La Corea del Nord come attore globale

Corea del Nord

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La Corea del Nord e il fallimento della non proliferazione

Il tentativo più strutturato di mettere fine al programma nucleare nordcoreano è stato il cosiddetto six-party talks (2003), con la partecipazione di Cina, USA, Russia, Corea del Sud, Giappone e DPRK. Tali negoziati sembrarono dare alcuni frutti, e nel 2005 la Corea del Nord si impegnò ufficialmente ad abbandonare il programma nucleare, a rientrare nel NPT e ad accettare le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), in cambio del riconoscimento della legittimità dello sviluppo di tecnologie nucleari a scopo civile; nel 2007 si impegnò a chiudere gli impianti di Yongbyon in cambio di 50.000 tonnellate di combustibile pesante. Purtroppo, nessuna delle promesse di Pyongyang ebbe seguito, e poco dopo l’accordo del 2007 la situazione precipitò; da lì a poco, infatti, i test missilistici sarebbero ripresi, la Corea del Nord si sarebbe ritirata dal six-party talks e avrebbe dichiarato la negoziabilità del suo programma nucleare.

Le reazioni della comunità internazionale non sono riuscite a fermare lo sviluppo del programma, e nemmeno la morte di Kim Jong-il ha cambiato le carte in tavola: l’attuale leader Kim Jong-un, succeduto al padre nel 2012, non ha alcuna intenzione di invertire la rotta. In tempi non sospetti (prima dell’impennata del numero dei test negli ultimi mesi), il direttore dell’U.S. National Intelligence James R. Clapper Junior ha dichiarato che il tentativo di persuadere la Corea del Nord ad abbandonare il proprio programma nucleare è “probabilmente una causa persa” in quanto esso costituisce “il loro ticket per la sopravvivenza”. Non bisogna dimenticare, infatti, che la strategia atomica della Corea del Nord risponde a due imperativi: da una parte cementare il consenso interno attraverso una costante dimostrazione di forza e dall’altra cercare di ottenere uno status a livello internazionale tale da garantire una certa sicurezza al regime; tale status non può essere ottenuto né a livello politico (vista la natura del regime) né a livello economico (vista l’estrema povertà del Paese).

La strategia internazionale volta a mettere fine al programma missilistico e nucleare nord coreano ha ricalcato quella della “pazienza strategia”, di matrice USA. Tale strategia consiste nel tentativo di fare pressione sul regime al fine di spingere la Corea del Nord a ritornare al tavolo dei six-party talks, e contemporaneamente convincere la Cina ad adottare una linea dura verso il suo alleato; tale tentativo è fallito. Al contrario, il regime di Pyongyang si è rafforzato internamente, ha concluso una transizione di regime per nulla semplice (Kim Jong-un aveva solo 26 anni quando ha preso il posto del padre), mentre l’economia del Paese è cresciuta. Tale situazione ha inoltre fatto sì che la Corea del Nord sia oramai riconosciuta come Paese detentore di armi nucleari de facto, anche se non de jure.

La base del regime globale di non proliferazione è il cosiddetto Non-Proliferation Treaty (NTP). Tale trattato è entrato in vigore nel 1970 e ha visto (prima) l’adesione della Corea del Nord nel 1985 come “Non Nuclear Weapons State” e (poi) la sua uscita nel 2003. Il precedente che si è venuto a creare è particolarmente grave, in quanto la DPRK è uscita dal trattato invocando l’articolo X del trattato, il quale prevede la possibilità di uscita unilaterale da parte di uno Stato se tale Stato decide che si sono verificati eventi straordinari legati alla materia in questione; seppure non si sia oggettivamente verificato alcun evento straordinario, il carattere auto interpretativo di tale articolo (ossia la possibilità da parte di uno Stato di valutare se tali eventi si siano o meno verificati) è stato riconosciuto dagli altri firmatari, che hanno quindi ritenuta legittima l’uscita della DPRK. L’implicazione più evidente a livello globale è un indebolimento dell’NPT stesso; per tale motivo è importante che la Corea del Nord non ottenga mai lo status di Paese nucleare de jure.

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Bolognese, classe '94, laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Si occupa di politica italiana e internazionale, geopolitica e Unione Europea, studi strategici e sicurezza internazionale.

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