La Cina è già qui. Intervista a Giada Messetti
- 13 Giugno 2022

La Cina è già qui. Intervista a Giada Messetti

Scritto da Giacomo Bottos

13 minuti di lettura

Con la rapidissima crescita degli interscambi con la Cina, avvenuta negli ultimi decenni, sono emerse in modo sempre più chiaro le difficoltà di comprendere un universo culturale basato su presupposti complessi e diversi da quelli che siamo abituati a dare per scontato. In questa intervista Giada Messetti, sinologa e giornalista, a partire dal suo ultimo libro La Cina è già qui  edito nel 2022 da Mondadori – affronta alcuni elementi della cultura cinese, dai caratteri alla base della scrittura all’eredità della tradizione confuciana, per riflettere sulle modalità attraverso cui costruire forme più efficaci di comprensione e interazione con la realtà cinese.


Come nasce l’idea di scrivere La Cina è già qui?

Giada Messetti: La Cina è già qui nasce a partire dall’osservazione che di Cina si sente parlare sempre più spesso, ma in genere attraverso una narrazione semplicistica, che tende a rappresentare tutto come bianco o nero. L’incontro con la Cina porta con sé una complessità sconosciuta per noi, e pur tuttavia molto importante, di cui è essenziale acquisire almeno un certo grado di consapevolezza. Il messaggio che mi premeva tentare di veicolare riguarda la diversità delle rispettive culture. In questo libro ho deciso di selezionare alcuni aspetti in particolare, che riguardano elementi che pensiamo di conoscere della Cina, ma che nella realtà non sono mai esattamente come noi li pensiamo e immaginiamo. Questo avviene perché ci manca la parte cinese del racconto: non sappiamo come pensano i cinesi. Per questo ho cercato – semplificando molto – di creare una mappa culturale, con l’obiettivo di far comprendere come alcuni elementi che per noi sono chiari ed evidenti, e da cui spesso derivano i nostri giudizi, in realtà in Cina abbiano un valore completamente diverso. L’episodio da cui prendo le mosse per esemplificare questa idea è una lezione universitaria a cui partecipai all’inizio degli anni Duemila, nei primi mesi in cui studiavo la lingua cinese. In quella sede, un mio compagno di corso chiese al professore se fosse vero che i cinesi mangiassero i cani: lui rispose che era vero, ma aggiunse che al tempo stesso i cinesi non mangiavano i cavalli. Ricordo bene come da questa domanda fosse inizialmente nato da parte mia un giudizio nei confronti dei costumi cinesi; con la risposta del professore realizzai, però, l’esistenza di quell’altra metà della narrazione che io non conoscevo e neanche potevo immaginare – da occidentale nata e cresciuta in Italia –, iniziando la mia riflessione sull’importanza dei diversi modi di raccontare le culture. Questo è solo un piccolo esempio per spingere a ragionare sull’urgenza di studiare la Cina e capire come pensa. D’altronde, ormai, è – e sempre più sarà in futuro – del tutto inevitabile avere a che fare con questo Paese.

 

Quali sono alcuni dei principali ostacoli che, da occidentali, si incontrano nella comprensione della realtà cinese?

Giada Messetti: Il principale ostacolo risiede proprio nel ragionare da occidentali quando si approccia la Cina. È l’ostacolo più faticoso da superare, ma anche la sfida più interessante dell’incontro con la realtà cinese, che obbliga a mettersi profondamente in discussione e, soprattutto, in ascolto. Assumere una posizione di ascolto, ben diverso dal giudizio a cui spesso siamo abituati, non significa per forza arrivare a condividere una posizione o un approccio, ma situarsi nella condizione giusta per acquisire una visione più complessa e multidimensionale. Riuscire a dialogare su queste basi, cioè superando l’iniziale giudizio e aprendosi a nuove prospettive, è molto più semplice. La Cina ha la capacità di offrire proprio questa possibilità, e permette così anche di capire molto di sé e della propria cultura di provenienza. La Cina, infatti, pone sempre chi la osserva da vicino di fronte ad una interpretazione diversa della realtà: qui l’importanza della consapevolezza anche delle diversità culturali, dove diversità non è da intendersi in un’accezione negativa, ma rappresenta un dato di fatto da cui partire. Per fare un esempio, nel libro ho dedicato un capitolo al concetto di “copia”: in occidente il concetto di “originale” ha al suo interno un elemento di “verità”, di “assoluto”; in Cina questa connotazione non esiste e di conseguenza copiare non ha una valenza altrettanto negativa. Anche a questo aspetto è legato il giudizio occidentale secondo cui “i cinesi copiano”: naturalmente, è noto che ci sia stata anche una dimensione di frode economica, che è da condannare e denunciare fermamente, ma è importante riconoscere il ruolo di quel presupposto culturale per cui copiare non è considerato come un’azione negativa, anzi. Cercare di uscire da se stessi e mettersi nei panni dell’altro rimane la sfida più difficile: coltivare l’empatia, non necessariamente la simpatia.

