La crisi in Niger e l’ordine nel Sahel. Intervista a Luca Raineri
- 08 Agosto 2023

La crisi in Niger e l’ordine nel Sahel. Intervista a Luca Raineri

Scritto da Giulio Pignatti

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Il 26 luglio 2023 il Niger è stato il teatro di un colpo di Stato militare condotto dal generale Omar Tchiani, capo della Guardia presidenziale, che ha rovesciato il presidente legittimo, Mohamed Bazoum, eletto nell’aprile 2021 in seguito alla prima transizione democratica nella storia del Paese. Il Niger, uno dei pochi regimi democratici dell’area del Sahel, destabilizzata da diversi colpi di Stato dal 2020, era rimasto il principale interlocutore dell’Occidente su temi cruciali di sicurezza come i flussi migratori e la lotta al terrorismo. Per approfondire questa crisi dalle rilevanti ripercussioni anche per l’Europa e l’Italia, tracciando allo stesso tempo le linee più ampie della situazione politico-sociale dell’Africa occidentale, abbiamo intervistato Luca Raineri, ricercatore in studi di sicurezza alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Dal 2010 è stato impegnato in numerose missioni in Mali, Niger, Tunisia e Senegal; tra le ultime pubblicazioni, Jihad in Africa. Terrorismo e controterrorismo nel Sahel (con Edoardo Baldaro, a cura di, il Mulino 2022) e La crisi libica e l’ordine internazionale. Dall’intervento umanitario alla competizione geopolitica (Carocci 2022).


Nella regione del Sahel negli ultimi anni si sono susseguiti diversi colpi di Stato, come quelli in Mali e in Burkina Faso. Qual è la specificità di questa crisi nigerina, che ha scosso più di altre gli attori occidentali?

Luca Raineri: In primo luogo, il Niger era diventato l’ultimo e più importante bastione della presenza occidentale nella regione del Sahel, su cui l’Occidente tutto – l’Unione Europea, la Francia, l’Italia, gli Stati Uniti, il Canada… – aveva deciso di investire in maniera molto significativa nell’ultimo decennio. L’investimento non riguardava inizialmente solo il Niger, ma senza dubbio anche altri Paesi dell’area, come il Mali. Ma i colpi di Stato di ispirazione militare che hanno travolto la regione negli ultimi anni hanno costretto la presenza occidentale a trincerarsi in uno spazio sempre più confinato, da ultimo ristretto principalmente al Niger. Così ora nel Paese si trova la più grande – ma anche l’ultima – base militare francese nel Sahel, la più importante base americana in Africa e il più nutrito contingente italiano sul continente. La seconda ragione che rende particolare questo specifico golpe riguarda la traiettoria del presidente deposto Mohamed Bazoum, differente da quelle precedenti. I quattro golpe – due per Paese – che hanno interessano Mali e Burkina Faso si sono svolti contro presidenti giunti al secondo mandato e in una fase calante di propulsione politica e di consenso popolare. Il caso di Bazoum è differente: eletto da poco più di due anni, al primo mandato, godeva ancora di una buona popolarità in patria e di un enorme favore internazionale. Un terzo elemento che si può aggiungere è che l’accumularsi e il succedersi di eventi di questo tipo ha suscitato crescente preoccupazione da parte degli Stati della regione che un golpe non l’hanno subito e che cercano in tutti i modi di evitarlo. Forse questo è il golpe di troppo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che infatti ha provocato la reazione di altri Paesi della regione, innanzitutto la Nigeria.

 

Per quanto riguarda i fattori di coinvolgimento da parte dell’Occidente verso il Niger, in un articolo recente lei ha relativizzato l’importanza degli interessi francesi per l’uranio che viene estratto nel Paese. Perché? Quali sono allora i fattori a cui guardare maggiormente?

