Alberto Savi aveva partecipato ai fatti della Uno bianca. Poco dopo, intorno a mezzanotte, anche Eva Mikula ci disse che Alberto faceva parte della banda. Di conseguenza, io firmai immediatamente il decreto di fermo di indiziato di delitto, senza passare dal giudice e senza flagranza, e quella notte stessa Alberto Savi venne arrestato. Dopo queste rivelazioni Eva Mikula venne messa subito sotto protezione, questo perché all’epoca non sapevamo quanto estesa potesse essere la banda. In sostanza, Eva Mikula ha dato inizialmente un contributo significativo per smantellare la banda e, secondo me, ha rivelato elementi che corrispondevano alla realtà e che ci sono stati sicuramente utili in quelle ore anche per indurre i fratelli Savi a confessare

 

Sono passati ormai circa trent’anni dai più conosciuti fatti di sangue legati alla banda dei fratelli Savi, come la strage del Pilastro e l’omicidio dei due operai senegalesi Babou Chelikh e Ndiaye Malik. In particolare, in questi ultimi anni, si è parlato poco dei loro crimini, fatta eccezione in occasione di alcuni anniversari. Che cosa è rimasto di tutto questo sangue? Crede che la memoria di quegli anni, in cui l’Italia fu sconvolta da tali delitti, sia ormai scivolata nell’oblio presso l’opinione pubblica?

Daniele Paci: Sono passati trent’anni e purtroppo sono successe cose gravissime successivamente a quei fatti. Secondo me la cosa che rimane, l’elemento distintivo della banda della Uno bianca che più ha colpito l’opinione pubblica e i cittadini, è che i componenti fossero principalmente poliziotti i quali avevano giurato di servire lo Stato. Inoltre, nessuno dei membri della banda esterni ai tre fratelli Savi ha denunciato. Penso, per esempio, a Luca Vallicelli, un poliziotto che ha commesso con i Savi soltanto una rapina ad un casello di Bologna e ha rapinato un paio di auto. Seppure fosse consapevole dell’identità dei banditi della Uno bianca non li ha mai denunciati. Dopo la cattura gli uffici di Polizia Giudiziaria della Polizia di Stato hanno fatto di tutto per poter approfondire le indagini e cercare di capire se ci fosse qualche altro poliziotto membro della banda che non era stato individuato. Nonostante questo rimane un certo risentimento fra la cittadinanza e persistono le richieste dell’opinione pubblica alle Forze dell’Ordine affinché si guardino all’interno, affinché si attrezzino per individuare eventuali deviazioni da parte dei propri appartenenti.

 

Quindi lei crede che le gesta di questa banda sono rimaste radicate più nella memoria locale delle zone più colpite e magari di meno nel resto d’Italia?

Daniele Paci: Per quanto riguarda la memoria di quei delitti, penso che le azioni dei Savi abbiano avuto delle ripercussioni molto forti soprattutto laddove ci sono state le morti, cioè nelle province di Bologna, Rimini, Forlì, Cesena e Pesaro. Nel resto d’Italia si sapeva di questi fatti, ci fu lo sconcerto quando si scoprì che erano dei poliziotti, però, evidentemente, in Emilia-Romagna e nelle Marche tutto ciò è stato vissuto maggiormente e ha lasciato un segno più forte. Ritengo che anche oggi la memoria di questi fatti sia rimasta più radicata dove si trovano lapidi, cippi e altri monumenti alla memoria, cioè dove si sono verificati i fatti criminosi. Anche se in alcune zone del Paese, quelle da dove venivano le vittime della banda, si continuano a ricordare quei fatti perché legati alla morte di un concittadino. Penso alla Puglia, dove i familiari del carabiniere Cataldo Stasi e la cittadinanza di Ruvo di Puglia si impegnano nel ricordare il carabiniere pugliese e il collega Umberto Erriu, uccisi il 20 aprile del 1988 a Castel Maggiore soltanto perché facevano il loro dovere.

 

Ritiene che le recenti richieste da parte dei parenti delle vittime e di Eva Mikula in merito alla necessità di digitalizzare gli atti e di riaprire le indagini possano stimolare dei dibattiti costruttivi e delle riflessioni consapevoli su ciò che hanno comportato le azioni della banda della Uno bianca? Crede inoltre che possano portare alla scoperta di qualche elemento inedito sulla vicenda?