 

Perché la scrittura è così importante nella cultura cinese?

Giada Messetti: Dedico tutto il primo capitolo del libro alla lingua, e alla scrittura in modo particolare. Si tratta di un aspetto cruciale, perché profondamente identitario per la civiltà cinese: la scrittura ha infatti una storia millenaria e di fortissima continuità, e può essere considerata fra gli elementi più rilevanti che hanno unificato l’impero cinese. I caratteri esercitano tuttora un peso enorme nella costruzione dell’identità culturale e rimangono ancora oggi un fattore di grandissimo orgoglio per i cinesi: basti pensare che esistono caratteri la cui scrittura è rimasta talmente inalterata nel tempo che gli stessi caratteri ritrovati nelle tombe del XV secolo a.C. oggi compaiono all’interno delle navicelle spaziali che la Cina lancia in orbita. Una scrittura millenaria, uguale a se stessa, che porta questa tradizione e peso culturale nei secoli, e in più ha dato luogo allo sviluppo di un’intera estetica attraverso la calligrafia, che in Cina è divenuta una forma d’arte – in Cina si ritiene, peraltro, che chi scrive bene sia una brava persona – è un elemento che ha unito e continua ad unire il Paese. Nella dimensione orale, la Cina ha sempre avuto molte lingue e dialetti diversi; al contrario, i caratteri erano leggibili dappertutto. Un elemento che è utile tenere a memoria è il fatto che in Cina, fino alla nascita della Repubblica Popolare, l’analfabetismo era enormemente diffuso e presentava tassi altissimi. In seguito è stata introdotta una riforma della lingua e una standardizzazione nel mandarino, in modo che tutti i cinesi avessero accesso ad una lingua comune e ad una scrittura semplificata. Ancora oggi, quando un cinese del nord e uno del sud faticano a capirsi per la diversità dei rispettivi dialetti, disegnano i caratteri corrispondenti sulla mano e si capiscono; in altri termini, i caratteri in Cina sono come i numeri in Europa, tutti li capiscono, ma ciascuno li pronuncia in modo diverso. 

 

Quali sono le differenze culturali che maggiormente possono determinare incomprensioni nelle relazioni tra cinesi e non cinesi?

Giada Messetti: Anche riguardo a questo aspetto, la lingua e il suo modo di funzionare rivestono una grande importanza: il cinese infatti contempla una ricca serie di espressioni peculiari e “non detti” che lo rendono meno lineare delle lingue europee; la modalità di comunicazione è meno diretta ed è difficile che un cinese dica un “no” o un “sì” molto secchi come potremmo fare noi occidentali. Un altro aspetto particolare è legato alla bugia: in occidente, mentire è visto come un atto negativo o meritevole di biasimo in assoluto, in Cina invece sono contemplate situazioni in cui mentire, ad esempio per far sì che qualcuno non perda la faccia o non provi vergogna – in una società che si può definire come una società della vergogna, contrapposta alla nostra società della colpa –, ha quasi un valore positivo. Vi sono quindi alcuni elementi culturali di difficile comprensione per chi non ne ha esperienza, e gesti anche quotidiani possono essere interpretati in maniera opposta da uno straniero. 

 

Il rapporto con il passato e con le sue vestigia presenta in Cina tratti peculiari rispetto alla nostra concezione. Quali elementi lo caratterizzano?