Luca Raineri: Il tema della predazione delle risorse minerarie e in particolare dell’uranio è stato senz’altro importante nella storia del Niger, e molti analisti sostengono che ciò ha potuto essere una causa dei molti golpe che hanno colpito il Paese. Questo è sicuramente un paradigma utile per interpretare ciò che è accaduto in passato, fino all’ultimo golpe effettuato, quello che he destituito il presidente Mamadou Tandja nel 2010, il quale a sua volta aveva forzato la costituzione per assicurarsi un terzo mandato presidenziale extra-costituzionale. Ma questo golpe è molto meno legato all’uranio dei precedenti: innanzitutto perché ormai non sussiste più quel vincolo di natura tutta postcoloniale in virtù del quale la Francia pagava al Niger l’uranio ad una frazione del prezzo di mercato, grazie a un accordo stipulato al tempo di De Gaulle nel momento dell’indipendenza del Paese africano. Questo accordo è saltato da una decina d’anni e ora prevale una situazione di mercato, tanto che oggi l’estrazione dell’uranio nigerino non vede più un monopolio francese ma una partecipazione dei big player del settore, come canadesi e australiani. Bisogna aggiungere che dopo Fukushima il prezzo dell’uranio sul mercato è crollato, a tal punto che la convenienza economica delle miniere di uranio presenti in Niger, collocate nelle profondità del Sahara, in una zona con limitati collegamenti infrastrutturali, è venuta meno. Non a caso importanti giacimenti minerari di proprietà del gigante francese del settore non sono mai stati aperti o sono stati chiusi con licenziamento dei lavoratori. Insomma, è difficile dire che quei giacimenti siano ora l’asset più strategico nella regione. Negli ultimi anni, infatti, la Francia ha nettamente ridotto le importazioni dal Niger, aumentando quelle dal Kazakistan, dal Canada e dall’Australia.

 

Quali sono allora gli asset veramente strategici?

Luca Raineri: Per spiegare cosa ha precipitato il golpe bisognerebbe concentrarsi soprattutto sulle dinamiche interne, che hanno a che fare con altre risorse, innanzitutto il petrolio. In Niger si sta scoprendo molto petrolio, sono stati avviati lavori di costruzione di un oleodotto che consentirà di potenziare la produzione nazionale. Non al punto di fare del Niger un produttore di primo livello al pari di Nigeria o Libia, ma sicuramente in grado di mobilitare moltissimi finanziamenti, e, come spesso accade a queste latitudini, commissioni e tangenti. Questo avrebbe alimentato gli appetiti di diverse consorterie di potere, ed è a esse che molti analisti riconducono i prodromi del golpe, che poi può avere avuto degli sviluppi anche inattesi rispetto a quanto inizialmente prospettato da chi l’ha propiziato. Le ragioni per cui il Niger è importante per l’Occidente oggi sono invece di tutt’altro tipo, innanzitutto securitario. È un Paese in cui si avviluppano quasi tutte le sfide più importanti per l’agenda di sicurezza dell’Occidente: la sfida migratoria – il Niger è uno snodo fondamentale dei flussi migratori dall’Africa occidentale verso il Mediterraneo –, la lotta alle insurrezioni jihadiste – le periferie nigerine sono aggredite dai gruppi connessi alle metamorfosi di Al Qaida, dello Stato islamico e di Boko Haram, che proprio qui vengono a incrociarsi – e la competizione con la Russia. Il Niger è uno dei Paesi su cui l’Occidente aveva puntato maggiormente per cercare di rafforzare la propria presenza sul continente a fronte dell’avanzata di competitor strategici come Mosca. Questo golpe rischia di mettere l’Occidente in una situazione di svantaggio.

 

Nonostante ci sia forse una generale sopravvalutazione dei fattori internazionali nella lettura del golpe nigerino, è comprensibile che il pensiero di molti si sia rivolto all’azione dei mercenari del gruppo Wagner. A che livello potrebbe situarsi il loro coinvolgimento?

Luca Raineri: Se parliamo di cause del golpe, credo che l’ipotesi che esso sia stato propiziato dal gruppo Wagner sia molto poco plausibile. Non c’è dubbio che anche in Niger, come in altri Paesi del continente africano e del mondo, esistano delle casse di risonanza alimentate da bot riconducibili alle “troll farms” di Evgenij Prigozhin, ma queste non hanno immediatamente a che vedere con la dinamica con cui si è svolto il golpe. Evacuata l’ipotesi che ambiti riconducibili al Cremlino siano stati in qualche modo tra i propiziatori del colpo di Stato, rimane l’ipotesi che essi possano agevolarsi del golpe avvenuto per mano altrui; ciò è anzi molto probabile. Alcune ricostruzioni plausibili sostengono che i nuovi esponenti della giunta militare si sarebbero subito precipitati a prendere contatti con il gruppo Wagner, anche a fronte di una minaccia di intervento diretto da parte di Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale.

