Scritto da Renato F. Rallo
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La COP – Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – è diventata a tal punto il palcoscenico di tutte le ingiustizie del mondo che in alcune giornate è francamente difficile ricordare qual era il problema iniziale, la domanda a cui dovevamo rispondere. Il perimetro della conferenza è diventato così ampio per un motivo chiaro e comprensibile: l’energia è lo spirito del mondo, che senza energia sarebbe immobile, sarebbe materia morta. La forma di energia su cui la civiltà del pianeta Terra ha fatto leva negli ultimi due secoli per svilupparsi in tutte le direzioni – dall’aspettativa di vita alla capacità di viaggiare a quella di trasmettere informazioni – si basa, ancora per circa l’80%, su fonti di energia fossile, cioè accumulatasi per milioni di anni sottoterra e che, quando viene bruciata, emette CO₂. Quindi da trent’anni gli Stati si incontrano alle COP per impegnarsi davanti ad altri Stati a emettere meno CO₂.
Veniamo subito al cuore della delusione: questa COP30 di Belém in Brasile, dal punto di vista dell’impegno a emettere meno CO₂, non ha fatto passi avanti. Ma la delusione su questo aspetto non è arrivata all’improvviso nelle due settimane di conferenza, bensì durante tutto l’anno precedente. Era l’anno in cui tutti gli Stati dovevano rinnovare i loro impegni, i NDCs (Nationally Determined Contribution), e solo pochissimi lo avevano fatto entro le scadenze e in modo – come si dice in queste circostanze – “ambizioso”. Il motivo è piuttosto facile da identificare: le perduranti guerre calde dell’ultimo anno, l’ennesima uscita degli Stati Uniti di Donald Trump dall’Accordo di Parigi (la piattaforma su cui si basa tutto questo meccanismo), insieme a tutto ciò che in generale Trump ha detto o fatto o minacciato di fare (i dazi, il quotidiano oltraggio al multilateralismo) avevano comprensibilmente spinto i decisori pubblici a non fare passi in avanti rischiando di trovarsi da soli. La stessa Unione Europea, storica leader morale di questa battaglia, aveva trovato un accordo interno in ritardo e con grande difficoltà, visti tutti gli altri dossier sul tavolo europeo. Dunque, sul principale aspetto quantificabile in termini climatici, nessun passo avanti nel 2025 e nessuna bella sorpresa a Belém: tutto rimandato.
L’altra delusione, quella più legata alle due settimane di COP30, è che pur essendo partita in un clima di basse aspettative, la presidenza brasiliana (la presidenza ha un ruolo chiave nell’impostazione e negli esiti di ogni conferenza) si era mostrata fin da subito curiosamente pragmatica. Mentre tutti arrivavano un po’ assonnati e disillusi a questo rito trentennale, in un anno in cui il rito sembrava particolarmente scialbo e marginale, l’ambasciatore André Aranha Corrêa do Lago e il suo braccio destro Ana Toni sembravano avere degli assi nella manica. In particolare, nei primi giorni di conferenza era iniziata a serpeggiare la voce sull’esistenza di una bozza di dichiarazione finale in cui si sarebbe parlato addirittura di una “roadmap per l’uscita ordinata dai combustibili fossili”.
Entriamo qui in un ambito, quello del simbolismo delle COP, su cui vale la pena spendere due parole perché è diventato (giusto o sbagliato che sia) altrettanto centrale rispetto a ciò che c’è di numerico e misurabile. Quello che i media di tutto il mondo raccontano alle opinioni pubbliche, che poi voteranno o spingeranno i propri politici ad attuare politiche ancora più (o ancora meno) orientate alla salvaguardia del clima, questa notiziabilità delle COP non è solo legata ai numeri, cioè agli impegni concreti dei singoli stati, ma è anche molto legata alle decisioni politiche, verbali, di indirizzo, che da ogni COP emergono. Per questo motivo la COP28 di Dubai è rimasta nel cuore di molti, soprattutto quelli che seguono le COP come un evento lontano e piuttosto alieno. Quella COP, peraltro ospitata da uno dei Paesi che più rappresentano gli interessi dell’industria fossile, si concluse con un altisonante e mai pronunciato prima: “transitioning away from fossil fuel”. Da cui tutte le opinioni pubbliche per un anno – cioè fino alla deludente COP29 di Baku – pensarono alla transizione in termini ottimistici. Un ottimismo non basato sui numeri, ma basato sulle parole – che d’altronde, come dice il film, sono importanti.
Bene: le parole su cui la presidenza brasiliana di COP30 ha cercato di convincere tutti i Paesi – una specie di orizzonte temporale per questo “transitioning away” rimasto appeso nella memoria collettiva – non si sono trovate. Su questo punto non c’è stato l’accordo. Dunque la decisione finale, con cui si conclude ogni COP, è stata essenzialmente debole e deludente.