Giada Messetti: In Cina il rapporto col passato presenta sicuramente alcuni tratti tipici, a partire da uno che mi colpisce particolarmente e che affronto a lungo nel libro, prendendolo in prestito da Simon Leys, un grandissimo sinologo. La Cina misura il passato più sulle cose intangibili che su quelle tangibili, più sui gesti che non sugli edifici e sulle vestigia. Questa caratteristica ha molteplici ripercussioni, se pensiamo ad esempio a come noi europei tendiamo a mantenere gli edifici storici nel loro stato originale, e quindi anche di rovina. In Cina, infatti, vige un approccio completamente diverso, tanto che nel 2005, durante la mia prima visita della Città Proibita, mi sono imbattuta in una persona che passava la vernice fresca sui muri della città – perché nella mentalità cinese ha più senso un monumento nuovo, ma molto simile a come poteva essere un tempo, di un monumento originale ma rovinato, e quindi distante da come poteva apparire nel passato. Si tratta quindi di una questione di punti di vista, che sul passato sono completamente diversi: noi conserviamo il Colosseo che ha duemila anni, i cinesi scrivono i caratteri con lo stesso ordine dei tratti e con la stessa gestualità da millenni. I gesti, dunque, contrapposti alle cose. Naturalmente, non bisogna dimenticare che la Cina ha anche un rapporto col passato che si sostanzia in un utilizzo strumentale per la narrazione di chi governa. Storicamente, le diverse dinastie riscrivevano la storia; lo stesso Partito Comunista Cinese ha operato una sorta di riscrittura del passato per conferire legittimità al proprio potere. Esiste quindi anche un rapporto di utilizzo del passato e della storia come strumento di potere. 

 

È relativamente nota l’importanza che l’eredità confuciana porta ad attribuire al concetto di ordine sociale. Anche l’idea che possano esservi momenti di caos e disordine non è però estranea alla cultura cinese. In che senso?

Giada Messetti: Sì, uno dei cardini del Confucianesimo è proprio quello dell’ordine sociale. Tuttavia, i cinesi vengono spesso definiti “confuciani di giorno e taoisti di notte”, un’espressione che riesce a tenere insieme l’estremo rispetto che i cinesi nutrono per la struttura gerarchica con un forse meno noto spirito di ribellione che essi possiedono, in particolare contro l’ingiustizia e il sopruso. Ciò che a noi può sembrare contraddittorio della convivenza di questi due aspetti – che potrebbero apparire opposti – in realtà è perfettamente in linea con la concezione della cultura cinese secondo cui vi sono sempre lo yin e lo yang, appunto due opposti che non si negano, che non si escludono ma interagiscono ed evolvono, e la loro evoluzione è il frutto di questo scambio continuo, di questa costante dialettica. Chi conosce la storia cinese sostiene che, per esempio, all’anima taoista possano essere in qualche modo ricondotte le rivolte che nei secoli hanno destituito le dinastie regnanti, nel momento in cui una dinastia non era più ritenuta degna di governare. Tutt’oggi, anche se si tratta di un aspetto tendenzialmente poco noto in occidente, esistono numerosi moti di ribellione in Cina – ci sono studi che parlano addirittura di una media di circa 490 proteste al giorno, eventi che il governo definisce “incidenti di massa” e che ovviamente cerca di tenere nascosti. Contrariamente a una visione che vorrebbe il popolo cinese come ubbidiente e mite, i cinesi sanno arrabbiarsi e mobilitarsi. Si tratta di un punto importante nella dialettica, che di nuovo noi occidentali fatichiamo ad immaginare, tra potere e cittadini. Da un lato, il Partito Comunista Cinese è sempre particolarmente all’erta rispetto ai movimenti o ai gruppi di persone che in qualche modo potrebbero riunirsi per mettere in discussione la legittimità del suo potere – e in questi casi reagisce con violenza e reprime il dissenso. Dall’altra parte, vi presta particolare attenzione anche perché su alcune problematiche sta in ascolto delle istanze dei cittadini e in qualche modo reagisce anche politicamente a degli input, a delle richieste che arrivano dal popolo. 

 

Queste categorie possono essere trasposte nell’ambito della legittimazione di chi detiene il potere? In quali forme si manifesta il dissenso nella società cinese?

Giada Messetti: Sì, ancora oggi vige il principio del “mandato celeste”, utilizzato soprattutto in epoca imperiale e secondo cui l’imperatore riceveva un mandato divino che gli conferiva la legittimità a governare, ma dal momento in cui non governava più in maniera idonea – ad esempio in caso di crisi economiche o carestie – perdeva quel mandato e poteva essere destituito. Questo schema è del tutto valido ancora oggi, e si può forse dire – semplificando – che l’ultima dinastia imperiale è il Partito Comunista Cinese e l’ultimo imperatore è Xi Jinping. Proprio nel periodo pandemico, con la gestione del Covid-19 a Shanghai, abbiamo visto scricchiolare il mandato celeste di Xi Jinping. Se questo avrà delle ripercussioni concrete sul suo potere è ancora tutto da vedere, ma è apparso evidente come la popolazione di Shanghai – chiusa in un lockdown severissimo e mal organizzato per cui si sono verificati numerosi episodi di mancanza di cibo –, nei limiti del possibile data la situazione, si sia mobilitata e abbia protestato. A ciò è utile affiancare un aspetto culturale. Per i cinesi il cibo è infatti un elemento cruciale, basti pensare che ancora oggi quando ci si incontra per strada per chiedersi come si stia ci si domanda proprio: “Hai mangiato?”. Inoltre, in moltissimi cinesi è ancora vivo il ricordo delle carestie degli anni Cinquanta e Sessanta. Il dissenso nella società cinese si esprime generalmente in proteste di massa; a volte, queste sono in grado di ottenere risultati significativi, come nel caso dei fattorini che attraverso innumerevoli scioperi e una serrata mobilitazione hanno potuto ottenere alcuni riconoscimenti. Spesso, le proteste non hanno invece esito. Se le proteste aprono delle vie di nuova legittimazione per il Partito Comunista Cinese, quest’ultimo tende a cavalcare le richieste dei cittadini; viceversa, nel momento in cui esse sono percepite come un pericolo, il regime le reprime.

