La decomposizione democratica

Nel 1975, Samuel P. Huntington, Michel J. Crozier e Joji Watanuki, tre grandi studiosi e consulenti governativi, presentarono alla Commissione Trilaterale, il think thank fondato da David Rockfeller che annovera fra i suoi esclusivi membri alcuni dei principali uomini d’affari, politici ed intellettuali provenienti dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal Giappone, un rapporto di 227 pagine intitolato “La crisi della democrazia”. Il rapporto denunciava la “necessità” di ridurre gli spazi di partecipazione democratica nell’Occidente capitalista, sostenendo che il funzionamento efficace di un sistema democratico necessitasse di un “livello di apatia da parte di individui e gruppi” e che la chiave di un buon funzionamento della democrazia risiedesse nel tenere ai margini della partecipazione significative fette di popolazione. La minaccia alla democrazia americana veniva individuata “nella dinamica stessa della democrazia in una società altamente istruita, mobilitata e partecipativa”. Addirittura, i tre studiosi rimarcavano che fattori di intralcio ad un “corretto funzionamento” del sistema democratico occidentale fossero la promozione di politiche egualitarie, l’espansione della partecipazione alla vita politica dello Stato, la polarizzazione delle offerte politiche ed infine l’attenzione che il governo rivolge alle pressioni dalla società.

La compressione degli spazi di partecipazione e l’attacco alla democrazia sostanziale sono stati parte fondante della elaborazione teorico politica che è alla base della rivoluzione neoconservatrice dei primi anni ’70 e della rottura del compromesso socialdemocratico. Il suffragio universale, la creazione di istituzioni democratiche partecipative, la nascita dello stato sociale, dei partiti di massa e dei sindacati sono tutti frutti della spinta socialdemocratica a cavallo tra la fine del XIX ed la prima metà XX secolo. Sono la risposta di un capitalismo che si “autodisciplina” per contrastare il modello espansivo comunista e mantenere il consenso delle masse lavoratrici. Questo meccanismo ha regalato all’Europa Occidentale, nel secondo dopoguerra, un trentennio di forte espansione economica, in cui lo Stato maneggiava le leve fiscali per redistribuire la ricchezza e di grande avanzata nelle conquiste sociali, culminate con la “rivoluzione mancata” della fine degli anni ’60. Le grandi centrali del Capitale internazionale hanno allora risposto all’avanzata massiccia delle rivendicazioni sindacali e dei movimenti di sinistra del biennio ’68-’70 con una generale riorganizzazione del sistema e con l’avvio di un processo di mondializzazione basato sulla finanziarizzazione dell’economia e sulla capacità di delocalizzare i processi produttivi. Hanno cioè accentuato la contraddizione fondamentale, già individuata all’inizio degli anni ’30 da Gramsci nel chiuso della sua prigionia, tra “nazionalismo della politica e cosmopolitismo dell’economia”. La libertà del Capitale di decidere come, dove e quando produrre, stabilendo i regimi fiscali e spingendo al ribasso il costo del lavoro ha portato all’omogenizzazione dello spazio di mercato su scala globale, contribuendo all’affermazione del primato del momento economico su quello politico, in quanto la politica non ha la capacità di esercitare pressione ad un livello internazionale, come invece è capace di fare il Capitale.

Questo processo ha portato ad uno svuotamento di fatto della democrazia ed ad una spoliticizzazione della società. La politica non era più capace di prendere le decisioni, ma costretta ad accettare e ratificare le scelte prese in altri ambiti, quando non a dover introiettare il vincolo esterno(come nel caso europeo). La competizione politica si è ridotta ad una sfida tra cartelli elettorali che propongono varianti sullo stesso tema. “I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione” ha sintetizzato Alfredo Reichlin con sarcasmo. Sostanzialmente, siamo arrivati a un’ “economia dei sistemi politici”, direbbe Schumpeter, in cui le varie formazioni politiche sono ridotte ad essere dei prodotti che rispondono con un’offerta ad una domanda di mercato. Essendo la politica incapace di produrre orizzonti di senso e di dare risposte efficaci, i cittadini si sono sempre più allontanati dalla partecipazione attiva e la democrazia sostanziale si è progressivamente svuotata: prova ne è l’aumento preoccupante del fenomeno dell’ astensionismo, che erode il consenso sociale e fa poggiare il potere politico su basi sempre più fragili e meno legittimate a governare.