Un’altra notizia tiepidamente cattiva, o neutra, è stata il ruolo della Cina. Se l’accordo di Parigi del 2015 fu dovuto al sostanziale accordo tra Stati Uniti e Cina, il ritiro di un ex co-protagonista dalla scena potrebbe far pensare all’occasione ideale per l’altro di prendersela tutta.
Pia illusione. L’impero millenario evidentemente non ragiona su scale temporali così repentine, né insegue la volatilità degli umori occidentali. Il ruolo della Cina in ambito climatico è ancora ambiguo: la Cina è di gran lunga il più grande installatore di nuova potenza rinnovabile e, allo stesso tempo, il più grande emettitore di CO₂, con piani di decarbonizzazione ancora timidi e giustificati dal principio onusiano delle responsabilità comuni ma differenziate (CBDR). Tradotto: facciamo quello che possiamo, nei tempi in cui possiamo.
Dal punto di vista della filiera industriale, la Cina controlla la stragrande maggioranza dei componenti per impianti di energia rinnovabile: dall’estrazione di materie prime ai prodotti finiti. Questa egemonia è diventata talmente schiacciante da offrire un argomento piuttosto ragionevole a chi mette in dubbio – spesso animato da interessi più biechi – la sicurezza geopolitica di tecnologie così dipendenti da un unico attore.
Se il clima fosse l’unico tema sul tavolo del mondo, alla luce di un quadriennio senza Stati Uniti, la comunità internazionale offrirebbe alla Cina la leadership climatica in cambio di maggiori responsabilità, sia dal punto di vista delle emissioni interne che sulla libera circolazione di metalli critici per la transizione. E in effetti questi tentativi lusinghieri sono stati suffragati da più parti, salvo essere puntualmente e gentilmente declinati dai rappresentanti cinesi. Il gigante asiatico rimane in silenzio, non vuole essere messo sotto i riflettori. Fa quello che ha pianificato di fare, non un passo in più, e soprattutto non per seguire ipotetiche agende di egemonia dettate da altri.
Il problema del negoziato però è che se gli Stati Uniti remano esplicitamente contro il clima – e riescono a farlo anche non partecipando fisicamente alla COP, tramite i loro più fedeli alleati – servirebbero potenze altrettanto pesanti a remare nella direzione “giusta”. Per adesso, l’alleanza dei volenterosi climatici sembra raccogliere una galassia di Paesi poco influenti, la cui più emblematica “potenza di carta” è proprio l’Unione Europea. Su proposta del presidente colombiano Gustavo Petro, una parte di questa coalizione – al momento 24 Paesi – ha deciso di riunirsi in una nuova conferenza: The International Conference on the Just Transition Away from Fossil Fuels. Appuntamento al porto caraibico di Santa Marta, il 28 e 29 aprile del 2026.
L’esperimento sembra interessante e merita di essere seguito, anche se una conferenza del genere rischia di moltiplicare i tavoli e depotenziare lo sforzo collettivo.
Quindi anche quest’anno nessuna vera buona notizia? Provo a rispondere a questa domanda – che faccio innanzitutto a me stesso prima, durante e dopo ogni COP – su due piani: uno di metodo, e uno di merito. Sul metodo: le COP sono davvero diventate l’assemblea che cerca di risolvere – tramite il prisma del clima e dell’energia – tutte le ingiustizie del mondo. Quindi è innanzitutto una buona notizia il fatto che questa assemblea esista ancora, e che (quasi) tutti gli stati del mondo ritengano ancora interessante parteciparvi. Ci sono anni in cui l’armonia del mondo sembra migliorare e anni in cui peggiora. E se il 2025 ci aveva dato un’impressione di rapido deterioramento, Belém non ci ha stupito e anzi ha confermato pienamente il trend del mondo fuori.
La bella notizia di merito è una cosa che in realtà già si sapeva, ma che è tornata a circolare qualche settimana prima della COP tramite un numerino (benedetti siano i numerini che recano buone notizie). Prima dell’accordo di Parigi il mondo era su una traiettoria di +3,8 °C al 2100 (rispetto all’era preindustriale), mentre adesso siamo a “soli” +2,6 °C. È ancora tanto, sogniamo ancora di arrivare a un traguardo molto inferiore, però questo ci dimostra che le sorti del mondo – e dei negoziati climatici – non sono quasi mai bianche o nere. E quindi, a meno di sorprese, delegazioni di tutto il mondo si incontreranno a novembre 2026 alla COP31, ad Antalya in Turchia, per salvare un pezzettino di clima in più, un centesimo di grado alla volta.