 

Quali sono le radici e i presupposti dell’attuale posizione assertiva della leadership di Xi Jinping nel contesto internazionale?

Giada Messetti: I presupposti di questa posizione risiedono nell’idea diffusa secondo cui “è arrivato il turno della Cina”, ossia nel sogno di Xi Jinping di conseguire entro il 2049 un “ringiovanimento della nazione”. Nella complessità delle sue declinazioni, si può dire che l’obiettivo principale alla base di questo concetto sia quello di riportare la Cina nella posizione che le spetta, ossia quella di grande potenza mondiale, come è stata per secoli. Questo ha chiaramente cambiato la postura cinese anche nei confronti della politica internazionale. Mentre con Mao Zedong si era creata un’identità nazionale con un’ideologia coesa, e Deng Xiaoping è colui che ha favorito l’ascesa economica della Cina, Xi Jinping è il leader che ha dato una postura internazionale al Paese. L’esempio più lampante di questo processo è stato il lancio del progetto della “nuova via della seta”, una proposta alternativa alla globalizzazione a guida americana che il mondo aveva conosciuto fino a dieci anni fa. Questa assertività chiaramente è fonte di inquietudine, perché per la prima volta l’occidente – che è stato egemone negli ultimi secoli – si trova di fronte qualcuno che è altro da sé, che mira ad essere a propria volta protagonista nel panorama internazionale e che ne ha tutte le potenzialità. Oggi la Cina pretende che si prenda atto che il mondo è multipolare di fatto, non solo a parole – come è stato finché l’occidente ha indirizzato gli affari del mondo e ha plasmato la configurazione delle organizzazioni internazionali –, e che allo stesso tempo esiste un nuovo attore globale che vuole avere voce in capitolo. Per quanto riguarda la nuova via della seta, la Cina ha creato delle proprie istituzioni finanziarie: dal momento che restava in qualche modo isolata a livello globale sia nel Fondo Monetario Internazionale che nella Banca Mondiale, ha infatti creato la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), lanciata a Pechino nell’ottobre 2014, e un fondo dedicato proprio alla nuova via della seta. Così la Cina è riuscita, negli ultimi quarant’anni, a diventare la seconda potenza economica mondiale. E forse lo è diventata senza che l’occidente ne avesse vera coscienza, smentendo, in particolare negli ultimi tempi, le previsioni occidentali su di sé. L’occidente aveva previsto, ad esempio, che la Cina sarebbe diventata più democratica tramite l’apertura al capitalismo: questo non è accaduto e molto probabilmente non accadrà a breve. A far suonare un ulteriore campanello d’allarme in occidente è stata poi la decisione di Xi Jinping, nel 2018, di abolire il limite dei due mandati presidenziali. 

 

A questo proposito, vi è stata una sottovalutazione e un’incomprensione della cultura cinese da parte dell’occidente che ha portato a concezioni e previsioni errate sullo sviluppo del Paese? Quali ne sono state le ragioni?

