“La città dei ricchi e la città dei poveri” di Bernardo Secchi

città

Recensione a: Bernardo Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 90, 14 euro (scheda libro).


A partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, l’urbanistica ha conosciuto un momento di grande espansione, arrivando a costruire attorno a sé un pubblico sempre più ampio composto da specialisti e non. Il tema della città, o in generale quello degli spazi di vita collettivi, ha infatti coinvolto una molteplicità di saperi, discipline ed interessi dimostrando come esso non riguardi solamente problemi di carattere tecnico-funzionale, e mostrando quanto in verità parlare di città significhi parlare dei cuori pulsanti delle società contemporanee: luoghi di conflitto e produzione, di creazione e decisione, di desideri e cambiamento. Vorremmo così cogliere l’occasione della riedizione di questo importante testo di Bernardo Secchi La città dei ricchi e la città dei poveri, per farne una breve presentazione e per rilanciare con forza una questione che riteniamo essere certamente molto articolata e spigolosa ma di assoluta attualità e urgenza, ovvero quella riguardante il rapporto fra urbanistica, etica e politica. Una primissima osservazione che vale la pena evidenziare, riguarda la (relativamente) recente emersione di questo tema a livello di dibattito internazionale, aspetto che delinea un notevole cambiamento nelle sensibilità intellettuali degli studiosi e più in generale dell’intera società. Il primo importante studio a riguardo è infatti rappresentato dall’opera di David Harvey Social Justice and the City (1988), un libro doppiamente importante perché: per un verso mostra la stretta relazione che lega la distribuzione delle ingiustizie sociali alla produzione dei vari spazi di vita, per l’altro afferma ancora una volta come il lavoro dell’urbanista, sia quello teorico che pratico, diventi inevitabilmente, per usare le parole di Secchi, «un continuo esercizio radicale di critica sociale»[1]. Punto di partenza per entrare in La città dei ricchi e la città dei poveri deve così essere la presa di consapevolezza che non esiste una neutralità né degli spazi né di chi li progetta, il che rende l’etica una presenza tanto scomoda quanto inevitabile.

Non è un caso dunque che l’intero lavoro di Secchi abbia come punto di inizio la crisi epistemologico-politica dell’urbanistica iniziata negli anni ’60, momento nel quale l’autore comincerà proprio la sua lunga riflessione su ciò che con un termine cinquecentesco chiamerà la politica della Renovatio Urbis, cioè un ripensamento del progetto urbano a partire dalla volontà di risoluzione dei tre grandi problemi che segneranno in maniera costante il disegno della città futura (per noi contemporanea): 1) la questione ambientale e di sostenibilità energetica, 2) una mobilità più rapida e capillare, 3) la riduzione delle crescenti disuguaglianze sociali. Parallelamente vengono poi identificati anche i tre principali errori che vanno assolutamente evitati, pena la costruzione di un territorio urbano polarizzato dove le risorse (spaziali e non) rischiano di venire distribuite in maniera estremamente disuguale: 1) bisogna evitare di proporre una nuova versione del modello razionalista e funzionalista tipico del movimento moderno ma ormai definitivamente sorpassato, 2) non accettare quanto imposto dal neonato paradigma neoliberale, espressione di logiche totalmente riduzional-funzionaliste, 3) non cadere nella tentazione della logica autocelebrativa delle produzioni di grandi opere, che fanno dell’urbanista o dell’architetto una “star” e privano la progettualità di una qualsiasi prospettiva ecologica che porta ad osservare lo spazio (persino i suoi aspetti potenziali) in maniera totalmente parziale, individuale e residuale, rifiutando cioè il desiderio di costruzione di una città comune[2]. In questi sei punti sono così riassunte le premesse che gettano le basi per quella che Secchi ha affermato essere la nuova questione urbana, le cui implicazioni ricadono sulla stessa disciplina e professione: «Io sostengo qui che l’urbanistica abbia forti e precise responsabilità nel’aggravarsi delle disuguaglianze e che il progetto della città debba essere uno dei punti di partenza di ogni politica tesa alla loro eliminazione o contrasto»[3].

Quando la città esplode diventando un esteso territorio urbano privo di forme stabili, quando si trasforma cioè in quella che Bonomi chiama la città infinita[4], ovvero una città senza confini netti, in perenne espansione e attraversata da un’enorme molteplicità di flussi, allora il tema delle disuguaglianze, delle fratture sociali, delle segregazioni spaziali, della «mancata porosità» tra gli spazi collettivi, per usare un’espressione di Secchi, riemerge con vigore ed è proprio in un contesto di questo tipo che l’urbanista e l’architetto possono giocare un ruolo politico di primaria importanza, dimostrando anche la rilevanza dei loro saperi e ruoli. Essi possono infatti intervenire in queste lacerazioni che si sono aperte nel tessuto urbano e che rispecchiano lacerazioni nel tessuto socio-antropologico, lavorando non solo per ricucirle ed evitare emorragie che porterebbero al collasso di interi territori, ma anche per convertire tali fratture e lesioni in spazi di potenzialità, di trasformazione e sperimentazione per nuove forme di co-abitazione tra molteplici gruppi sociali (a tal proposito basti pensare al complesso tema della gentrificazione o della rigenerazione urbana).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La città dei ricchi e la città dei poveri

Pagina 2: Città e questione urbana

Pagina 3: Conclusioni


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Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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