 

Passando appunto alle dinamiche regionali, come valuta la reazione, abbastanza ferma rispetto ad altre occasioni simili, da parte di Ecowas? Quanto è probabile lo scenario di un intervento militare?

Luca Raineri: È molto difficile da valutare. Personalmente ero tra quelli che in un primo momento pensavano che si trattasse di un bluff, mentre ora in effetti le cose sembrano procedere in un’altra direzione. In questo momento, il presidente dell’Ecowas, che è anche presidente della Nigeria, Bola Tinubu, sembra molto determinato a procedere. Questo forse perché è preoccupato per la tenuta della democrazia in altri Stati della regione. Ad essere effettivamente sorprendente è la totale assenza di deterrenza: si può effettuare un golpe impunemente, senza spargere sangue e senza sparare un proiettile, e di fatto insediarsi alla testa di uno Stato. Questo è avvenuto nei golpe precedenti negli Stati vicini, e le giunte militari beneficiano poi almeno per qualche anno di una sorta di consenso popolare trascinato da un’ondata di sovranismo. Ciò fa molta paura ai leader locali. In tutto questo, c’è da considerare anche che la Nigeria ha un nuovo presidente – Tinubu è stato eletto quest’anno – che, fin da quando è diventato presidente di turno di Ecowas, ha messo da subito in chiaro che avrebbe adottato un approccio molto più rigido. Il golpe in Niger, avvenuto poco dopo, ha messo alla prova la sua credibilità. In realtà però Ecowas non è nuova a questo tipo di interventi: ne sono stati fatti di coercitivi nel passato, basati su un protocollo di intesa tra i membri dell’organizzazione che in teoria li obbliga a intervenire in soccorso l’uno dell’altro laddove uno Stato dovesse subire un golpe militare. In passato Ecowas è intervenuta in tal senso in Costa d’Avorio e in Gambia. Non è intervenuta militarmente – ma solo con sanzioni – in Mali e in Burkina Faso, forse anche alla luce del fatto che sono entrambi Paesi grandi e insicuri, per cui un’operazione militare avrebbe potuto avere costi pesanti.

 

Per quanto riguarda le reazioni interne al Niger, hanno fatto il giro del mondo le immagini dei manifestanti in piazza e dei loro striscioni contro la Francia e a favore di Putin. La società civile è schierata così compattamente a favore del golpe o la situazione è più sfumata?

Luca Raineri: Sicuramente la situazione è più sfumata. Nel momento in cui il golpe è avvenuto, il presidente Bazoum godeva di una discreta popolarità, di certo maggiore di quella del suo partito – Bazoum governa il Paese da due anni, ma il suo partito da dodici e il suo predecessore, Mahamadou Issoufou, era ampiamente screditato nel Paese. La mia sensazione è che ci fosse grande attesa e speranza riposta nei confronti di Bazoum, affinché potesse imprimere una svolta a una serie di problematiche che affliggono il Paese da molti anni. Attesa parzialmente frustrata, certo, ma ciò non aveva intaccato fortemente la popolarità del presidente. Tanto che, nelle prime ore dopo il golpe, moltissimi soggetti della società civile vera e organizzata – quella che esiste da anni, non quella improvvisata a favore di telecamere nelle ultime ore – avevano rilasciato dichiarazioni coraggiose per il ripristino della democrazia e contro il golpe. Voci provenienti anche da ambienti riconducibili all’opposizione di Bazoum. La situazione si è andata però modificando nelle ore successive, perché la minaccia di un intervento militare ha consolidato una retorica sovranista, una logica di rally behind the flag, e, d’altra parte, l’ondata repressiva messa in atto dalla giunta ha anche consigliato maggiore mitezza e approcci sotterranei.

 

C’è il rischio che per il Niger il futuro sia simile al presente del Mali, cioè uno scenario di violento conflitto interno e di instabilità di cui si avvantaggiano le formazioni jihadiste?