Giada Messetti: Ci sono state sicuramente delle incomprensioni e sottovalutazioni della cultura cinese. In generale l’occidente non si aspettava che la Cina, da Paese in via di sviluppo, compiesse un’ascesa così rapida. La Cina ha corso seguendo il principio di Deng Xiaoping “nascondi la forza e attendi il tuo tempo”, vale a dire in silenzio, sfruttando le pendenze e i potenziali delle situazioni senza forzare la realtà. In questi ultimi quarant’anni, ha saputo cogliere tutta una serie di opportunità – anche grazie a un quadro regolatorio carente a livello internazionale – che le hanno permesso di diventare la seconda potenza mondiale. Questo percorso ha visto, fra l’altro, l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001 e anche l’utilizzo di alcune pratiche scorrette, su cui però la comunità internazionale ha chiuso un occhio per molto tempo perché ne ricavava una convenienza. Ciò che l’occidente ha più sottovalutato è stata la capacità della Cina di plasmare i processi, iniziando con il copiarli. Come si diceva, nella cultura cinese copiare non ha un’accezione in sé negativa, è spesso anzi visto come un omaggio, e, una volta che si è riuscito a copiare l’originale in maniera precisa, prevede un salto evolutivo. La Cina è riuscita a operare questo salto in diversi ambiti: lo ha fatto con il capitalismo, inventando il capitalismo con “caratteristiche cinesi” che a noi può apparire contraddittorio, ma in Cina anche la contraddizione ha una valenza differente rispetto all’occidente, e le cose possono convivere senza escludersi; un secondo esempio riguarda invece il concetto di “sovranità digitale”, la Cina è infatti arrivata a controllare internet, un campo che in occidente per tantissimo tempo è stato sinonimo di libertà assoluta – da cui la nota risposta di Bill Clinton ai funzionari cinesi che tentare di controllare internet sarebbe stato come cercare di inchiodare al muro la gelatina. Dunque vi è stata sicuramente una sottovalutazione della Cina, a mio giudizio dovuta un po’ ad un senso di superiorità da parte dell’occidente, ma soprattutto ad una carenza di conoscenza: mentre la Cina conosce molto bene l’occidente, l’occidente conosce molto poco la Cina. Non conoscere la Cina, che ormai è un attore globale così importante e le cui decisioni hanno un impatto profondo sulle nostre vite, è un limite che dobbiamo superare. La sfida maggiore per il presente e il futuro è proprio quella di conoscere, studiare e approfondire la Cina. Occorre riuscire a fare ciò di cui si accennava prima: immedesimarsi nel pensiero cinese, capire come pensa e agisce la Cina e quindi sapere con chi si ha a che fare. È questa la premessa necessaria per riflettere sulle azioni politiche da adottare nei rapporti con questo Paese. La tradizionale posizione di un occidente giudicante non è più accettata dalla Cina, anche perché tale impostazione si è spesso caratterizzata per una certa ipocrisia. Agli inizi degli anni Duemila i leader occidentali parlavano di “diritti umani” quando si recavano in viaggio in Cina, ma ad un certo punto si è smesso, ritenendo più conveniente delocalizzare e produrre a basso costo in Cina. La critica sul tema delle violazioni dei diritti umani è così uscita quasi del tutto dalle agende diplomatiche occidentali; oggi è tornata, ma incarnata in un atteggiamento che può essere solo di scontro, a fronte di una Cina che ora più che mai non è disposta ad accettare questo tipo di messaggio e di ingerenza. 

 

Esistono davvero oggi i presupposti per una comprensione reciproca tra occidente e Cina o la traiettoria è quella di un inevitabile conflitto?

Giada Messetti: Bisogna far esistere questi presupposti: io sono dell’idea che si debba fare di tutto perché sia così, ma purtroppo non è possibile ottenere questo risultato se non vi è un cambio di atteggiamento. È difficile perché in questo momento si assiste a una continua provocazione da entrambe le parti, la Cina è forte e non accetta più di essere redarguita o attenzionata in modo paternalistico, ed è quindi meno incline all’ascolto rispetto al passato. Questo non significa, però, che non si debba provare a far sì che ci possa essere un dialogo efficace, e l’unico modo per cui ciò può avvenire è ridurre il nostro gap di conoscenza, entrare nella mentalità cinese, ascoltare quello che la Cina dice – non necessariamente condividerlo, ma arrivare a capire perché la Cina si muove in un certo modo, e quindi trovare un terreno di incontro e modalità in cui comunicare in maniera efficace, evitando la logica del muro contro muro. L’attualità mostra i segnali di un aumento rilevante della tensione, che io mi auguro si interrompa o almeno rallenti al più presto. Non mi piace parlare di nuova Guerra Fredda, lo trovo un concetto fuorviante per indicare questo periodo storico – ma assistiamo oggi all’idea di uno scontro di civiltà, di una divisione in blocchi in cui un “noi” è contrapposto ad un “loro”, l’occidente contrapposto alla Cina. Occorre invece costruire vie di convivenza e cooperazione, salvaguardando ciò che siamo e i valori che ci sono propri, ma anche scongiurando un inasprimento della tensione e cessando di insistere sulla divisione. Certo siamo diversi, e la democrazia non equivale all’autoritarismo, ma insistere sulla divisione, invece che su ciò che ci accomuna, non può che produrre conseguenze negative.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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