La democrazia vive cioè un processo involutivo: un vero e proprio “deconsolidamento democratico”, cioè il venir meno della capacità integrativa ed inclusiva del sistema. Perduto il suo legame a doppio filo con i diritti, con la crescita e con la mobilità sociale, la democrazia si tramuta in puro procedimento formale e procedurale. Si svuota di sostanza e senso. Regredisce ad una forma embrionale e minimale. Restano cioè solo le tecniche elettorali e la competizione per la definizione della leadership. Come dice Michele Prospero, “venuto meno l’impianto lavoristico, la democrazia non ha più un soggetto sociale a cui aggrapparsi, per cui diventa il centro di decisione sottoposto alle pressioni di gruppi di interesse. Si arriva ad una “privatizzazione dello stato”, cioè della potenza economica, che acquisisce direttamente potere politico”. La contraddizione di fondo è che un tempo la potenza economica, la capacità espansiva del mercato era controllata dalla museruola del potere politico. L’economia era asservita alla politica, che distribuiva i profitti con le leve fiscali e aveva una forte presenza del pubblico ed un controllo dei settori strategici. Oggi, invece, è la politica ad essere asservita al momento economico e a dover ratificare e mettere in pratica i “compiti a casa”, finalizzati ad accrescere “l’efficienza” dei mercati e a distruggere gli ostacoli al pieno dispiegamento del capitale: burocrazia, diritti del lavoro, democrazia.

Esemplare in questo senso è il caso della Grecia, uno Stato utilizzato come cavia dalla Trojka- sul modello del Cile di Pinochet e dei Chicago boys- per lo sviluppo delle politiche monetariste di austerità e “superamento unilaterale” della sovranità democratica. Prima con la moral suasion che dissuase il primo ministro Papademos a fare marcia indietro sulla possibilità di indire un referendum in merito alla permanenza della Grecia nell’eurozona. Poi con la campagna di delegittimazione e isolamento dell’Eurogruppo nei confronti di Syriza e Tsipras. In sostanza, non importa come si esprime il popolo nelle elezioni democratiche: l’agenda è una sola e non può essere messa in discussione.

Il rischio di questo processo di decomposizione dei sistemi democratici europei, ormai in stato avanzato, è potenzialmente immenso. Non solo formazioni di estrema destra continuano a crescere nei sondaggi-raggiungendo anche il governo, come in Polonia e Ungheria- ma si sta sgretolando persino l’ethos democratico e il concetto stesso di cittadinanza sociale e democratica. Più cala la partecipazione degli elettori, più il potere politico si indebolisce e diventa fragile. Se viene meno una cultura democratica dell’inclusione, del confronto, del dialogo, si agitano i fantasmi del razzismo, del nazionalismo, del militarismo che sono radicati in profondità nella storia europea e sempre pronti a tornare a galla, soprattutto in uno scenario di gravissimo disagio socioeconomico a causa di una depressione di proporzioni mai viste prima. L’unica soluzione possibile a questo problema, se non vogliamo che il processo di disarticolazione sociale e deconsolidamento democratico giunga alle sue estreme, ma realisticamente possibili conseguenze, è il recupero di forme di sovranità nazionale in campo monetario ed economico, unito alla riproposizione di un modello rappresentativo di tipo proporzionalista, con una forte proiezione del contatto diretto tra diretti e dirigenti e un’ opera di ricostruzione dei grandi partiti come elementi di costruzione del consenso e di organizzazione della volontà collettiva. Il recupero di sovranità nazionale in campo economico ma soprattutto monetario è fondamentale perché è l’unico modo per rilanciare la crescita, con le leve fiscali e la svalutazione della moneta, da redistribuire poi in un secondo momento tra le classi subalterne che si stanno “scollando” dal tessuto sociale. Fallito il progetto di integrazione europea sul modello funzionalista “in-due-tempi”, l’alternativa per la sinistra è tra il salvare un’Europa, che è uno spazio giuridico di mercato e nulla più, o se salvare la democrazia e il progetto federalista europeo, ripensandolo daccapo. Rischiamo un definitivo divorzio tra una società del centro, fatta dai soggetti istruiti ed inseriti, ed una società periferica, composta da tutte le vite di scarto, di chi sta fuori, degli esclusi e degli ultimi.


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Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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