Luca Raineri: In Mali la situazione è peggiorata negli ultimi diciotto mesi, a partire dal momento in cui l’arrivo delle forze russe ha decretato la partenza delle truppe francesi. In questo anno e mezzo le forze maliane non sono riuscite ad avanzare, mentre sono aumentate in maniera esponenziale le vittime civili, gli abusi rispetto ai diritti umani, gli attacchi perpetrati dai gruppi jihadisti e si è allargata l’area sotto l’influenza del più pericoloso di questi gruppi, cioè lo Stato islamico. Tutti gli indicatori quindi sono in rosso. Ciò era del resto ampiamente prevedibile, perché un migliaio di uomini della Wagner senza aviazione e che intervengono dietro lauto compenso non potevano certo competere con il tipo di supporto militare erogato da cinquemila militari francesi, dotati di aviazione, di avanzate tecnologie, di una conoscenza approfondita del Paese e di un apparato diplomatico internazionale. È dunque chiaro che il gruppo Wagner non ha le capacità tecniche e operative per prevalere. È altamente probabile che le cose peggiorino anche in Niger qualora il golpe dovesse essere confermato. In tal senso ci sono tre scenari possibili: nel primo – quello che attualmente pare caldeggiato da Roma – si tenta di scendere a patti con la nuova amministrazione, in un’ottica pragmatica di dialogo sugli interessi convergenti, cercando di mantenere un supporto al settore della sicurezza ed evitando quindi l’implosione dello Stato. La seconda linea è più intransigente e dura: inevitabilmente finirebbe per spingere la nuova giunta nigerina nell’abbraccio della Wagner, anche solo per l’esigenza di perpetuare la propria esistenza; ciò probabilmente concretizzerebbe uno scenario analogo a quello del Mali. La terza ipotesi, del tutto imponderabile, è quella di un intervento militare da parte della Nigeria: ciò determinerebbe probabilmente una situazione di insicurezza di medio-lungo termine, che avvantaggerebbe i gruppi jihadisti, sebbene in maniera diversa rispetto a quanto sta accadendo in Mali. Un conto, infatti, è avere un fronte di conflitto, quello tra Stato e jihadisti – anche se in Mali la situazione è più complicata –, un altro è avere due fronti, quello eventuale tra il Niger e un’alleanza internazionale e poi quello che vede entrambi opposti ai jihadisti.

 

In seguito alla crisi in Libia, il Niger, come detto, è diventato l’avamposto delle politiche migratorie dell’Unione Europea. Che impostazione è stata incoraggiata e finanziata dall’Unione in questi anni in termini di blocco delle partenze e di criminalizzazione del traffico? Che cosa implica l’instabilità del Niger dal punto di vista delle migrazioni verso l’Italia e l’Europa?