Daniele Paci: La digitalizzazione degli atti è secondo me una cosa molto importante perché consentirà a tutti di poter verificare come si sono svolti questi fatti e l’attività d’indagine delle diverse Procure della Repubblica. Quindi gli studiosi di storia e chi ha voglia di interessarsi a questo fenomeno criminale, così inedito, potrà sicuramente ottenere degli elementi per studiare meglio e verificare tante tesi che io non condivido ma che sono seguite. Per esempio, se noi cerchiamo Uno bianca in rete la troviamo ancora tra i “misteri d’Italia” e questo per me è una delle più grosse sconfitte dal punto di vista professionale perché io, non da oggi ma da almeno 25 anni, ho sempre sostenuto che la banda dei fratelli Savi era stata scoperta, completamente analizzata e quindi non c’era nessun “mistero”. Certo, con la digitalizzazione potrà essere scoperto qualche nuovo dettaglio, potrà emergere che qualcun’altro sapeva. Invece sono convinto che non ci sia nessun’altro soggetto autore di questi reati. Dico questo perché appunto Roberto e Fabio Savi hanno chiamato in causa il fratello Alberto, hanno chiamato in causa il poliziotto Marino Occhipinti, che aveva commesso soltanto una rapina cinque anni prima, e quindi non vedo per quale ragione debbano aver coperto qualcuno. In considerazione del fatto che sono passati quasi 27 anni dal momento in cui sono in carcere non si può neanche dire che abbiano coperto qualcuno al fine di ottenere dei benefici perché, a questo punto, questo qualcuno sicuramente non ha mantenuto il patto e i fratelli Savi, condannati a più ergastoli, lo avrebbero certamente chiamato in causa. Quindi, in un episodio così grave, durato così a lungo e che ha cagionato tante vittime ci potrebbero essere dei dettagli ancora non scoperti ma la verità, a mio avviso, è quella. Dalla riapertura delle indagini non so cosa potrebbe emergere. Le indagini si riaprono quando ci sono degli elementi nuovi. Io, sinceramente, al momento, per quanto riguarda la banda dei fratelli Savi, non sono a conoscenza di fatti che andrebbero ulteriormente investigati: la decisione compete ai colleghi delle Procure della Repubblica di Rimini, di Bologna, di Forlì e di Pesaro. Questa è una scelta che dipenderà da loro.

 

Infine, secondo il suo parere, quali insegnamenti per l’Italia di oggi si possono trarre da queste vicende?

Daniele Paci: Secondo me un insegnamento riguarda prima di tutto gli investigatori. Credo che noi li abbiamo individuati perché siamo partiti da un presupposto giusto: non avere alcun preconcetto. Nella nostra ricostruzione, per come si muovevano, ritenevamo che dovessero essere degli incensurati. Questo perché non veniva dalla criminalità nessuna “imbeccata”, non c’era nessuna “soffiata”. Quindi noi capimmo che doveva essere un corpo estraneo alla criminalità comune e alla criminalità organizzata. Partendo da questo presupposto, abbiamo scartato tante possibilità di investigazione sul mondo della criminalità e questo non ha reso il lavoro più facile però ci ha consentito di guardare le cose con una mente sgombra. Questo è un insegnamento che io poi ho seguito nei trent’anni successivi della mia attività professionale. Per quanto riguarda le Forze di Polizia, l’insegnamento da trarre è quello di porre una maggiore attenzione ai comportamenti e agli stili di vita anomali dei propri aderenti per prevenire possibili fenomeni di corruzione o malavita. Infatti i componenti della banda dimostravano un certo benessere e quindi una maggiore attenzione ai comportamenti che queste persone avevano e anche ai modi attraverso i quali ottenevano i soldi avrebbe permesso di scoprirli prima. Un altro insegnamento, basato sull’esperienza del pool interforze, è quello di non mollare mai di fronte alle difficoltà e di non scoraggiarsi dinnanzi gli insuccessi. In quel periodo di indagini c’è stata la volontà di andare avanti, la volontà di svolgere al meglio il proprio mestiere. E il nostro mestiere era quello di individuarli. Secondo me c’è stata anche la volontà di non fermarsi, di non arretrare di fronte alla verità. Quando i poliziotti Baglioni e Costanza si sono resi conto che Roberto Savi era un poliziotto c’è stata la loro scelta, e ovviamente anche mia, di non chiudere gli occhi, di non minimizzare, ma, anzi, di cercare di ottenere la verità a qualsiasi costo. Per quanto riguarda i giovani, l’insegnamento consiste nell’idea di non tirarsi indietro, di fare il proprio mestiere, il proprio lavoro, costi quel che costi. Un giovane che deciderà di fare il poliziotto o il magistrato dovrà sicuramente tenere a mente che noi abbiamo solo una bandiera ed è quella della verità, quella di cercare di essere coerenti al nostro giuramento di fedeltà che abbiamo fatto alle Istituzioni, alla Repubblica, alla Costituzione. Quindi, l’insegnamento è quello di andare avanti sapendo che se si lavora con impegno si può raggiungere un risultato che nessuno si sarebbe mai aspettato. E, sinceramente, nessuno credeva che noi saremmo arrivati a quel risultato.

Scritto da
Alessandro Trabucco

Studente del Master in Comunicazione Storica presso il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, ha conseguito, dopo un periodo di ricerche trascorso in Medio Oriente, la laurea magistrale in Scienze Storiche e Orientalistiche con una tesi dal titolo “Storia nazionale e memoria: la Guerra dei Sei Giorni in Israele e Giordania”. Autore e collaboratore per il Circolo Studentesco di Studi Militari Casus Belli – Arma Mater Studiorum e per l’Associazione Geopolis – Limes Club Bologna, è socio della Società Italiana di Storia Militare e ha collaborato con la rivista Nuova Antologia Militare (NAM).

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