“La fine del dibattito pubblico” di Mark Thompson
- 12 Giugno 2017

“La fine del dibattito pubblico” di Mark Thompson

Scritto da Roberto Bertoni

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Di fronte a Trump non siamo ancora diventati adulti

Cosa rappresenta Donald Trump per l’America e per l’Occidente? La risposta di Thompson è piuttosto chiara:

“Immaginate un test. Potrà essere ingiusto dargli il nome di una persona, in fondo Donald Trump è un sintomo, non la causa della malattia, ma per lo meno questo titolo chiarisce le mie intenzioni. Il test Trump è una misura della salute del linguaggio pubblico. Per superarlo, il linguaggio deve permettere ai cittadini comuni di distinguere al volo i fatti dalle opinioni, il discorso politico adulto dalle pure assurdità.
Al momento, non solo negli Stati Uniti ma anche in Gran Bretagna e in altri paesi occidentali, è palese che il nostro linguaggio pubblico non sta superando l’esame. Nelle ultime pagine, ho proposto alcuni passi che potremmo intraprendere per fermare il declino, ma io sono il primo a sconsigliare di affidarsi esclusivamente a questi. Anche se fossero adottati da tante persone, probabilmente gli effetti sarebbero modesti. E troppi protagonisti sono essi stessi prigionieri della spirale verso il basso per essere certi persino di questo effetto limitato.
No, se vogliamo che la nostra retorica torni in salute non dobbiamo solo pensare ai cambiamenti comportamentali a breve termine ma anche alle fondamentali forze culturali e sociali che influenzano il nostro linguaggio”.

E ancora:

“I semi del rinnovamento del linguaggio pubblico germogliano in posti inattesi e dove i pessimisti culturali meno se li aspetterebbero: sulle labbra degli immigrati e dei profughi; nelle città di confine e nei margini sfrangiati della nostra società dove la gente ha meno da perdere e più da dire perché ha più motivi per essere arrabbiata; in contesti apparentemente lontani dal teoricamente serio lavoro della politica e del giornalismo”.

Valutando la parabola di Trump, il razzismo insito nei suoi discorsi, il suo linguaggio sguaiato e diretto e il suo parlare alle viscere dell’America profonda e stremata dalla crisi, è evidente che i timori legati alla contaminazione linguistica, e alla mescolanza in generale, hanno avuto il loro peso, tutt’altro che marginale, nell’affermazione del tycoon lo scorso 8 novembre.

Perché l’America profonda, rurale e riunita nella rust belt dei vecchi stati operai, là dove la crisi si è fatta sentire maggiormente, al pari delle delocalizzazione e degli effetti delle politiche clintoniane degli anni Novanta e di quelle bushiane dei primi anni Duemila, quell’America detesta il melting pot, l’integrazione fra culture diverse e il concetto stesso di apertura e di inclusione.

Quell’America è la principale sostenitrice di personaggi estremi come la Palin, delle predicazioni fondamentaliste della destra più conservatrice e degli eccessi verbali dei cosiddetti Tea Party, in quanto allo scarso livello culturale si somma una comprensibile rabbia per l’impoverimento cui è andata incontro negli ultimi trent’anni.

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Scritto da
Roberto Bertoni

Classe 1990, di Roma. Giornalista free lance, scrittore e poeta, collabora da anni con diverse testate, cartacee e on-line, ed è autore di saggi, racconti, romanzi, raccolte di poesie nonché di quattro libri-intervista.

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