Luca Raineri: Nella complessità della traversata del deserto del Sahara, il Niger è uno dei Paesi di transito relativamente più “agevoli” verso la Libia. Prima dell’implosione del regime di Muammar Gheddafi, la Libia stessa aveva utilizzato in maniera strumentale i flussi migratori che attraversavano il Niger – tra l’altro in molti casi diretti proprio in Libia, che ospita una grande popolazione migrante nigerina –, in parte per dotarsi di manodopera a basso costo, in parte per poter ricattare l’Unione Europea. Questi flussi hanno assunto una valenza ancora più importante non tanto a partire dalla caduta del regime di Gheddafi, bensì verso il 2014-2015, in concomitanza con l’esplosione della cosiddetta seconda guerra civile libica, quando sono aumentate grandemente le partenze attraverso il Mediterraneo. A fronte di ciò, l’Unione Europea ha cercato di ingaggiare una discussione con la Libia, che però si è rivelata in gran parte fallimentare in virtù dell’inaffidabilità delle milizie, che giocano al “pompiere piromane”: ricevono sostegno economico e politico da parte dell’Unione ma, dall’altra parte, agevolano i flussi migratori, da cui traggono una parte – seppur invero secondaria – delle risorse utili alle loro finalità politico militari. Di fronte a un’inanità della strategia verso la Libia, l’Unione Europea ha allora cercato di costruire una relazione col partner più a monte della Libia relativamente alle rotte provenienti dall’Africa occidentale, e così nel Niger si è trovato un interlocutore molto più ricettivo. Questo anche perché il Niger è uno dei Paesi più dipendenti al mondo dagli aiuti internazionali. L’approccio dell’Unione nella repressione dei flussi migratori irregolari è consistito in tre elementi principali. In primo luogo, con forte impulso politico dell’Unione e con l’aiuto tecnico di IOM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il Niger ha adottato, nel 2015, una legge che criminalizza il traffico di migranti, lo smuggling. Questo non è sorprendente di per sé: tutti i Paesi che hanno firmato la convenzione di Palermo e il protocollo addizionale sul traffico dei migranti sono tenuti a dotarsi di misure domestiche per la penalizzazione di queste condotte; ma il Niger l’ha fatto in una maniera particolarmente repressiva e vessatoria, con pene pesanti per qualunque tipo di sostegno apportato alla migrazione irregolare, compreso il fornire un panino ai migranti lungo la rotta trans-sahariana. Il secondo elemento è stato di law enforcement, tramite anche una delle missioni di sicurezza e difesa comune dell’Unione in proiezione esterna, EUCAP Sahel Niger, che dal 2015-2016 si è dotata di un’antenna nella città di Agadez, vero e proprio snodo e ultima destinazione raggiungibile con gli autobus nigerini, finalizzata a implementare la repressione nei confronti dei trafficanti di migranti. La terza misura è stata quella di provare a favorire un’interpretazione differente, più restrittiva, del protocollo che lega i diversi Paesi dell’Africa occidentale a un vincolo di libera mobilità di beni e persone: la libera mobilità deve pur sempre essere giustificata e, laddove questa sia finalizzata a uscire dal perimetro dell’Africa occidentale, e quindi verso la Libia, non è legittima. Quindi l’Unione ha cercato di complicare anche l’ingresso in Niger – non solo l’uscita dalla parte settentrionale del Paese – di cittadini dell’Africa occidentale, ritenendoli sospetti migranti irregolari. Questo approccio dell’Unione ha conseguito senz’altro dei risultati importanti dal punto di vista di Bruxelles: non c’è dubbio che i flussi migratori siano calati in maniera considerevole, anche se ora le rotte continuano ad attraversare il Niger passando da punti meno controllati, distanti dalle grandi città. Peraltro, molto spesso ciò accade tutt’altro che all’insaputa delle autorità: è interessante come i flussi tendano ad aumentare proprio in prossimità delle scadenze elettorali, il che fa sospettare che le autorità nigerine allentino la pressione perché consapevoli che la repressione del traffico migratorio è altamente impopolare. La migrazione alimenta infatti tutto un indotto di cui si avvantaggiano i nigerini della zona di Agadez, afflitti da una crisi economica legata proprio alla diminuzione dell’estrazione di uranio di cui abbiamo parlato. Molto spesso la relazione tra migranti e passeur – come vengono chiamati localmente, al posto di “trafficanti” o “criminali” – è inoltre un rapporto basato sulla fiducia e su una transazione economica su cui, come per tutto, non mancano raggiri ma che nella maggior parte dei casi è ritenuta profittevole da entrambe le parti. Molto diversa è la situazione in Libia, dove l’approccio al traffico è decisamente criminoso.

 

Bazoum era stato il primo presidente eletto in seguito a una transizione pacifica e democratica. Che cosa non ha funzionato dal punto di vista politico e istituzionale? In un articolo lei ha scritto che in Africa settentrionale e occidentale, in nome del pragmatismo, l’Occidente sacrifica volentieri il ruolo di paladino della democrazia (a differenza che in Ucraina e in altre parti del mondo): serve forse un modello di democrazia e stabilità sociale diverso da quello auspicato dall’Occidente? Ci sono spunti che arrivano dalla società civile e dalle organizzazioni regionali?

