“La fine del dibattito pubblico” di Mark Thompson

Thompson

Recensione a: Mark Thompson, La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia, Feltrinelli, Milano 2017, pp. 432, 22 euro (scheda libro).


Basta prendere in esame i casi relativi alla politica americana, ai suoi eccessi verbali, alla sua esuberanza dialettica e alla sovrabbondanza della medesima nel corso dell’ultima campagna elettorale per rendersi conto dell’importanza del saggio di Mark Thompson, intitolato: “La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia”.

Thompson, ex direttore generale della BBC e attualmente direttore generale del “New York Times” valuta, dunque, da un osservatorio privilegiato l’imbarbarirsi di un confronto politico e civile che, come ha evidenziato la recente campagna elettorale che ha visto contrapposti Hillary Clinton e Donald Trump, ormai di fatto non esiste più.

La riflessione che fa da sfondo al saggio, infatti, riguarda le condizioni in cui versa ormai l’Occidente: incattivito, privo di sogni, di utopie e di speranze, imbastardito al punto che ogni argomento, persino quelli che un tempo avrebbero consigliato cautela e attenzione agli interessi nazionali, può oggi trasformarsi nell’oggetto di una campagna propagandistica senza esclusione di colpi, di cui le macabre trovate di Sarah Palin all’indirizzo di alcune misure assunte da Obama in ambito sanitario costituiscono solo un esempio.

Se anche Thompson ha finito le parole

Non è certo un caso, del resto, che il primo capitolo si intitoli: Non ho parole, manifestando sin dall’inizio tutto lo scetticismo e le preoccupazioni di chi vede sfuggire ogni prospettiva davanti ai propri occhi e, forse, per la prima volta nella propria vita, pur ricoprendo un ruolo apicale e di grande prestigio, si considera impotente.

Al centro di quest’opera, difatti, non ci sono solo le proposte per uscire dalla spirale perversa in cui siamo sprofondati ma anche un sentimento di profonda malinconia che pervade lo snodarsi della riflessione, toccando in alcuni passaggi vette allarmanti e ricongiungendosi anche alla vita politica e mediatica del nostro Paese, come si evince dalla citazione posta all’inizio del secondo capitolo in cui, con un capolavoro di retorica, Berlusconi asserisce di non sopportare la retorica e di essere interessato unicamente a ciò che va fatto.

Già, il mito del self-made man, dell’uomo solo al comando, dell’imprenditore che si afferma sbaragliando la concorrenza, questo mito duro a morire che altro non è che l’emblema del trentennio liberista che stiamo tentando di lasciarci alle spalle.

Thompson analizza, scarnificandole, le tendenze in atto nel mondo occidentale contemporaneo, citando ad esempio la contrapposizione feroce fra l’allora Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, e il Ministro dell’Interno ombra laburista Ed Balls, entrando nel merito dei punti di contatto e delle profonde divergenze fra i due, in un contesto legato alle politiche sociali e al loro mantenimento che coinvolge l’intero universo occidentale.

A detta dell’autore, infatti, stiamo vivendo un classico passaggio d’epoca, con l’esaurirsi dell’immaginario neo-liberista e di tutto ciò che esso comportava anche in termini di linguaggio e l’affacciarsi sulla scena di una nuova stagione bisognosa di un linguaggio in grado di darle un corpo e un’anima.

C’è, difatti, un filo rosso che lega l’ultimo trentennio, accomunando sia le esperienze di centrodestra sia quelle di centrosinistra, ossia una sostanziale continuità fra le politiche seguite. Lo stesso Thompson mette in evidenza come Tony Blair e la sua compagine di governo non si siano affatto discostati dall’impronta data al Regno Unito dalla Lady di ferro; anzi ne abbiano seguito l’impostazione economica e sociale di fondo, al punto da sfondare fra l’elettorato moderato e centrista, assicurandosi un decennio di permanenza al numero 10 di Downing Street.

Come l’89 ha costituito uno spartiacque per il mondo sovietico, dunque, così il 2016 ha costituito uno spartiacque per il mondo occidentale, solo che ancora non ne abbiamo preso atto, o almeno non del tutto.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Se anche Thompson ha finito le parole

Pagina 2: Di fronte a Trump non siamo ancora diventati adulti

Pagina 3: Dalla società affluente alla società della paura

Pagina 4: Una cattiva comunicazione danneggia la democrazia


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Classe 1990, di Roma. Giornalista free lance, scrittore e poeta, collabora da anni con diverse testate, cartacee e on-line, ed è autore di saggi, racconti, romanzi, raccolte di poesie nonché di quattro libri-intervista.

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