Luca Raineri: Credo sia incauto affermare che la democrazia è completamente sconfessata in Niger e nell’Africa occidentale: ci sono state manifestazioni di piazza a favore del golpe, più o meno partecipate, ma avvenute in un clima per cui è difficile dire se si tratta di un’espressione autentica della libera volontà dei cittadini e non invece il frutto di pressioni politiche e coercizioni. In Niger sono stati presenti e sono tutt’ora vivi molti intellettuali e movimenti della società civile che lottano a favore della democrazia, che rimane un orizzonte collettivo. Negli anni Novanta la società civile nigerina ha fatto quella che si può chiamare a tutti gli effetti una rivoluzione, mandando in soffitta il partito unico e forzando l’introduzione di un sistema multipartitico, con garanzie elettorali. La democrazia rimane dunque per i più solidi dei gruppi organizzati della società civile un’ambizione; il problema è che la democrazia, così come si è inverata fino ad oggi a queste latitudini, non è stata in grado di soddisfare le aspettative che l’avevano generata. Rimangono infatti grandi disuguaglianze sostanziali; inoltre, la democrazia non è stata in grado di arginare la deriva verso una forma di potere che gli analisti chiamano di tipo “neo-patrimoniale”, in cui la struttura burocratica pubblica esiste ma non agisce in conformità al dettato weberiano di impersonalità, bensì è prestata al servizio privato del leader (per quanto eletto democraticamente), che assegna quindi alle posizioni chiave personaggi scelti non secondo criteri di trasparenza, carriera e merito, bensì di tipo clientelare, familistico ed etnico. Tutto sommato è un meccanismo che non facciamo così fatica a capire in Italia. Però è un meccanismo che ostacola la mobilità sociale e favorisce la corruzione. L’apparato che è stato scientemente sabotato in Niger è infatti quello che dovrebbe presiedere alla lotta contro l’impunità, cioè l’indipendenza dei giudici e quel sistema di check and balance che dovrebbe sorvegliare le transizioni. È ironico che ora si presentino come moralizzatori della cosa pubblica gruppi militari che negli scorsi anni, soprattutto durante il mandato di Issoufou, sono stati i primi beneficiari di regalìe. D’altra parte, è anche comprensibile che di fronte a un meccanismo del genere, dove l’ascensore sociale è immobilizzato, dove si assiste a una polarizzazione tra un’élite comprador e i peones privi di prospettive economiche e di reale tutela dei diritti, si assista, in Africa occidentale, a qualcosa di non dissimile a ciò che accade anche nel resto del mondo, cioè ad un appello di tipo populistico. La gran massa della popolazione smette di credere nella neutralità delle istituzioni democratiche e liberali, che non sono riuscite a proteggerla, e fa invece appello all’avvento dell’uomo forte, in cui si incarnerebbe in maniera quasi mistica la volontà del popolo tutto, non più segmentato in classi sociali e gruppi di interesse ma compatto in un vincolo unanimistico. Altrove l’uomo forte ha il profilo di un Donald Trump, mentre a queste latitudini ha spesso le fattezze di un militare, soggetto sociale che gode di una discreta reputazione, non foss’altro perché quasi tutte le famiglie hanno un parente che ha intrapreso la carriera militare, anche solo per beneficiare di un salario pubblico. Non è dunque infrequente, in Africa occidentale e soprattutto in Niger, l’appello al potere costituente incarnato dall’esercito, che personificherebbe in qualche modo la volontà popolare dal basso e che sfiderebbe le élite. È questo l’unico modo in cui ci si può spiegare anche la popolarità verso leader che tutto dividerebbe dalla solidarietà popolare in Africa occidentale, come Vladimir Putin o Giorgia Meloni. È una forma estremizzata di populismo, che dovremmo leggere alla luce di quello che diceva Plinio, secondo cui dall’Africa viene sempre qualcosa di nuovo. Questi continui colpi di coda politico-militari, che a noi sembrano eventi esotici e difficilmente comprensibili, in realtà rappresentano la forma più estrema e avanzata di dinamiche che si manifestano anche alle nostre latitudini, e non è detto che nei prossimi anni esse non prendano forme simili a quelle in atto in Africa occidentale.

Scritto da
Giulio Pignatti

Dottorando di ricerca in Filosofia politica all’Università di Padova, dove si è laureato dopo un periodo di ricerca all’EHESS di Parigi. Collabora con una testata giornalistica locale ed è stato alunno del corso 2023 della Scuola di Politiche.

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